Syd, Pete e Brian, tra rimpianto e leggenda

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La storia della musica è ricca di aneddoti e misteri, tre dei quali riguardano i “mancati” protagonisti di tre delle band più importanti di sempre. Parliamo di Syd Barret, Pete Best e Brian Jones.

Questi avrebbero potuto essere parte integrante in modo continuativo di Pink Floyd, Beatles e Rolling Stones. Ma non accadde. Oggi per Leggende musicali racconteremo un pò di loro anche se I fan e appassionati conosceranno già queste vicende.

SYD BARRET, genio e sregolatezza

Syd Barrett, foto d’epoca da filkr

Partiamo dal primo, ovvero Roger Keith “Syd” Barrett, un cantautore, chitarrista, compositore e pittore, originario di Cambridge e fondatore e leader, nella prima fase, dei Pink Floyd.

La sua leadership, però, durò solo tre anni, dal 1965 al 1968, quando Syd lasciò il gruppo, per ritirarsi in seguito, dopo una breve carriera solista.

Barrett, fino alla morte nel 2006, si dedicò alla pittura e al giardinaggio, fuggendo e disinteressandosi totalmente della popolarità e del successo e facendosi vedere sempre meno in pubblico. 

In un certo senso proprio questa sua follia e allergia al pubblico lo hanno reso una leggenda. Mi ha sempre affascinato come personaggio, nella sua follia e irrequietezza.

Dopo i Pink Floyd provò, in una prima fase a muoversi da solista coi due album The Madcap Laughts e Barrett, risalenti al 1970, ma poi desistette, continuando però ad influenzare pesantemente la produzione dei Pink Floyd, che rimasero turbati dalla sua vicenda.

The Dark Side of the Moon, Wish you were here e The Wall risentono in modo importante della vicenda Barrett, secondo gran parte della critica musicale ( cosa peraltro ammessa dagli altri membri della band ).

In poco tempo le sue innovazioni come le dissonanze, le distorsioni, i feedback, ebbero un forte impatto anche su altri musicisti del tempo come David Bowie, Brian Eno, Jimmy Page e tanti altri.

Il personaggio

C’è poi il personaggio Barrett ad aver affascinato ed inquietato il mondo della musica e non solo, con la sua travagliata vicenda.

Quarto di cinque figli, era figlio di Max, un anatomista appassionato di pittura e di funghi oltre che di musica (suonava nella Cambridge Philharmonic Society).

Anche Syd aveva diverse passioni e fino a 14 anni per lui la musica era in secondo piano, dopo la scrittura e il disegno. Amava i giochi di parole e altri espedienti letterari, tra cui onomatopee e assonanze. Edward Lear, specialista del nonsense era il suo idolo letterario.

Ma dopo i 14 anni la sua passione per la musica crebbe, anche grazie al fratello Alan, che suonava il sax.

Passò in rassegna diversi strumenti. Prima l’ukulele, poi il banjo, fino alla chitarra. Seguiva un po’ tutto il rock ma soprattutto la corrente di Bo Diddley.

A 14 anni iniziò a suonare la chitarra folk, con l’amico John Gordon. In questo periodo strinse amicizia con un batterista chiamato Sid Barrett. I frequentatori del locale chiamavano entrambi “Sid”, ma per differenziare Roger dal batterista sostituirono la i con una y.

Ma Syd non fu l’unico soprannome dato a Barrett. A scuola era conosciuto come Syd the BeatSyd-Knee e Sydernee

Negli ann 60 chi frequentava Cambridge, gia dai 14 anni, spesso sperimentava droghe come speed e cannabis e dal 1963 arrivò anche l’LSD, il primo degli allucinogeni a prendere il largo.

La Swinging London però era un richiamo, e il 1961 accaddero diverse cose che segnarono Barrett. Iniziò la relazione con Libby, comprò la prima chitarra elettrica e assistette alla morte del padre Max. Presto casa Barrett divenne il quartier generale per la sua prima band: i Geoff Mott and the Mottoes. 

Roger Waters, amico di Barrett, si univa al gruppo di tanto in tanto per suonare il basso. Il gruppo che faceva cover di rhythm and blues  si sciolse presto.

Roger e Syd pensarono di mettere su un nuovo gruppo, ma vi riuscirono solo nel 1965. Intanto Syd compose due delle sue prime canzoni: Golden Hair ed Effervescing Elephant, la prima tratta dal Chamber Music di James Joyce e la seconda da un testo di Lear.

