Un giullare alla corte di Re Progresso

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Romanze satiriche in stilnove- centesco

“Su! Osatevi gente a farvi avanti,
son soltanto un giullare come tanti,
ma se anche a nessuno conoscete
son innocuo, ve lo dico, non temete,
date orecchio e poco occhio a quest’ombra
e vedrè com’la nebbia che vi copre
non rimane qui davanti ma si sgombra.
Se n’volete visitarVi con quell’opre*,
accettate questo viaggio com’omaggio:
In terra sì lontana
D’un tempo già andato
Viveva un re malato
Vestito di sottana
Steso nel suo letto
Con gran dolor di petto.
I medici più savi
Mandaron delle navi
In cerca d’un unguento
Che era un gran portento.
Ma ahimè non funzionò
E il re lasciar si andò.
La sola che sperava,
Essendo tanto brava,
Restava Bellaviola
Che era sua figliola.
Piccina e assai carina
Aveva tra le amiche
Dolcissima fatina
Capace di magia.
“c’è solo una gran cura
Per quella malattia,
Soltanto anima pura
Potrà guarire il re.
Ad ogni cittadino
Darò un libriccino
Che lo terrà per sè.
Ne basterà sol’uno
Trascritto a letter d’oro
E il padre di qualcuno
Sarà di nuovo un toro”.
I sudditi fedeli
Cercaron il dorato
Come color fatato
Dapprima su nei cieli
E poi in questo mondo
Pensando a quant’immensa
Sarebbe ricompensa
Trovando in gran abbondo
Quell’elisir pè’l sire.
Ognuno per suo conto
Faceva ferro e fuoco
Per trovarne un poco”
Domando a lor signori
proseguo il mio racconto
o me ne esco fuori?
Nooo! Continua la tua storia!
Bon, ma voi farè baldoria?
Siii!!! Siii!!! Siii
“Il fatto era così…
Per far sol’una stilla
E far così che brilla
Serviva gran fatica
E non bastava mica!
Più facile di questo
Poteva diventare
Agli altri farla fare
O meglio arraffare
E finir più presto
Di scriverne una riga.
Intanto i dì passavan
E il re peggiorava
Ma non si prese briga
D’unire tanto sforzo
Per dargli tal conforto.
Così un dì grigiastro
Il re ahimè crepò
E diventò nefasto.
Piangeva Bellaviola
Lì dentro tutta sola
Pensando a suo padre
Perito sol perchè
Le tante mani ladre
Aveav pensato a sè.
Di quei dorati inchiostri
Ce n’era in giro a secchi
Ma a non pensarli nostri
Divvenner presto specchi
Di quanto siamo mostri”.
Mi sbaglio o v’è silenzio quì a regnar?
M’è invisa assai sì muta presenza!
Se n’v’ho dato diletto a sufficienza,
suvvia coi pomodori e a protestar!
Lei, messere, esponga sua impressione!
Di grazia, madonna con tal chioma blù
se n’favella, sarà un’umiliazione!
Ché tragedia peggior per me n’v’è più
se platea finge di poco intender
ciò ch’è assai facile comprender.
Questo dissi a quei distinti signori,
pria che nuvola mi portasse fuori
e trovommi sulla strada del castello
a tornare a fare sempre quello…
il giullare che schernisce la corte
sfidando e burlando la sorte.

Alessandro Genovese
Opera depositata e registrata
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