Un dono di Natale

0
314

Un dono di Natale

Di Maria Rosa Oneto 

Scorrono le ore, come acini d’uva appesi al raspo. Le tengo fra le dita, simili ad un vecchio Rosario già sgranato. Quante parole disperse nell’aria o trattenute su fogli dal colore stantio. La mia anima, attende un respiro d’aria nuova e si prepara maliziosa al soffio del vento. In questo corpo, pesante e svilente, che resta nell’angolo come una valigia ingombrante o un incantatore di serpenti, ho raccolto l’esistenza, i momenti, gli attimi di “un per sempre”, la solitudine cucita con il piombo sulla carne viva. Oggi, che il dolore è sparito o fingo di non sentirlo, la nudità, è una condizione di apatia. Un ritratto rugoso e sbiadito dell’amore. Una tela priva di colori, dove nessun pittore traccerà la sua firma. Una “crosta” per pochi estimatori, che verrà bene per tappare qualche buco in cantina.
Non mi accorgo più di essere una donna, nel senso femminile del termine. Non ho attributi da mostrare: labbra turgide, gonfiate a piacere. Seni all’apparenza opulenti, come palloncini sfuggiti di mano a un bambino.
Sono vecchia, di una decadenza che ogni giorno mostra i segni di un degrado che aumenta. Rughe percorrono il volto. Macchie, decorano la fronte. Capelli privi di lucentezza e ormai spenti al sole d’agosto.
Intatta la “voce” della coscienza, che si ostina a distribuire: gaiezza, sogni trasparenti come un velo d’acqua, sorrisi di umiltà e modestia che accendono il Cielo, quando di notte, la luna non basta. Mi stringo in un abbraccio e lascio che il sonno mi prenda nei meandri dell’inconoscibile. Tutto accade sulle palpebre abbassate e torno in placenta, alla prima infanzia, al sorriso di ginestra che profumava la stanza. Ero al mondo: figlia di un’ignobile sorte, di un destino: tribolato e beffardo. Ma, ancora non ne ero consapevole e gioivo beata,
al saluto della vita che veniva da lontano, come un dono di Natale!