La personalità di Syd era già particolare, l’unica a capirlo completamente era la fidanzata, Libby Gausden. Il giovane dipingeva e componeva, giocando su non-sense e assonanze. Tuttavia dopo un po’ Barrett e la Gausden si lasciarono, erano troppo diversi:

Il primo strappo importante per Syd fu questo, la Gausden era una brava ragazza proveniente da una buona famiglia, mentre Barrett era un beat, fuori dalle righe. Lei era il suo contrappeso e Syd la ricorderà nell’album “The Madcap Laughts”.

Barrett era irrequieto di natura, da sempre. Al college fece amicizia con il chitarrista John Gordon e con l’amico d’infanzia David Gilmour che ne frattempo era diventato un “Signor musicista”.

Gilmour e Gordon e altri musicisti ex Mottoes crearono i Joker’s Wild, una band che eseguiva cover soprattutto dei Four Season e dei Beach Boys.

Gli inizi e la Fender Esquire specchiata

All’Art School aveva tempo per dipingere e per suonare, così Barrett creò una band insieme a Waters e Klose. I due avevano già iniziato senza di lui, unendosi ad altri studenti e creando i Sigma 6 e suonando durante alcune feste al college.

Dall’arrivo di Barrett il gruppo divenne noto come Spectrum Five. Questa prima band aveva Waters al basso, Klose alla chitarra e due colleghi di Waters alla tastiera e alla batteria: Richard Wright e Nick Mason.

Barrett era invece alla chitarra ritmica e sostituiva Chris Dennis. La cantante Juliet Gale, poi moglie di Wright, partecipava in qualche occasione come corista.

Contento di aver raggiunto uno dei suoi sogni, far parte di una band, Barrett comprò una Fender Esquire. La chitarra era ornata da piccoli specchi circolari, che la resero famosa. In molti notarono che Barrett recitava un ruolo, senza viverlo appieno, erano i primi segnali di qualcosa che non andava in lui.

In seguito la band conobbe Mike Leonard, un tecnico delle luci che mise a loro disposizione la propria abitazione a Highgate. Mike accompagnava con i cosiddetti light shows proiettati su una parete della casa o sulla band stessa, tutte le performance del gruppo.

Nella residenza di Highgate, Syd iniziò a comporre alcune canzoni come Astronomy Domine.

In ciò lo aiutarono i molteplici libri e la raccolta di suoni incisi su nastro resi disponibili da Leonard. Questi suoni e queste informazioni furono fondamentali per la nascita di svariate canzoni del primo album del gruppo, The Piper at the Gates of Dawn.

A testimonianza della sregolatezza di Barrett la nascita del nome Pink Floyd e altri aneddoti. Il nome Pink Floyd lo creò lui, dal nome di due dei suoi bluesmen preferiti Pink Anderson e Floyd Council.

Barrett disse alla stampa che il nome gli era stato suggerito da alieni, mentre Pink e Floyd erano anche i nomi dei suoi due gatti….

Chiamò Floyd persino il furgone per trasportare l’attrezzatura da un concerto all’altro dove Barrett dipinse sul parafango il nome Pink Floyd con vernice nera e rosa.

Nell’estate del 1965 i P.F. composero i primi bootleg, due canzoni composte da Barrett e Klose: Lucy Leave e la cover di (I’m A) King Bee di Slim Harpo che già era stata incisa l’anno precedente dai Rolling Stones.

Lo stile che la band stava acquisendo e la  follia dell’ultima trovata di Syd, la canzone Bike indussero il primo chitarrista Bob Klose, un vero purista di musica blues, ad abbandonare il gruppo.

Barrett di lì a breve tornò a Cambridge, dove iniziò una relazione con Lindsay Corner e partecipò ad un film amatoriale di Nigel Lesmoir-Gordon: Syd’s First Trip, in cui Syd Barrett assume droghe di ogni genere.

Barrett continuò a scrivere canzoni. In quel periodo fù influenzato dai gruppi che ascoltava i Mothers of Invention, i Byrds e i Fugs. Seguì un periodo sentimentale complicato per Syd che si lasciò più volte con Lindsay. Frequentò temporaneamente Jenny Spires (la Jennifer Gentle di Lucifer Sam ) e Kari-Ann Moller.

