Via della Cittadella 15 scala C sesto piano

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“Via della Cittadella 15 scala C sesto piano”
 
L’ indirizzo del monolocale in cui abito ormai da trentasei anni.
Ho bisogno di una sigaretta.
Automaticamente la mano trova il cofanetto  poggiato sul tavolo e come la pinza di una piccola gru indice e pollice della mano destra guadagnano la generosa presa di tabacco che mi occorre, mentre cerco con lo sguardo filtro e cartina.
Meno di un minuto dopo tiro la prima boccata dall’ennesimo cilindretto consolatore, profonda, come sempre, e come sempre  tossisco.
Questo tabacco è maledettamente secco, mi serve della vodka per aprire la gola, così riempio il bicchierino di Smirnoff, lo porto alle labbra e dopo uno scatto all’ indietro con la testa trangugio una porzione di fuoco che scende incendiando la bocca dello stomaco.
 
Dicono sia come il caldo abbraccio di un grizzly, la vodka.
Dicono bene.
Un’ altra boccata profonda seguita dall’ennesimo colpo di tosse rompe il silenzio della stanza.
A casa mia c’è sempre silenzio, non mi piace la confusione, per questo esco poco.
L’ultima volta però non è stato male, devo ammetterlo, è già passata qualche settimana.
L’ appuntamento era per le quindici, lei è sempre puntuale quindi decisi di scendere prima per evitare il suono del citofono, altro evento vissuto come una sorta d’intromissione.
La vidi non appena girò l’angolo, sorrideva, sorride sempre dopotutto, e appena mi fu davanti saltellando disse
– Oggi conoscerai qualcosa di molto interessante su Torino –
Dicendolo mi  prese la mano che istintivamente ritrassi, sottraendola con un movimento brusco alle sue dita affusolate.
Potevo osservare al rallentatore gli accostamenti dei suoi muscoli facciali che, danzando sotto pelle, davano espressione allo stato d’animo.
Serenità, stupore, paura, tristezza, accettazione, serenità.
 
Sei espressioni descrivevano altrettanti stati d’animo in meno di un secondo, pensai che le persone, in genere, sono piene di emozioni di cui non parlano ma  il cervello gliele imprime sul volto, spesso senza che nemmeno se ne accorgano.
La gente ha dentro il frastuono, io preferisco il silenzio, anche dentro.
-Andiamo- disse, accompagnando l’invito con un movimento del braccio, che sembrava voler aprire il sipario sullo spettacolo cui di lì a poco avrei assistito.
Mentre passeggiavamo le sue parole cambiavano volto alla città che mi stava mostrando, così i Murazzi diventavano “ij Murass”, argini costruiti nel corso del XIX secolo per preservare la città dalle piene del fiume e, in seguito, utilizzati  fino alla fine degli anni cinquanta come zona di rimessaggio per le barche da pesca, potevo sentire la voce del Duce squarciare piazza Vittorio Veneto, talmente grande da essere usata come piazza d’armi fino alla fine del XVIII, immaginavo le carrozze attraversare via Po, chiamata un tempo “la strada dei Conti”, sentivo il battere delle caligae sul castrum romano che oggi è Piazza Castello.
Dopo aver percorso via Garibaldi ci fermammo di fronte al monumento del Traforo del Frejus, in Piazza Statuto.
 
Il Genio Alato sovrasta una piramide composta da massi provenienti dal traforo, sotto di lui, sconfitti, urlano i Titani.
Rappresenta la vittoria della ragione sulla forza bruta, per questo voleva mostrarmela.
-Anche tu hai dentro un Genio Alato, non mi interessa cosa dicono gli psichiatri o tutti quei palloni gonfiati del Sert,  io di te mi fido, so che riuscirai a controllare la rabbia, che sconfiggerai i Titani-
Lo disse guardandomi negli occhi, l’ascoltai fissando le sue labbra.
Quando finì di parlare guardai i suoi di occhi.
-Crede in quel che dice- pensai
-chissà cosa sta leggendo nei miei-
Prima di tornare a casa ci fermammo per un caffè, scelse “Baratti & Milano”, gli stucchi e i tavolini, le mura e le vetrate avevano ascoltato le discussioni degli statisti del regno di Sardegna su “come fare l’Italia”.
Lei prese una cioccolata calda con la panna servita in un bricco a parte, una specialità storica del locale, io solo caffè in tazza grande.
Iniziò a parlarmi di suo padre.
 
Era il proto de “La Stampa”, il capo della tipografia, diceva spesso “Sono nato per questo lavoro e lo continuerò anche dopo la morte”, morte che sopraggiunse proprio sul posto di lavoro, le quattro enormi rotative, ciascuna grande e pesante come un tir e capaci di stampare fino a 140 mila copie l’ora, lo videro accasciarsi e morire per un infarto.
Sua figlia, che all’epoca aveva ventiquattro anni, in questo momento era di fronte a me, e stava per confidarmi il suo più grande, e forse unico, desiderio.
Apparire un giorno su quel giornale.
Sarebbe stato come salutarlo per l’ultima volta, perché  proprio lui, in qualche modo, avrebbe sfiorato la lastra su cui era impresso l’articolo che di lei avrebbe parlato.
Lo ricordo come un bel pomeriggio.
Ora però stanno arrivando, sento le suole dure degli anfibi schiacciare ritmicamente gli scalini.
Corrono.
Li aspetto bevendo dalla bottiglia, ho ancora bisogno del caldo abbraccio di un grizzly e per il bicchiere non c’è tempo.
Dopo una generosa golata mi volto verso il divano, i muscoli del suo viso sono rilassati.
Significa serenità.
Non sei espressioni in meno di un secondo, nessun frastuono dentro, solo una.
 
La pace che regna qui ed ora viene rotta dalle forze dell’ordine che, credo con un calcio ben assestato, sfondano la porta.
-Polizia- grida una voce alle mie  spalle – alzi le mani e si volti immediatamente-
Le mani le appoggio sul bordo del tavolo, lui grida, avanzo con il tronco mentre le gambe spingono indietro la sedia e mi alzo voltandomi lentamente.
Un agente corre verso di lei e con un gesto automatico ripone la pistola dentro la fondina, cerca la carotide ma non c’è battito,  lo guardo mentre abbassa la testa scuotendola.
Indico loro il biglietto che poco prima avevo scritto di mio pugno e che recita pressapoco così:
-Dite ai giornalisti de” La Stampa” che oggi sotto il cielo di Torino, ho esaudito il desiderio questa ragazza-
L’agente con il biglietto in mano sbarra gli occhi, mi fissa, poi riguarda il biglietto e lo passa al collega.
Le manette stringono i polsi mentre mi spingono fuori da casa, ma finalmente sono libero.
Sento la voce rotta del maresciallo pronunciare una frase simile a quella che poco prima avevo pronunciato io al telefono:
-Sì, probabile omicidio, Via della Cittadella 15 scala C sesto piano serve un medico legale-
 
Lei era il Genio Alato, lei meritava il cielo e il cielo meritava il suo sorriso, io resterò qui tra i Titani, a dare al mondo ciò che merita.
Tutto il mio silenzio.
 
Gianluca Sonnessa 
 
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Gianluca Sonnessa
Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.