Telecamere negli asili: perché no

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Io dico no alle telecamere nelle scuole, negli asili, nelle strutture per anziani e per disabili. Semplicemente no.

Negli ultimi tempi si sono verificati tanti episodi di maltrattamento all’interno di strutture di vario genere: scolastiche, sanitarie e sociali. La soluzione per molti sarebbe quella di istallare delle simpatiche telecamere come strumento preventivo al maltrattamento. Io lavoro nella scuola da ormai dieci anni. Non sono un insegnante, sono un’educatrice che ogni giorno lavora su progetti individualizzati che hanno come obiettivo primario l’autodeterminazione dell’individuo e vi posso assicurare che non è facile. Nonostante io sia una persona equilibrata e forte, e’ capitato anche a me di attraversare momenti difficili, momenti in cui non sai se davvero riuscirai a trattenerti dal fare del male al tuo utente. Momenti in cui pensi le peggior cose per poi sentirti in colpa solo per il fatto di averle pensate. E’ difficile perché hai di fronte una persona in difficoltà e tu dovesti essere sempre paziente, capace di non scomporti mai, qualunque cosa accada. Il fatto è che siamo esseri umani e anche noi abbiamo sentimenti ed emozioni, esattamente come chi fa un lavoro diverso.

Non voglio assolutamente giustificare i comportamenti di queste insegnanti che, improvvisamente, si trasformano in carnefici verso le persone che devono accudire, sono comportamenti sbagliati e ignobili, ma spezzo una lancia in loro favore. Non sono tutte dei mostri, sono persone che vanno in bornout.

Il bornout è tipico delle professioni d’aiuto, perché? Ebbene, nella professione d’aiuto il primo strumento di lavoro per l’operatore è l’operatore stesso perché la relazione d’aiuto si crea proprio a partire dalle capacità sociali, psicologiche ed empatiche dell’operatore. Chi crede di risolvere il problema attraverso una maggiore selezione del personale si illude, poiché la persona è in continuo cambiamento e io potrei candidarmi ora per un certo incarico superando tutti i test psicologici possibili e immaginabili, tuttavia, tra diciamo sei mesi, potrei non essere piu’ idonea.

Il bornout è una carogna, si impossessa di te senza che tu riesca a rendertene conto. E qui arriviamo al punto: perché operatori con decenni di esperienza, amorevoli, empatici, professionali improvvisamente diventano indifferenti a volte violenti verso la loro utenza?

Perché non esiste una forma di tutela verso chi lavora in questi ambiti. Le professioni d’aiuto oltre ad un aggiornamento costante, necessitano di una cosa che si chiama supervisione; si tratta di incontri periodici con un terapeuta con cui si può verificare il proprio stato psicologico ed emotivo, inoltre, ci si può confrontare su strategie che possono essere d’aiuto nella gestione di una particolare situazione. La supervisione dovrebbe essere obbligatoria secondo il mio parere e offerta dalla struttura o dalla cooperativa per cui si lavora. Non è così. Tante tante strutture non offrono un bel niente, ti lasciano lì a gestire situazioni davvero difficili, abbandonata a te stessa, nella frustrazione e nell’incapacità di portare avanti una qualunque attività. Se hai bisogno di una supervisione devi pagartela. 70 euro all’ora quando è economica e con le nostre 800 euro mensili nemmeno 50 euro sarebbero ragionevoli. Per voi lo sarebbero?

Sono fermamente convinta che non serva il controllo di una telecamera per evitare il maltrattamento, anzi, la stessa telecamera potrebbe generare uno stress tale da portare il lavoratore ad essere inadeguato alla situazione. Serve invece una maggior cura dell’operatore.  Le telecamere invadono la privacy dei vostri bambini perché non sarebbe di vostra esclusiva la visione delle immagini, anche gli altri genitori li vedrebbero. In questo modo l’asilo o la struttura si trasformerebbe in una specie di grande fratello, non mi sembra una bella prospettiva. Ultima cosa: le telecamere influenzerebbero la relazione dei bambini con le insegnanti intaccando inevitabilmente la spontaneità nella relazione stessa.

Da operatrice penso che mi sentirei a disagio sapendo che nella mia aula c’è sempre qualcuno che mi spia, sicuramente i genitori dei miei bambini avrebbero da dire qualcosa rispetto ai miei metodi educativi anche laddove facciano parte di un modello teorico, non so.. il contenimento fisico potrebbe essere frainteso, visto come una pratica che lede la liberta’ del bambino quando, in realtà, non è altro che un abbraccio da dietro. Non mi sentirei più professionale,  mi sentirei considerata come una persona incapace; mi sentirei sempre sotto esame e questo mi sottoporrebbe a uno stress non indifferente che potrebbe generare tensione. Insomma, Se sapessi di essere osservata dai genitori dei miei ragazzi cambierei subito lavoro. Voi non lo fareste?

Per queste ragioni dico no alle telecamere.

E’ giusto che i famigliari di questi soggetti deboli si battano così che i loro cari possano essere sereni e sentirsi al sicuro negli ambienti che frequentano, quindi dico sì alla battaglia. Fatelo. Fatelo però nel modo giusto.

Sostenete i bravi addetti ai lavori affinchè abbiano la possibilità di essere accompagnati nella relazione d’aiuto che instaurano con i vostri figli, solo così proteggerete i vostri bambini.

P.S.