Un buffone in paradiso

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Un buffone in Paradiso

Non v’è davver momento più propizio
ch’abbandonar la vita in pieno inverno;
se poi t’accade giusto nel solstizio
c’è caso che non cuoci nell’inferno.
Lo dico p’esperienza mia diretta
ch’al sol crepar t’incontro il Padreterno
e senza far neppure la gavetta
in quel tedioso e scialbo Purgatorio,
e in più con tanto d’ali e nuvoletta!
Non so se tutto questo è transitorio,
com’è già stata tutta l’esistenza,
sicché profitto(1) e rendomi notorio:
“l’ero un buffon di corte d’eccellenza,
ovvero che tra tutti quei buffoni,
sol’io godevo di special dispensa
di trastullar il re con gli sfondoni…
e quando andavo a vuoto, con pernacchie,
o gl’intonavo comiche canzoni
su quelle nobildame tanto racchie.
A parte il mio talento naturale,
che viver mi faceva tra agi e pacchie,
era pel mio aspetto un pò anormale
che ci scappava spesso una risata:
col naso d’un grossore madornale
sì degno di sfidare una patata
e l’occhio manco(2), che n’appaiava il destro,
poteo sfilar tra maschere in parata.
Per chi diffida ancor ch’io non abbia estro,
mi tocca sbugiardare già il buon Dio
senza rischiar nè rogo nè capestro
pel solo fatto c’ho già pagato il fio(3)

1. profitto: approfitto;
2. manco: sinistro;
3. fio: pena, condanna.

Oh mio Signor…
non so se m’è concessa la favella,
ma dimandàr sarebbe ‘l mio desio(1)
s’è verità verissima o novella,
di come T’hai creato questo mondo,
l’empireo ed il sole come stella
e l’altro tema, ch’al prio(2) n’è secondo,
indove e se, l’uomo è come te?
Per me che Te sei ebbro e lui ti gira in tondo,
giacchè del caos, siam sempre alla mercè.
Non metter su quel broncio che n’ti dona…
peraltro mal depone su di me
che del buffon mi togli la corona!
Se sembro sì sfrontato e irriverente
è ch’a sentir quei sai(3) …sol’ Tu perdona”.
Ma or dirovvi ciò ch’accadde realmente
quei sette giorni d’antissimi(4) anni orsono:
un qualche nume fello(5) e indisponente
volea d’un colpo prender scettro e trono
per dominar d’intero l’universo,
compreso ‘l tempo, spodestando Crono.
In quello, Dio, credendosi ormai perso
e con sol’una freccia al divin’ arco,
ch’è far daccapo ‘l dritto e pur l’inverso,
e col tempo che d’ore è sempre parco,
fè tutto storto, alla garibaldina,
il ciel, la terra e l’edenico parco(6).
E poi fu sera e di nuovo mattina,
ma n’v’era distinguo tra fanga ed acque
sì, che p’aver un’opra certosina,
vien(7) che ‘l mar si mosse e la terra tacque(8).

1. desìo: desiderio;
2. prio: primo;
3. sai: frati e clero in generale;
4. d’antissimi: di tantissimi (lic. poetica);
5. fello: cattivo;
6. edenico parco: giardino dell’Eden;
7. vien: avvenne (lic. poetica);
8. tacque: rimase ferma.

E poi fu sera e nuovamente giorno,
ma sol perché al Sol così gli piacque
e poi le stelle si poser d’adorno.
Però, l’albor ch’ivi tutto schiarì,
sì disvelò un loco disadorno
che sol con piogge abbonde rinverdì
di bei fior e frutti su prati e fronde.
E poi fu sera, e poi fu un nuovo dì.
Pur tuttavia, la vita n’si diffonde…
sull’arduo suolo nessun và o si môve.
ma sì nell’aere e più nell’acque fonde,
ov’è agio d’Àlea e Pelagio far prove(1).
E poi fu sera e poi tornò già luce
su quelle lande acconce a cose nove.
Spuntan fiere c’ugna, zocco o alluce(2)
figlie però di quee(3) con squame e piume.
Ora sì ch’è un mondo che seduce!
E poi fu sera e di nuovo s’illume(4)
la Terra che tanti trovan gradita.
Ma ecco, Ei(5) riemerger da astrali brume(6)
e al suo dinnanzi fiorir tanta vita
sì gàia e aliena a Ei che parGli insulto.
Già montaGli l’ira e n’ v’è via d’uscita
finchè Gli giunge d’ogoglio un sussulto…
d’una creatura farne il padrone
ma sempre servo Suo e del di Lui culto;
sicchè, minuto di costituzione,
con poca fronte e ridotto buonsenso
che sian d’ostacolo alla riflessione.
Indi pigliò ‘l fango e ‘l guano più denso,
poi l’impastò per farne una figura
sì ch’in confronto, Ei sembrasse immenso…
allora sì, vide cosa buona e pura!