I Pink Floyd si esibivano prevalentemente nei locali della scena underground, ma poi, dopo il 1965, attraverso Nigel Lesmoir-Gordon, conobbero il promoter Steve Stollman, che li ingaggiò per una serie di cconcerti presso il Marquee Club di Londra.

Già ad aprile del 1966, contavano su fan d’eccezione come David Bowie, Malcolm McLaren, futuro manager dei Sex Pistols. Ma anche Peter Jenner e Andrew King, due imprenditori di etichette musicali indipendenti che ne capirono il potenziale commerciale e gli offrirono un contratto.

Gli spettacoli e i concerti, soprattutto a Londra, divennero sempre più frequenti. E anche bizzarri. Si ricordano scene memorabili, come  all’inaugurazione dell’International Times, dove, oltre all’abbondante quantità di LSD, acidi e altri generi di droghe, si esibì Paul McCartney vestito da sceicco arabo e Marianne Faithfull travestita da suora.

La creatività di Barrett ovviamente volava e nacquero la ballata psichedelica Matilda Mother, e il classico Emily Play.

Barrett si dimostrò un abile performer ma dava già segni di cedimento. Quando nel 1967 a seguito del successo ottenuto nei concerti, il gruppo divenne ospite fisso all’Ufo Club di Londra, Joe Boyd, amico di Peter Jenner, portò i Pink Floyd in sala di registrazione.

Era gennaio e registrarono il loro primo 45 giri per la EMI. Il lato A del singolo fu Arnold Layne, un pezzo che Barrett scrisse ispirandosi ad un personaggio realmente esistito, vissuto a Cambridge, mentre il lato B era una rivisitazione di Let’s Roll Another One, intitolata Candy and a Currant Bun. 

Tra video, impegni promozionali, concerti, e la continua richiesta di nuovo materiale da parte della casa discografica, Barrett iniziò ad essere esausto.

Sue Kingsford, un amica di Barrett, dichiarò che in quel periodo Syd si recava spesso da uno spacciatore di LSD, tal “capitan Bob Andrew Rawlinson”, suo conoscente. Si trattava di acido molto potente, e Syd ne assunse in quantità eccessiva. 

A queste dosi già pesanti, Barrett aggiungeva cannabis e Mandrax, un farmaco che, assunto con alcool ha effetti simili alla morfina. 

Le stravaganze e follie di Barrett durante le prove, mettevano sempre più in difficoltà produttore e band.

Inoltre Boyd affermò: ” Mentre gli altri membri del gruppo erano amichevoli, lui mi guardava negli occhi […] e nel suo sguardo non c’era un singolo battito di ciglia o un accenno di vitalità: come se non ci fosse nessuno in casa “.

La follia di Barrett avanzava, iniziò a presentarsi in studio in pigiama, annunciò di non volere più partecipare alla trasmissione televisiva perché «se non lo faceva JohnLennon, perché lui avrebbe dovuto?»

Di lì a poco, Barrett iniziò ad esibire quest’atteggiamento anche dal vivo. A volte, mentre il resto della band suonava un pezzo, Syd si sedeva vicino ad un amplificatore, scordava la chitarra all’inverosimile e stava per tutta la durata del concerto fermo ad agitare il plettro su una nota.

Era fuori controllo, non cantava nemmeno più. Di lì a poco Syd divenne gravemente malato, e lui stesso lo comprese.

Il successo crescente spingeva la EMI a richiedere nuovo materiale che Barrett non era più in grado di creare. Gli pagarono persino una vacanza a Formentera, ma al ritorno Barrett si nascose dalla EMI nei De Lane Lea Studios a Kingsway, sfruttando quel tempo per comporre un nuovo singolo.

Un tentativo fu la lunatica Vegetable Man, una canzone spesso citata come prova della sua malattia mentale. Ma se le stravaganze dei singoli di Barrett rimanevano tollerabili, il gruppo iniziò a non sopportare il comportamento del suo frontman, sempre più ingestibile. 

In A Saucerful of Secrets Barrett riuscì ancora, con una certa difficoltà, a dare un suo contributo, riuscendo a fatica a tenere a bada le richiesta della casa discografica.

Nel successivo tour americano i comportamenti sempre ingestibili di Barrett, che in una occasione non era riuscito ad seguire il playback in una trasmissione, in un’altra aveva dato di matto, poi aveva abbandonato un concerto per scappare a bordo di una Cadillac verso l’ignoto, spinsero Waters e King a risolvere il problema.

