Viaggio in terradoro

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Viaggio in Terradoro

Molto s’ignora e più assai si perde
a restar chiusi in piccoso conforto…
ma a muover piè in dove manda caso
ecc’apparire contrada più verde
nevoso monte o esotico porto
e, se sorte è magna, irideo occaso.
E non è raro che s’oda storiella
o si viva pur’anche di persona
com’a me giustappunto capitò:
l’ero per mare con una caravella
appen salpato da quel di Lisbona
quando burrasca laggiù v’infuriò.

Sferze di vento e sciabordar d’onde
inflisser presto ferite al naviglio
che per disgrazia colò presto a picco.
Trovommi tra i flutti e ignaro donde
ma preso con mani a felice appiglio.
Sol, com’anzi detto, il fato è ricco,
e il legno portommi su d’una riva
di dorata rena e frondosi rami
indi disotto riparo vi trovai
per posar membra da morte priva
ma non d’assai tormentose fami.
Così con frutta e bacche mi saziai
e poi vagai in cerca d’umano
con poca stima d’ivi incontrarlo
e meno speme che fosse amico
giacchè trovare chi da una mano
vien ch’è assurdo già sol pensarlo.
N’è pregiudizio, che per mal ne dico,
ma per esatta e assai giusta scienza.
N’fu che correr men d’una lega
per dar ragione a mia convinzione…
v’era radura e su d’essa presenza
di gente aduna in strana congrega
e a naso fiera di sua condizione.

Mi tenni all’uopo a cauta distanza
certo del rischio di perder pellaccia,
e unita a questa la mia libertà,
se un occhio aguzzo, tra quell’adunanza,
avesse scorto mio corpo o faccia.
N’ero convinto da tal sicurtà
ma quel capitò per maligna sorte…
venne dappresso chiassoso uccellaccio
che vista di quei mi fece arrivar.
Giust’aspettarmi la celere morte
e prendermi sì in suo eterno abbraccio,
ch’ormai da prode la volli affrontar.
Mossi ‘l mio passo e il volto mostrai
tenendo più alti mento e postura
e presentommi in modo cortese:
“Son’uomo onesto e n’cerco li guai”
“S’è proprio così, su bibbia giura
e benaccolto sarai in paese”

Queste parole venner da quelli
e tosto pensai di quella gente
che ad animarla fosse indulgenza
e che della pietà fosser modelli.
Giunto che fui in un borgo ridente
presto osservai sottil differenza:
no nel saluto che mi rendean
di molto condito da falsità
o dall’abuso di forzar sorriso…
queste son cose già ch’esistean
da quand’invetammo la civiltà
ch’è molto raro mostrar vero viso…
quel ch’allarmò il mio vivo istinto
fu l’atmosfera di grand’opulenza
giust’osservata su destro versante
di quella via in cui m’ero spinto
mentre sul manco v’era indigenza.
Ma perversione davver ripugnante,
che par bestemmia per quant’immonda
tanto che bile ribollermi in vena
non fu la lite tra sfarzo e miseria
ch’ormai è voragine assai profonda
ma fur le mani con l’alme in pena
chine a cavare e forgiare materia…
mani innocenti già rassegnate
per quel futuro che’n gl’appartiene
giacchè son vecchie pei ludi negati.
Ove saran quelle genti in pietate?
Son’occupate a far solo scene,
o megli’apparir davanti ai lor vati?

Per me son corree di tanto scempio!
Solo che volgon il volto e lo sguardo
indove riluce e non sull’opaco.
A chi’n mi crede, gli porto l’esempio…
già pel suo nome è paese bugiardo
ché Terradoro par seta di baco
quand’è tessuto con lana di lupo.
“Di questo passo verrà presto dì
che l’avvenire ci chiederà conto
e c’accuserà di cotanto sciupo”
questo pensai fuggendo di lì
non senza far loro il grand’affronto
di portar meco un paria bambino.
Di gran carriera giungemmo alla riva
dove saltammo su d’una barchetta
indi remammo vers’altro destino
alimentando speranza più viva
che la realtà sia un pò meno gretta.

Roma, 5 giugno 2020
Alessandro Genovese