Un brano da “Nel magnifico bosco di Mia”

0
1198

“Eccoci arrivati. Ricorda che le fate non possono farsi vedere dagli umani”, disse, fermandosi a un centinaio di metri dalla casa, sul ramo di un arbusto.

“D’accordo”, rispose, evasiva.

“Non mi hai ancora detto il tuo nome”.

“Mi chiamo Mia”.

“Piacere di conoscerti, Mia. Ma ora ti devo salutare. Stai attenta quando rientri: non ci sarò io a proteggerti!”

“D’accordo. Ciao, Gufacchiotto, e grazie!” Lui se ne volò via, nel buio della notte, mentre Mia si avvicinava un po’ di più al cascinale. Doveva trovare Alice e parlarle, ma doveva fare presto, perché non voleva che qualcuno scoprisse la sua fuga. Si fermò di nuovo, nascondendosi dietro un cespuglio. Da lì poteva vedere la casa di Alice, ma era ancora troppo lontana. Camminando rasoterra per non essere vista si avvicinò il più possibile. Sentiva le voci di alcune persone che parlavano e il suo cuore batteva a mille. Se l’avessero scoperta che avrebbe fatto? Avrebbe solo peggiorato la situazione. Ma doveva avvertire Alice, convincerla a dimenticarsi di lei, oppure cancellarle la memoria.

Nel cortile davanti alla casa c’era un grande tavolo di legno, corredato da due lunghe panchine, sulle quali stavano sedute cinque persone. Una di loro, la più piccola, era Alice. Mia pensò che gli altri dovevano essere, a rigor di logica, sua madre, suo padre e i suoi fratelli. Riusciva a vederli perché la luce, nel cortile, era accesa e la Luna, piena, quella sera, rischiarava la notte. Un delizioso profumo di cibo si spandeva tutt’intorno. Chissà cosa avevano cucinato. Sembrava però che avessero già finito di mangiare. Comunque, doveva aspettare che Alice fosse da sola per poter parlare con lei.

“Forza, ragazzi. Ora di sparecchiare!”, disse la mamma, alzandosi. Iniziò a portar via i piatti e ben presto tutti la imitarono, vuotando il tavolo. Poi i genitori si fermarono in casa, mentre i tre ragazzi uscirono di nuovo in cortile. Il giovane portava con sé uno strano marchingegno, che appoggiò su una gamba, non appena seduto. Subito dopo le sue dita lo sfiorarono, e una musica si sparse per l’aria, invadendo la radura e il bosco. Mia ristette, stupita da quelle note. Comprese che quello che il giovane aveva in mano era uno strumento musicale, sconosciuto alle fate. Lo ascoltò rapita fino a quando la musica tacque.

“Forza, a letto adesso!”, disse il giovane.

“No, ancora una, Nathan, ti prego!”, lo supplicò Alice.

“Così si chiama Nathan”, pensò Mia, sporgendosi ancora un po’ per vederlo meglio. Le note di Stairway to heaven, dei Led Zeppelin, si sparsero nella radura, ma Mia non poteva sapere che canzone fosse. Sapeva solo che era dolcissima. Le piaceva. Non aveva nulla a che fare con la musica delle fate. Ben presto, la sorella di Alice iniziò ad accompagnare Nathan con il flauto, e quando lui cominciò a cantare, la sua voce profonda la sorprese, facendole battere forte il cuore. Riusciva a capire le parole, grazie alla capacità delle fate di comprendere ogni linguaggio, compresi quelli animali, ma si rendeva conto che si trattava di un’altra lingua. Si scoprì a trattenere persino il fiato, per non perdersi neppure un istante di quella meravigliosa melodia. A parte il suono degli strumenti e la voce di Nathan, non si udiva altro nella radura.  Sembrava che tutto il bosco si fosse fermato per ascoltare. La canzone finì, lentamente. Quando l’ultima nota si perse nella notte, lasciò Mia quasi impaurita dal troppo silenzio, come se le fosse mancato all’improvviso il respiro, come se la solitudine l’avesse colta di sorpresa.