Lindsay Corner ricordò in seguito che Syd iniziò a chiudersi sempre di più e a diventare di giorno in giorno sempre più strano, non era più minimamente interessato a suonare.

Nel dicembre del 1967, Barrett, Waters chiese al chitarrista David Gilmour, vecchio amico di Barrett, di unirsi ai Floyd come chitarrista di supporto.

Ma Barrett non fu fatto fuori ancora, troppo era il talento e la riconoscenza del resto del gruppo. Gilmour entrò a far parte della band come chitarra solista, mentre a Syd furono assegnati voce e chitarra ritmica.

Gilmour entrò ufficialmente nella band il 3 gennaio 1968. Barrett rimase indifferente,  almeno all’inizio. Finché Barrett si recò in sala prove e annunciò di avere composto una canzone intitolata Have You Got It, Yet?

Secondo l’idea di Barrett, lui doveva cantare Have You Got It, Yet? , mentre Waters doveva rispondere No!, il tutto ad un ritmo molto soft e lento.

Tuttavia Barrett iniziò a suonare la canzone con la chitarra scordata e cambiò tonalità sempre di più, sino a quando Waters non riuscì più a seguirlo. Waters rivelerà più in là nel tempo ciò che aveva pensato qualche ora dopo aver assistito a quella scena, ovvero che secondo lui, Barrett voleva e desiderava non essere compreso. E così il resto del gruppo iniziò ad abbandonarlo.

Syd possedeva ancora la scaletta dei concerti, e qualche settimana dopo si presentò all’Imperial College, per una loro esibizione dal vivo. Roger Waters la sofferenza del gruppo nel doverlo, di fatto, cacciare.

Barrett uscì ufficialmente dalla band il 6 aprile 1968, nonostante I tentativi vani di affidargli un ruolo di compositore. I suoi manager Jenner e King non lo abbandonarono e avevano più fiducia nella carriera musicale di Syd che in quella del resto dei Pink Floyd

In seguito ebbe una breve carriera da solista e venne profondamente trascinato dalla follia che coinvolse anche la sua vita privata, nonostante le premure della compagna Lindsay Corner e degli ex compagni.

Frequentò anche una ragazza eschimese, Iggy, presente nella canzone di Barrett Dark Globe nella frase («with Eskimo chain / I tattered my brain all the way»), e nelle foto interne della copertina di The Madcap Laughs.

Tra vita sregolata e cattive frequentazioni, Syd iniziò ad aggiungere anche eroina ad hashish e metaqualone. Syd si era perso, tra vizi, eccessi e follia.

Nei suoi album da solista lo stile di Barrett era cambiato, con tracce più acustiche e meno psichedeliche.

Si avvertiva ancora, almeno a tratti, il suo grande talento, come il 24 febbraio 1970, qiando Barrett registrò una sessione radiofonica con il suo amico David Gilmour al basso e Jerry Shirley alla batteria.

Gilmour ricorda che quel giorno Syd fu strepitoso: Gilmour fu talmente impressionato dalle capacità che Syd dimostrò in quell’occasione, da convincersi a produrre il suo secondo LP, al quale partecipò in veste di tastierista Rick Wright Tra le out-take dell’album, Bob Dylan Blues, un album di qualità.

Il resto della vita di Barrett è un insieme di aneddoti con la follia sempre protagonista.

Iniziò a sostenere di voler diventare un medico, come il padre, e di voler fare coppia fissa con Gala.

La madre di Syd organizzò una cena per fare incontrare i genitori dei ragazzi. Durante la cena, Syd nel bel mezzo di un discorso con Gala, le gettò addosso della salsa di pomodoro, senza che nessuno gli dicesse nulla. Poi, quando arrivarono all’arrosto, Barrett si alzò da tavola e si chiuse in bagno e si accorciò la zazzera a metà.

Poi Barrett diventò sempre più ossessivo nei confronti di Gala, finché la storia naufragò.

Barrett non è mai stato dimenticato dalla sua band, in molti pezzi ci sono continui riferimenti a Barrett, come in Shine On You Crazy Diamond:

“Remember when you were young
You shone like the sun
Shine on you crazy diamond
Now there’s a look in your eyes
Like black holes in the sky “

Syd Barrett morì a Cambridge il 7 luglio 2006.

