Una donna nella notte polare

0
694

Christiane Ritter
Una donna nella notte polare

Recensione a cura di Anna Cavestri 

Ripubblicato da Keller editore dopo 50 anni dalla prima edizione in italiano, tradotto da Scilla Forti, è il diario dell’avventura vissuta dalla scrittrice.

Christiane pittrice e scrittrice, vive in Austria, 37 anni e con una figlia, è il 1934, decide dopo tanta insistenza di accettare l’invito del marito a raggiungerlo per passare un inverno con lui nel circolo polare artico, descrivendole paesaggi di natura incantevole e incontaminata.

Christiane immagina di trascorrere un anno al calduccio di una capanna leggendo, disegnando e lavorando a maglia. Lei non è un’esploratrice, non è un’eroina, non è un’amante dell’estremo: è una donna della buona borghesia. Suo marito, Hermann, invece ama gli estremi, esplorare, cacciare e sfidare il freddo polare.

Comandante di lungo corso, da un paio di anni passa gli inverni alle isole Svalbard, a nord della
Norvegia, decisamente oltre il Circolo Polare Artico. Lui le chiede solo una cosa:

«Se hai ancora spazio nello zaino, porta per favore del dentifricio, una quantità sufficiente per due persone per un anno, e aghi da cucito».

Tutto qui.
Quello che trova dopo un lunghissimo viaggio in nave, (durante il quale tutti le sconsigliano di raggiungere la meta ), è un paesaggio pietroso, desolato, il nulla a perdita d’occhio. Nel suo bel mezzo, gettata a casaccio, una scatoletta fatta di assi rinforzate con dei tramezzi: si tratta della capanna dei suoi sogni.

Tre metri per tre metri, per tre persone.
Nel giro di qualche ora Christiane riceve il battesimo del fuoco. Spogliatasi di ogni comodità, deve venire subito a patti con le necessità più impellenti e si ingegna per procurarsi dell’acqua dolce: Karl, il cacciatore con cui marito e moglie dividono il rifugio, le spiega che bisogna prima trovare un ghiacciaio e staccarne un pezzo. Prima bisogna trovarlo però, magari strisciando sul ghiaccio.
Rimarrà dodici mesi nella notte polare. Alle volte sola per settimane, perché il modo di vivere l’Artico del marito ( e del giovane marinaio norvegese che gli fa compagnia ) è lo stesso dei pescatori norvegesi, cui lui sente di appartenere. Lui va a caccia, camminando una settimana a meno trenta per andare a recuperare la posta dell’anno, saltando di capanna in capanna ( distantintra loro chilometri echilometri ) lungo il fiordo ghiacciato per sistemare le trappole per le volpi.

A quelle temperature glaciali  la fame e il riposo sono i cardini attorno a cui ruota la vita: la caccia alle foche, alle volpi e agli orsi è la routine a cui l’essere umano deve sottostare se vuole sopravvivere. Christiane nonostante la ritrosia iniziale non può che adeguarsi. Fare colazione con un pezzo di foca non è mai stato nemmeno lontanamente immaginato.
Da una parte ci sono per lei moltissime difficoltà di adattamento e di vera e propria sopravvivenza alle temperature polari e alla mancanza di alimenti, oltre alla solitudine, alla mancanza di luce per quasi tutto il periodo della permanenza, agli sforzi sovrumani che fanno davvero rabbrividire. Dall’altra parte c’è una descrizione della natura, delle albe boreali, delle notti di luna, colori, sensazioni e descrizioni di una bellezza in netto contrasto con le difficoltà che vive.

Nonostante tutto rimane e scopre la meraviglia del silenzio, il piacere del minimo necessario per sopravvivere, in un luogo dove il tempo non si conta tanto è immenso e spettacolare quello che la circonda.

Una sfida vinta, superando la notte polare “ non con l’intelletto umano, troppo semplice e limitato. Le terre remote e la lunga oscurità riservano sorprese che in altre condizioni non emergerebbero con un’evidenza così netta.

E cosi: “chissà se l’uomo in fin dei conti non si imbatta nel suo Io più profondo proprio in totale solitudine, quando lo stimolo e la risonanza dei suoi simili vengono a mancare? Dove comincia l’uomo, dove finisce? Dov’è la vita? Non esistono risposte.”

Forse risposte no, riflessioni tante.
In quelle condizioni ( che ho descritto poco, ma sono state incredibilmente difficili) mi sono chiesta più volte, io sarei rimasta?
Una bella lettura, con descrizioni dettagliate del paesaggio e delle sue metamorfosi, che incantano solo a leggerle, un diario di una bellezza da tutti i punti di vista.

Ti trascina al punto da invogliarti a percorrere la stessa avventura. 

Anna