Un goccio di rum

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“Un goccio di rum”

di Maria Rosa Oneto

Il mare l’avevo tra le dita dei piedi. Era una carezza d’acqua che il cuore respirava. Sottili percezioni dal tocco gentile. Schiumava venendomi addosso con foga, in maniera pura, cristallina.

Una sorta di “canto silenzioso” che il vento spingeva e mormorava con poche note. Un andamento talvolta lento, seppur bramoso. Una frescura balsamica, che veniva da lontano, portando con sé: viaggi, avventure, naufragi, trame amorose lasciate veleggiare dentro una bottiglia di vetro. Immenso il suo splendore, indefinibile ed eterno come sogno in “costruzione”.

Lo sentivo dentro, ogni volta, che una lacrima scendeva. Quando l’amarezza scoppiava nelle vene. O la malinconia incipriava di brina le gote arrossate. La gioia dell’esercizio quotidiano, racchiusa in un panino imbottito, in un bicchiere di vino rosso corposo.

Quell’aria al sapore di sale, che ricopriva le piante, i tetti delle case, le auto in sosta, i passi frettolosi di giovani e adulti. La sentivi camminarti appresso come ombra furtiva. Alone di grazia e pace infinita. Melodia notturna da ascoltare guardando le stelle, la luna gonfia e paffuta. Il senso stesso dell’esistere e poi morire.

Nella placenta del mare, la creatività fioriva; trascendeva le umili apparenze di un vissuto banale. Trasformava la noia, la solitudine di allora, in perpetuo tintinnio. Il predominio dei sensi e dei piaceri più sottili. Nella capacità di ridisegnare il Creato, nell’estensione della pelle sino a farne vela. Nello sguardo che scorgendo l’Infinito, spazia, sorvola, si erge al di sopra delle nuvole e dell’incessante bordeggiare degli uccelli marini.
Coste rigogliose dove le barche approdano, golose di margherite e di frittelle di cipolle. Colori vaporosi percorrono le barche, le reti colme di pesci, il parlottio dei pescatori con la pipa in bocca e il salmastro sulle spalle. Giovinezza, legata ad un “granello di sabbia”, al tramestio di una vecchia radio, al gusto di limone di un gelato sciolto tra i sassi e beccato dai piccioni.

Ancora apro le braccia alla tramontana. Rami di ulivo scorticano la faccia, il profilo dell’anima. Sento la Poesia, dipingere il passato. Riportarlo a galla in una foto ingiallita. Dentro una scatola per biscotti, che ora contiene vecchie lettere, una ciocca di capelli infantili, un bavaglino merlettato di punti e trine. Un carillon di legno, sbiadito dall’usura, fa ballare ancora la sua damina in scarpette rosa e un pallido tutù.

Un filo di perle adorna il collo di una ragazza al primo appuntamento. Scoppia la festa. Si accende il paesaggio attorno. Apro la finestra al tramestio del mondo e bevo la sera in un goccio di rum.

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