The last dance

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The last dance, la docu-serie targata Netflix dedicata alla favola sportiva dei Chicago Bulls degli anni 90 e alla figura carismatica di Michael Jordan, racconta l’epopea della franchigia di Chicago, ridotta ad inizio anni 80 ad una sorta di circo itinerante con giocatori poco professionali e dediti a vizi di ogni genere. 

Il risultato è una Chicago distante dal basket, che riempie si e no un terzo del Palasport nonostante sia la terza metropoli americana.

Poi nel 1984 la scelta illuminante di puntare su un giovane emergente: Michael Jordan. Scelto da North Carolina fa vedere subito anche in ambito professionistico di che pasta è fatto. Allenamento dopo allenamento da giocatore talentuoso ma acerbo diventa uno dei più grandi, per qualcuno il più grande giocatore di basket di tutti i tempi.

La serie è ben fatta, e si muove a salti tra gli inizi, gli anni 80 e “the last dance”, l’ultima stagione con la squadra intera e l’allenatore Phil Jackson già in vendita per l’anno successivo. 

A spiccare è la forza mentale di Jordan, disposto a dare sempre il massimo in ogni condizione, a non mollare di un centimetro. Un vincente. Lo si capisce negli anni 80, quando, dopo essersi rotto la caviglia, i medici sconsigliavano un suo rientro in campo prematuro con un 10% di possibilità in tal caso di una seconda frattura e la fine della carriera. 

In sua assenza i Bulls fecero una stagione mediocre, ma avevano ancora la possibilità di centrare i playoff.

La società non impazziva all’idea, anche per avere più possibilità di scelta nei draft dell’anno successivo. Jordan ottenne di forza di poter giocare 7 minuti a tempo nelle ultime partite.

Non esisteva nella sua testa la possibilità di perdere apposta e spinse se e i compagni a centrare i playoff.

Era un segno di ciò che sarebbe diventato successivamente, trascinando anche grazie a Scottie Pippen e a una grande squadra guidata abilmente da Phil Jackson, i Bulls a vincere titoli su titoli e ad entrare nella leggenda.

Nella serie documentario, Jordan mostra il suo carisma, la sua classe e la sua mentalità vincente ma non arrogante. Si può essere vincenti senza essere scorretti, subdoli.

Jordan appare privo di vizi, ama giocare a carte con gli amici e stare in compagnia, riposare, allenarsi, fa vita da atleta senza alcool droghe o serate mondane (Sembra che l’unico vizio in cui cadde nei primi  anni 90 fu il gioco d’azzardo, ma ne uscì). 

Una bella serie documento, mi è piaciuta, anche la parallela parabola di Scottie Pippen, grandissimo giocatore, ma numero due al cospetto di Jordan. Interessante anche la figura del bravo ma odiato manager Jerry Krause e dei suoi contrasti con Pippen, Phil Jackson e Jordan. Belle anche le puntare dedicate ad altri due grandi di quella squadra come il folle Dennis Rodman e i’affidabile Steve Kerr.

Interessanti anche le testimonianze di avversari grandissimi come Larry Bird e Magic Johnson.

Nel complesso piacevole e consigliata non solo agli amanti del basket e dello sport, non svelo altro per non spoilerare.

L. D.