La sua storia resta una delle più assurde della storia della musica, uno dei più grandi esempi di potenziale inespresso e allo stesso tempo una vicenda che non ha mai smesso di affascinare e colpire.

PETE BEST, l’incompreso

Pete Best, foto d’epoca tratta da filkr

Randolph Peter “Pete” Best, nato in India, a Chennai o Madras che si voglia, una delle città più importanti della penisola assieme a Delhi, Bombay e Calcutta il 24 novembre 1941, è un altro esempio di carriera troncata e gloria sfiorata.

Si tratta di un batterista britannico, non uno qualunque, ma il primo batterista dei Beatles, per due anni, dal 12 agosto 1960 al 16 agosto 1962, quando venne sostituito da Ringo Starr, che assieme a John Lennon, Paul McCarthy e George Harrison diventò uno dei quattro.

Pete era il figlio maggiore di Mona Best ( ideatrice del club The Casbah), Pete era un discreto batterista e suonava con i Blackjacks, ospiti fissi del locale dopo i Quarrymen.

Allan Williams, manager dei Beatles (che in quel momento erano proprio i Quarrymen), decise, per la tournée di Amburgo, per dare stabilità al gruppo, di ingaggiare alla batteria  proprio Pete.

Ad Amburgo Best si esibì assieme a Lennon, McCartney, Harrison e Sutcliffe. Già ad Amburgo cominciò a evidenziarsi un’incrinatura fra Best e il resto del gruppo.
 

Pete aveva un carattere molto riservato e taciturno. Questo non creava armonia col resto del gruppo, dall’atteggiamento decisamente più estroverso e dirompente.

Lo si notava anche dell’abbigliamento, mentre gli altri indossavano abiti uguali sul palco, Pete suonava sempre in maniche di camicia. Best fu anche l’unico a non adottare la nuova pettinatura suggerita da Astrid Kirchherr. 

Tuttavia, Pete Best si era rivelato un elemento fondamentale dei Beatles anche per la loro ascesa. La madre di Pete gestiva il gruppo, era una sorta di manager morale aggiunta per quello che lei definiva il “gruppo di Pete”.

Forniva supporto morale e materiale, spostando a Liverpool il quartier generale del Casbah e donando un telefono fisso e un furgone per gli spostamenti del gruppo.

Best, che ad Amburgo aveva creato uno stile strumentale tutto suo che gli aveva procurato il nome di “Atom Beat” era molto popolare a Liverpool per via del suo aspetto tenebroso che gli creava schiere di ammiratrici.

Ma questo non fu sufficiente, il 6 giugno 1962, i Beatles furono convocati ad Abbey Road per un provino.  George Martin ritenne Best l’anello debole del gruppo, e pretese da Brian Epstein che fosse sostituito.

Inoltre le ragazze durante i concerti urlavano il suo nome, lo pedinavano e seguivano nei camerini e non perdevano occasione per mostrargli la loro infatuazione. In alcuni concerti fu addirittura cambiato l’assetto sul palco, spostando la batteria più avanti, per rendere Pete più visibile alle fans.

Un tempo era soprattutto Paul a riscuotere il maggior successo su quella fetta di pubblico, e si sentì messo da parte, inoltre Pete non seguì il gruppo nell’uso di anfetamine e non stava alle burle di John, essendo particolarmente schivo.

Nell’agosto 1962 Best venne licenziato e sostituito da Ringo Starr, allora batterista del gruppo Rory Storm and The Hurricanes. In molti sostengono che il suo allontanamento non fu legato al suo carattere schivo e taciturno ma a gelosie interne al gruppo dovute anche al suo successo che offuscava gli altri tre.

John Lennon affermò anni dopo:

Ci comportammo da vigliacchi quando si trattò di cacciarlo“.

I fan non furono contenti e il manager Neil Aspinall si oppose, rifiutandosi di occuparsi del montaggio e dello smontaggio della batteria di Ringo Starr. 

Insomma non fu un distacco a cuor leggero. Pete continuò a suonare in altri gruppi minori seguito da Epstein e altri manager che non lo mollarono. La sua carriera ebbe toni minori, lavorò anche come impiegato all’ufficio di collocamento, ma ottenne anche risarcimenti importanti a seguito di quel doloroso licenziamento.

Di fatto, poche figure nella storia della musica creano uno stato di sconforto e amarezza come quella di Pete Best. Di fatto in fase iniziale è stato un membro essenziale del gruppo più impor tante di sempre per poi essere cacciato poco prima dell’ascesa del gruppo.

