Un sacco d’ossa

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Un sacco d’ossa

Porto addosso un sacco d’ossa, al venir meno della sera. Un groviglio indistinto di sangue, muscoli e nervi.
Un ciclo vitale che rimpinza il cuore, rinfresca il cervello, dona aria ai polmoni.
Vivendo, tra Santi e Diavoli, sono invecchiata.
Un lato amaro, dipinge la bocca, lo sguardo, una femminilità che è rude sul volto.
Non c’è più nulla che sappia di bellezza, di gioia e armonia. Il tempo della primavera è tramontato e quasi, non me ne sono accorta.
Sta fisso nella mente, uno specchio virtuale, che per quanto lo osservi, è capace di mentire sino all’ultimo giorno.
Vagano attorno: pensieri, disarmonie, intoppi di ogni genere. Qualche lacrima, sfuggita per caso, riporta in auge antichi amori. Pasti saporiti, gustati all’ombra di un albero frondoso. Echi di frasi consumate. Carezze dimenticate sulla riva del fiume. Snocciola la sera, una grande nostalgia, dove la pellicola dell’esistenza ha bruciato: scatti e frammenti in bianco e nero.
Si sciolgono gli abbracci su d’un terreno argilloso. I passi procedono lenti, come a camminare all’indietro. Gira anche la testa e si fa giostra della bimba che ero. Rido anche senza ragione. Lo stomaco, scosso da maligne sensazioni, soffre di una nausea improvvisa. Tutto torna al punto di partenza. Sono nel ventre materno e mia madre non sta bene. Crampi le stanno lacerando il ventre. Ho voglia di uscire, di allargare le braccia, di stendere lo sguardo sulle variazioni del Cielo.
Finalmente, respiro il nespolo in giardino. Il caldo del sole sulla bocca sdentata. Il canto del gallo sopra il pollaio. La culla di vimini che due mani amorevoli dondolavano. E nulla vi era di più tenero e meraviglioso di quel vivere senza sapere.

Maria Rosa Oneto