Un giullare alla corte di Re Progresso

0
224
Romanze satiriche in stilnove- centesco

…Segue da parte precedente…

……………………
Non so per quanto tempo stetti lì,
però dev’esser stato molti dì;
ché aprendo li dù occhi nuovamente
nulla riconobbi in quel presente.
Carracci di metallo rumorosi
sputaan fumi neri e velenosi,
gente acconciata in modo strano
correr non so dove e per che fare
e nessun di questi iva piano,
parevan pronti già a guerreggiare!
Coi capelli rizzi e vesti fruste
sembravo un vecchio e tristo canovaccio,
così mi tolsi via dal quell’impaccio
infilando passo in calli anguste.
Lì vi ci ritrovai la gente vera
anche se facea la fame nera,
del poco che ciascuno là l’avea
con tutti e pur con me la dividea
e s’anche le matasse ed il catrame
eran lor vestiti e lor dimore
sulla loro lingua n’v’è pelame,
sulla loro pelle manco squame
e quindi l’era puro il loro cuore.
Curioso di scoprir sì strano mondo,
presto mi gettai in quel gran reflusso,
percorsi presto via da cima a fondo
e nient’altro vì, che uno smacco lusso!
Ma oltre quest’assurdo paradosso,
tutto quel ch’avea la gente addosso
era una tristezza e un cupo umore
come fosser presi dal terrore.

Allor mi venne dubbio da pensare
che ci fosse assenza di giullare…
poi mi dissi giusto: “ma ch’assurdità!”
Mai fu vista tanta copia* e libertà:
ognun pareva fosse onnipotente
toccando con un dito tavoletta,
oppur andando via assai di fretta
e parlar con lei com’un demente.
In più, ovunque occhio io girassi,
c’era grande iosa di provviste,
robe che al castello n’seran viste
manco in un banchetto dei più grassi.
Per non dir di cosa più insensata
che giammai mi fosse capitata:
nel mentre cogitavo camminando
sul come, sul perchè e sul per quando
l’ero io lì, in sì strana tempora,
vè bottega ben ricolma di bei tomi
deserta dalla fatta degli automi
ch’ignoravan del Saper la dimora
mentre lì dinnanzi vi passavan.
Tosto mi sovvenne come un lampo
la cagion dell’insulsa lor mania…
eran fatti quasi tutti con lo stampo
e n’suggean da quei tomi la follia
scritta bianca tra quei verbi rivelati
per cui lor mai sarebbero cambiati.
M’arrivò inoltre dubbio mai sì forte
che le streghe non volean darmi morte,
ma piuttosto dar lezione di costume
e a codesti liberar dal pecorume.
Fu così che n’feci nulla che nient’altro
che salire su d’un banco con un salto,
rischiarar con un riso la mia gola
ed usar come arma la parola:

“Su v’osate brava gente a farvi avanti
son soltanto un giullare come tanti,
ma se anche a nessuno conoscete
son innocuo, ve lo giuro, non temete,
date orecchio e poco occhio a quest’ombra
e vedrete com’la nebbia che vi copre
non rimane qui davanti ma si sgombra.
Se n’volete visitarVi con quell’opre*…
deh.. con un viaggio a voi faccio omaggio:
……………………………

* copia: abbondanza ma anche omologazione
*opre: opere

Romanze satiriche in stilnove- centesco