1. Ov’è agio d’Àlea e Pelagio far prove: dove è prerogativa di Àlea (divinità del fato) e Pelagio (divinità del mare) fare prove;
2. zocco o alluce: zoccolo e àlluce (pamipedi);
3. quee: quelle;
4. s’illume: si illumina (lic. poetica);
5. Ei: Dio;
6. astrali brume: nebulose cosmiche.

E se poi, mal’ei(1) avesse fatto vero,
la colpa fia ascritta a Madre Natura,
quando non all’angiolo Lucifero.
Gioioso e fiero per quel figlio fesso,
n’ era ancor tempo d’averci pensiero,
venne però dì, che poi era lo stesso,
che nel chiamarlo uomo, si mise eretto
dicendo già d’esser divino anch’esso
e che del mondo fia ‘l signor eletto
con tale labbia(2) di modestia priva
ch’Ei già volea vederlo più rèietto.
Trasparia, poi, l’indole distruttiva
nel figlio, già chè dal Padre avea preso.
V’era urgenza di lectio educativa
che meno tronfio d’Ei l’avrebbe reso.
Sì che a domare l’bruto(3), non di meglio
ch’un fine spirto di dolcezza creso(4)
appen disceso da celeste soglio(5)
e non, come narran, da coste ossute(6)!
“Donna”, sì Ei invocò quel giglio spoglio(7),
per poi implorar con inchini a volute
“di grazia” poscia Ei proseguì “chiedo aiuto…
tra tant’opre magne ch’ho già compiute
ve n’è una nova ch’io già rifiuto
però, però, non mi convien cassarla:
ch’intanto ne sarei sì dispiaciuto
giacchè è mia prole e credo d’amarla
poi, fia com’ammetter ‘l mio fallimento,
chè, ben ten dee(8) figurar, ch’al mostrarla

1. ei; l’uomo;
2. labbia: faccia, volto;
3. Sì che a domare l’bruto: così che a domare il bruto (l’uomo e il traditore);
4. creso; ricco;
5. ciglio: sponda, argine;
6. da coste ossute: costole;
7. giglio spoglio: la nudità e la purezza di Eva;
8. chè, ben ten dee figurar: perché, ben dovresti immaginarti (rif. Inferno XX canto, 128° verso).

pria o poi verrà ‘l funesto momento
che l’useranno per mettermi in croce.
Sol tu potrai con lui, usando ‘l tuo unguento!
“Uomo”, chiamasi così, è assai feroce,
rude, cocciuto, ma anche assai fiero,
vedrai nel tuo brodo che ben si cuoce!
Tu sei Creatrice! E l’uomo rade a zero(1)!
Vi compensate come Sol e Luna,
v’amerete com’a danzar Bolero
e di due carni e alme farè(2) sol’una!”
Donna accettò, pur’anche immaginando
gli aghi del parto e l’ansie della cuna3,
ma anche dell’amor gioie sperando.
E poi fu sera, e poi di nuovo aurora.
Non so qual dì sia, giàcchè iva narrando,
mi par, però, ch’a ultimo già odora,
e mi sovvien ch’è giorno di riposo,
sicchè direi sia già venuta l’ora
di ritirarmi in modo dignitoso
pria di narrar di peggio e assai ancòra.
Or, s’ho detto qualcosa d’oltraggioso
chiedo venia, ma n’son l’adulatore
che Vossignore cercavate in me,
resto l’umile e satiro cantore
ch’ha sol voluto divertire Te!”

1. Rade a zero: distrugge;
2. Farè: farete
3. Cuna: culla;

Alessandro Genovese

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