Tre etti di tritata da sugo

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Tre etti di tritata da sugo

Ho reso pubblico questo scatto qualche anno fa, ma come immaginavo purtoppo è stata cancellato immediatamente.
Nulla di male anche se fastidioso,perché mi ricorda l’atteggiamento di chi sa,  ma non vuole né parlare né ascoltare.
Eccovi il cuore di un coniglio in tutta la sua cruda perfezione.
Ho scattato personalmente questa foto e posso assicurarvi che è stato facile reperire il soggetto, il mondo è pieno di macellerie.
Me l’hanno consegnato su della carta alimentare e regalato come uno scarto.
Personalmente, lasciatemelo scrivere, sono fiero di questa fotografia, che forse non dovrebbe offendere quasi nessuno, ad eccezione degli avvezzi al tacere il vero come se questo sparisse.
Sono infatti quasi certo che chi si è sentito tanto toccato da chiederne la rimozione (per l’esattezza la seconda rimozione, la prima è stata fisica) di questo cuore, la sera taglia un petto di pollo senza pensarci.
Ed ecco il nocciolo della questione.
“Senza pensarci”.
Nel caso urtasse la sensibilità di qualcuno onestamente ne sarei sollevato,
significherebbe che per fortuna esiste una sensibilità sulla quale lavorare, condizione che soffia sulle braci di una mia speranza quasi definitivamente spenta.
Infine, se la vedesse un bambino.
Ho considerato questo poco ragionato timore la reazione peggiore perché i bambini sono ancora liberi, non hanno paura di farsi e di fare domande, il problema nasce quando noi non sappiamo cosa rispondere.
In quel caso elaboriamo una versione delicata della verità che non urti la naturale sensibilità delle loro menti giustamente bisognose d’ovatta.
Non mi piace la riscrivo.
In quel caso mentiamo, elaborando una versione parziale della verità per non dover dare spiegazioni oggettive alle loro menti assetate di risposte.
Così va meglio.
Premessa conclusa, ora provo a spiegare questa foto cosi offensiva.
Sappiamo che l’uomo mangia carne e si veste di pelli da sempre, me lo sento ripetere fino alla nausea se provo a mettere  in dubbio, anche solo per un secondo, la necessità imprescindibile di un alimentazione basata su prodotti di origine animale.
Può starmi bene, la carne si mangia.
In realtà siamo onnivori e abbiamo imparato ad utilizzare le pelli per coprirci e costruire dei ripari, ma solitamente questo aspetto passa sistematicamente in secondo piano.
Ovviamente nella nostra fase primitiva, mentre letteralmente muovevamo i primi passi, cacciavamo aggregandoci e lottando (rischiando la vita), per il sostentamento nostro e della  comunità a cui appartenevano.
Una situazione lievemente in contrasto con quella attuale, che vede ad esempio il consumo di polli essere pari a cinquattotto miliardi di esemplari l’anno.
Cinquantotto miliardi.
Che non vengono allevati, ma torturati, ingozzati e riempiti di antibiotici per resistere a condizione igieniche spaventose.
Vi invito anche solo per curiosità ad informarvi sul reale significato che si nasconde dietro le simpatiche diciture “carne ricomposta” e “carne separata meccanicamente”.
Le troverete ad esempio sulle confezioni colorate di quelle deliziose cotolette, sopra cui le galline sembrano sorridere immerse in una natura incontaminata e la presentazione del piatto con le verdurine riporta la frase “pronte in cinque minuti”.
Che ci convince all’acquisto in cinque secondi.
Un piatto veloce e gustoso anche per i nostri figli non c’è che dire.
Purtroppo mi è sembrato di capire che diversi studi condotti da ricercatori specializzati, portano a riconoscere nelle proteine animali  la pricipale causa di numerose tipologie di tumore, questo perché i tessuti connettivi e le fibre muscolari di cui la carne è composta, sono quasi identici ai nostri di tessuti.
Le parti non scisse dal nostro organismo
nei loro componenti base, vengono riconosciute dal sistema immunitario come mutate,  quindi nel caso di un organismo giovane generalmente combattute in quanto considerate “difettose”.
Se non fosse per questo fastidioso decadimento del corpo che si ostina a non voler diventare immortale, e che finisce per perdere  la sua precisione, questo involucro ingrato che con  il tempo perderà la sua capacità di preservarsi e come conseguenza attaccherà i propri tessuti non riconoscendoli, andrebbe tutto bene.
