Utopia

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Utopia

“Io credo che, se davver fosse stata,
ancor sarebbe, o ricordo o presente,
quel d’un pàese che n’avrebbe pari!
Li grami di spirto l’avrìan odiata(1),
ma i giusti, che son in grado crescente,
a tenerla viva, n’farian gl’avari(2,)
chè sullo suolo suo, la vita è amata,
nessun darìa la caccia al differente(3)
e a chi volesse, toccan ferri amari(4).
Deggio poi dir delle gemme e dell’oro
e dei denari, che rio fanno l’homo(5),
ecco, in quel loco, nulla ciò varrebbe…
…lì a far peso son coron d’alloro
e non Sua Vanità col suo bel pomo!
M’or pare momento che converrebbe
che non lo dica ïo, ma un re del foro,
‘sì che nel ridicolo i’ non ci tomo(6)
ed un’immàgo più intero v’apparrebbe.
Sì ch’invoco lo spirto di Platone
ch’ancor decrepito, serba cervella,
per ricordar a tutti che fu lui
il primo colto d’illuminazione(7)”
“Già, la Repubblica fu gran novella
per quei tempi antichi, ma affatto bui…
…ancor rimembro quant’ammirazione
destò quel dialogo di logo e favella
tra il mastro Socrate e i molti che i’fui(8).

1. l’avrìan: l’avrebbero.
2. n’farian: non farebbero.
3. darìa: darebbe.
4. ferri amari: le catene.
5. che rio fanno l’homo: che fanno l’uomo malvagio.
6. i’ non ci tomo: io non ci cado – Divina Commedia – Inferno Canto XVI).
7. colto: con duplice significato – sorpreso ed erudito.
8. i molti che i’fui: i personaggi che Platone interpreta nella sua “Repubblica”.

Sarà forse un mito, lo Stato ideale,
ma in tanti ci speran, e più ancora
quando non vi sarebbe alcun motivo…
…ovver, se l’intorno appar sì ferale(1)
ch’opprime ‘l cò del peso d’una mora(2),
ed anche il lume, di quel n’è cattivo(3).
M’io sento che pria o poi sarà reale,
quest’utopia, ché dè pazzi è dimora
non di chi è sol mezzo, ma d’un nativo,
o d’un che l’ha uguagliato per coscienza,
scienza e sentimento, e ‘sì lo divora.
D’esempi d’insensati ed anche saggi
ce n’è a bizzeffe e sceglier m’imbarazza…
ma certo n’chiudo gl’occhi, e tra il fastello(4)
il prio che spunta pei sferzanti ingaggi
è il Menippo(5), e poi il par di sua razza,
Luciano(6), che verga ‘gnì suo libello,
e poi Plutarco(7), che specchia i miei raggi”.
“Ecco, quei i’ colsi, e ‘l re che fa? M’ammaza! (8)
Neanche l’tempo d’addiar(9) quel mio fratello
di pluma, intenti e idea di libertade!
Ma or sì potrò! Salute a te Erasmo!
Fui chiuso cum clave in quell’anglia torre(10) 
e certo che di ciò nessun aggrade(11)
e tanto più, p’uzzolo del sarcasmo,
n’è per l’idea nostra che quest’occorre,
ma p’altra pena da cui non s’evade(12).
M’è giunta voce colma d’entusiasmo
che ‘l tuo bel piote(13) l’Europa percorre,
allor su, dimmi, che nuove mi conti?”

1. ferale: funesto.
2. ch’opprime ‘l cò del peso d’una mora: che opprime il capo del peso d’un mucchio di pietre (cò: capo e mora: ammasso di pietre –Purgatorio- Canto III).
3. di quel n’è cattivo: di quello ne è prigioniero (cautivus).
4. fastello: mazzo.
5. Menippo: satirico greco.
6. Luciano: Luciano di Samosata – filosofo e satirico.
7. Plutatrco: filosofo greco.
8. Ecco, quei i’ colsi, e ‘l re che fa? M’ammaza!: (Tommaso Moro venne condannato a morte da Enrico VIII).
9. addiar: dire addio.
10. Fui chiuso cum clave in quell’anglia torre: Fui imprigionato nella torre di Londra.
11. aggrade: aggrada.
12. ma p’altra pena da cui non s’evade: Tommaso Moro fu condannato a morte per il suo credo religioso.
13. il piote: il piede.

“Nuove che sian nuove, n’son che l’istesse,
per sorte e diletto, son tutti pazzi,
e se n’lo sono, saran presto pronti!
Di lor sto scrivendo e s’a Dio piacesse,
chi n’si strappa il pelo(1), darà ‘n schiamazzi.
M’ormai sò già d’aver gettati i ponti
e piaionmi buonissime premesse
perché non restìn per soltanto lazzi(2)
Intorno a lor ho steso un canovaccio(3)
e non di fine tela, ma di motti
che molti cercheranno d’evitarlo
ignari che n’è altro ch’un setaccio
per distinguer i buoni dai corrotti.
Pe’ gl’uni sarà oro e p’altri tarlo
quel che si leggerà nel mio libraccio,
ma quei che n’escon fora son gl’edotti
su come il nostro sogno realizzarlo.
Cert’è che sempre folli resteranno,
ma tali da creder a quell’impresa,
ch’elegger comunanza e no egoismo,
o verità e non tremendo inganno,
o un mondo che p’ognuno sia in discesa,
solo verrà visto com’un sofismo(4)
da chi vuol mantenersi sul suo scranno,
però, per chi è già stanco dell’attesa,
il sol tentar, è un’atto d’eroismo”.

1. il pelo: i capelli.
2. lazzi: nella commedia dell’arte, brevi scene di carattere mimico. Per estensione, atto, motto buffonesco.
3. un canovaccio: con duplice significato di tessuto a larghi buchi e trama di un’opera.
4. sofismo: qualsiasi ragionamento cavilloso e falso, anche se in apparenza coerente.

Alessandro Genovese

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