Un giullare alla corte di re Progresso

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Romanze satiriche in stilnove- centesco

Un giullare alla corte di re Progresso

Sol’or che molti fatti son trascorsi,
m’oso a celebrar, il bizzarro fato!
Poscia per n’disperder miei discorsi
tosto vò a inchiostrar il mio relato*.
Nulla pretendevo da mia vita
che pria non fosse stata stabilita.
Dacchè buffon di corte fùr* miei avi,
così divenni io fra i più bravi.
Chi volle fortemente mie sparate,
fu un fiero condottiero di crociate.
Null’altro pretendeva quel Signore
che trastulli e scherzi a tutte l’ore.
Tra questi non mancavano le offese
per nemmeno dir dè tanti insulti;
anzi v’è che spesso eran pretese
p’ammazzar la noia coi sussulti.
Quando a tutti davo del coglione
quelli ricambiavan con sghignazzi,
mentre i dignitari in quel salone
deliziavo lor, nel chiamarli pazzi!
E tal madonne caste e puritane
gioian nel sentirsi dir puttane.
Ciò che più sovente supplicavan,
e talune volte d’or pagavan,
l’era spiattellar peggior azioni
e senza mai conoscer le prigioni!
Fu dolce residenza quel castello,
ma non v’immaginate da zimbello!

Col mio folle fare da folletto
m’infilavo sì in qualsiasi letto,
ma oltre a goder di bel sottane,
tra cui le forestiere e le nostrane,
giovavo del favor delli cornuti
c’offrian bei litrozzi di vinazza
che la pappatoia giust’ammazza.
M’ahimè quei momenti c’ebbi avuti
se n’andaron persi come tutti:
un dì che parea com’altri gai
presto volse ad esser dei più brutti,
sicchè da quello tempo me n’andai!
Forse troppo assorto da tant’agio
non m’accorsi tosto del malvagio:
un sentor potente a iettatura
m’arrivò di colpo in una mane
mentre canzonavo due befane
che cercavan bacche tra natura.
Solo posso dir a mia difesa
che non dissi lor nessun’offesa
Ma soltato quel che m’appariva…
di beltà ognuna n’era priva:
Una, il naso adunco e l’occhio storto,
l’atra spelacchiata col riporto.
Quelle per protesta m’adocchiaron
e con loro sguardo fulminaron.
“Or se verità non si può dire,
allora preferisco già morire”
Dissi alle bacucche per dissenso
non faccendo filtro a quel che penso.

Mai l’avessi detta quella frase,
che uno strano senso mi pervase,
poi un vapor denso tutt’avvolse
e uno stordimento mi travolse.
Sicchè su d’un cespuglio m’adagiai
Ed in un balen m’addormentai.
Non so per quanto tempo stetti lì,
però dev’esser stato molti dì;
ché aprendo li dù occhi nuovamente
nulla riconobbi in quel presente.

Sentila con il vocale!!

Continua… veramente…
Roma, 26 aprile 2020
Alessandro Genovese
Tutti i diritti riservati
*Relazione
*Furono

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