Ma questo piccolo inconveniente dell’immortalità ci mette i bastoni tra le ruote.
Per fortuna.
Osservando la questione in maniera distaccata e possibilmente neutrale, potremmo avere qualcosa da eccepire sul dogma inattaccabile del “siamo nati per mangiare carne” .
Il nostro morso, non é provvisto ad esempio di canini pronunciati, perfetti in natura per strappare i bocconi, ma in compenso siamo forniti di una serie di molari, che ci accomunano agli erbivori, utili a masticare e triturare vegetali.
L’intestino dei carnivori è decisamente
breve, caratteristica che pur permettendo il rilascio dei nutrienti, assicura un processo veloce che di fatto impedisce o perlomeno scongiura, l’assorbimento delle tossine derivate dalla decomposizione.
Il nostro di intestino al contrario è molto lungo e questo anche per facilitare l’assorbimento delle fibre vegetali.
Negli ultimi decenni abbiamo raggiunto un consumo di carne pro-capite imbarazzante, leggerezza che ha permesso la nascita crescita e proliferazione selvaggia degli allevamenti intensivi, luoghi in cui i pulcini vengono gettati nel tritacarne vivi dopo una rapida selezione diventando protagonisti inconsapevoli di uno dei video caricati su youtube.
Immagina la scena.
Ecco, se ti è venuto un brivido perché  non sapevi, informati, e sappi che è solo la punta dell iceberg.
Nel frattempo è aumentata proporzionalmente anche la diffusione di numerosissime malattie figlie del nostro luculliano stile di vita, ed io lo trovo tristemente equo.
In ogni caso, le industrie farmaceutiche hanno ed avranno di che lavorare, e noi spenderemo venti euro di sottofiletto (quello  buono mi raccomando), che in realtà potrebbe trasformarsi tra vent’ anni in una capsula da 50 mg di altretamina.
Sicuramente per qualcuno un ottimo investimento.
Certo, molte malattie sono causate dall’ aumentata esposizione ai numerosi agenti inquinanti, ma se non sbaglio buona percentuale di questi deriva direttamente dall’ allevamento, mantenimento, lavorazione, smaltimento e trasporto di carne.
Inoltre se qualcuno muore di fame magari per mancanza di terreni coltivabili, è anche perché i cereali coltivati nei loro campi vengono esportati come mangime.
Nulla di tutto questo mi ha fatto pensare allo scatto.
Perlomeno non è stato il fattore scatenante.
Sono state le creme, i deodoranti, le pellicce , gli esperimenti militari e quelli spaziali, i bracciali in cuoio le ceneri animali nelle scatolette e nelle crocchette del mio cane, il fatto che la quantità media di carne consumata oggi nei paesi ricchi doni ai fortunati fruitori di questo benessere l’equivalente di quattro terapie antibiotiche mentre nei paesi più poveri le terapie antibiotiche mancano, e gli spot messi in onda durante i pasti ci chiedono di donare due euro.
Per una terapia antibiotica.
Questo mi ha fatto chiedere un cuore di coniglio per fotografarlo.
Il completo distacco emotivo che porta a considerare la carne in maniera totalmente dissociata dall animale da cui proviene,
quindi il prosciutto crudo non sarà più la coscia disossata e stagionata di un maiale, ma “due etti di crudo grazie che lo mangio col melone, e perfavore metta i guanti in lattice”
La disinformazione nella quale Ci si culla volontariamente e la leggerezza con cui Ci si permette di decidere di non sapere, perché in quel caso saremmo di fronte ad una scelta, mi sembrano davvero aver allontanato l essere umano dall’essere un umano in ogni senso.
E un cuore di coniglio in fondo è fotografato solo per mostrare quello che succede dopo i primi dieci secondi di video, quando la maggior parte delle persone gira la testa inorridita, e senza più guardare lo schermo mi dice “spegni spegni per carità”
Io lo faccio, lo spengo,ma proprio “per carità” lo lascerei acceso.
Lo so forse è crudo.
In effetti non l’ho ne cucinato né mangiato.
Dopo averlo sfruttato l’ ho restituito alla terra.
Magari sveglia la coscienza e per alcuni è decisamente troppo.
Ma in fondo non ho mai visto un telo nero coprire un banco macelleria.
Gianluca Sonnessa
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Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.