Vita mortale e immortale della bambina di milano

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Domenico Starnone

Vita mortale e immortale della bambina di Milano.

A cura di Anna Cavestri 

Mimì, così scopriamo che veniva chiamato il protagonista, é un ragazzino che vive a Napoli con la famiglia, nipote preferito della nonna che avrà tanta importanza nella sua crescita.

È vivace, pieno di fantasia ed ha un rapporto particolare con i morti, la nonna gli ha fatto credere alcuni segreti che condivide con l’amico Lello che invece non gli crede proprio.

Ma a colpirlo in maniera molto particolare è la scoperta di una ragazzina del piano sotto il suo, che vede ballare dalle sue finestre, la milanese.

La sua grazia e il suo modo di parlare in italiano lo colpiscono al punto da innamorarsene a prima vista.
L’infanzia di Mimì sarà segnata da un evento traumatico a cui riuscirà a dare un senso solo una volta diventato un giovane studente universitario di Lettere antiche.

Studiare lo fa stare meglio: lo fa stare meglio immergersi negli esami di Papriologia e Glottologia (lo fa stare meglio, soprattutto, poter dire di frequentare corsi dai nomi così altisonanti), smarrirsi tra i reperti di un tempo che non c’è più, andare alla ricerca di simboli fonetici che non esistono nell’alfabeto ordinario.

Così, si tiene in vita: un piede nella fossa tra reperti storici e l’altro nel mondo reale, in equilibrio tra ciò che è e ciò che non si vede, eppure c’è, si percepisce: basta solamente riuscire ad afferrarlo con le parole, nella scrittura.

La fantasia che prima Mimì impiegava in mille giochi con Lello, ora trova spazio in racconti che scrive per provare a sé stesso di avere qualcosa di speciale.

La scrittura, infatti, è qui occasione per esprimersi liberamente; benché non sempre Mimì ottenga il consenso da parte di altri, nel testo trova :

«il piacere della parola che sul momento pare giusta e poi no, il piacere che travolge il corpo anche se scrivi con l’acqua sulla pietra in un giorno d’estate, e chi se ne fotte del consenso, del vero, del falso, dell’obbligo di seminare zizzania o diffondere speranza, della durata, della memoria, dell’immortalità e tutto» (p. 142).

È quello che gli riesce meglio, perché in ambito sentimentale e amicale non tutto fila liscio.
Lello, che aveva completamente perso dai tempi in cui si contendevano la bambina milanese (anche Lello era innamorato di lei) ricomprare ma non è proprio un piacere per come vanno le cose.

A salvarlo lo studio della lingua e la scrittura.
È una bella storia ( qualcuno dice in parte autobiografica), scritta bene usando anche il dialetto napoletano e piena di sorprese.
Un libro molto piacevole.

Anna