Molti lo considerano il re dei falliti, altri un eroe incompreso, in realtà lui sostiene spesso di aver vissuto una vita personale felice, nonostante si sia ridotto a lavorare in un grigio ufficio di collocamento di Liverpool, nonostante sia stato ad un passo dall’essere il quinto Beatles.

 

Quinto Beatles?

Per molti è lui il quinto beatle per altri è lo sfortunato Stuart Stuttcliffe, il bassista, che aveva abbandonato la band trasferendosi in Germania e dedicarsi agli studi artistici.

La sua carriera da pittore però non poté nemmeno iniziare in quanto il 10 aprile del 1962 morì per un’emorragia cerebrale, a 21 anni. Per altri ancora Billie Preston (quinto beatles e sesto Stones contemporaneamente, avendo suonato anche coi Rolling Stones), fu il quinto nell’album Let it be, polistrumentista e amico di Harrison, persino accreditato con gli altri 4 sul singolo Get Back.

Secondo altri ancora il quinto Beatles fu Brian Epstein, per altri George Martin. Insomma, sul quinto beatle meglio non dilungarsi troppo perché la questione è stata trattata in abbondanza.

Il risarcimento

A metà anni Novanta, in occasione dell’uscita dell’Anthology 1, ovvero una raccolta di demo e inediti dei Beatles che comprendeva anche alcune versioni di brani con Pete alla batteria, Pete Best ricevette un assegno da 8 milioni di dollari che cambiò la sua esistenza sia economicamente che moralmente. Il rimpianto si trasformò nell’orgoglio di aver suonato, anche se per solo 2 anni, nei Beatles.

La sua divenne anche una figura di culto e iniziò ad essere invitato a diversi eventi in onore dei Beatles e concerti personali, dietro lauti pagamenti.

Insomma, tutto sommato non se l’è passata male, ma resta anche questa una figura che avrebbe potuto cambiare la storia dei Beatles, in positivo?, in negativo? Non lo si saprà mai, ma tant’è.

 BRIAN JONES, spirito ribelle 

Foto d’epoca, tratta da filkr

Ed eccoci al terzo “uomo dei rimpianti”, Lewis Brian Hopkin Jones, o semplicemente Brian Jones, uno dei fondatori dei Rolling Stones. Originario di Celthenham, nel Glouchestershire, dove nacque durante la seconda guerra mondiale da Lewis Blount e Louisa Beatrice Jones.

I due discendevano da famiglie borghesi originarie del Galles. Ebbe due sorelle, Pamela e Barbara, la prima morta piccolissima di leucemia.

I suoi genitori erano molto appassionati di musica. Il padre, ingegnere aeronautico, suonava organo e pianoforte e faceva parte del coro della chiesa della città. La madre era un’insegnante di pianoforte. Fu lei ad iniziare Brian alla musica e al piano. 

Brian si dimostrò presto al di sopra delle competenze della madre, il livello andava alzato, visto i progressi e il talento dimostrato. Imparò subito a leggere la musica, iniziando a suonare il clarinetto dove dimostrò subito grande abilità.

Ma ognuno ha una stella cometa che possa indicargli la via, nel caso di Brian si è trattato del musicista jazz Charlie Parker, che Brian ascoltò per la prima volta nel 1957. Grazie a Parker Brian rimase folgorato dal jazz e chiese ai genitori un sassofono come regalo.

Le grandi capacità di Brian lo portavano ad agire in modo ossessivo con ogni strumento che imparava a suonare. Jones inizialmente li suonava in modo continuo e fino allo sfinimento, fino a che non sviluppava un senso di noia che lo spingeva a cambiare strumento e imparare ad usarne un altro.

Poco più tardi ebbe in regalo una chitarra folk per il suo compleanno. Brian era pure molto bravo nelle materie scolastiche, dove, senza grossi sforzi, otteneva ottimi risultati.

Tuttavia l’eccessiva formalità scolastica non gli piaceva e infatti venne sospeso un paio di volte ed aveva ottenuto una certa fama di ribelle. Non portava l’uniforme della scuola, e prevoca a I professori col suo atteggiamento.

Nella primavera del 1959, all’età di 17 anni, Jones mise incinta la sua ragazza, una studentessa di Cheltenham di 16 anni, Valerie Corbett. Lei era di quattro mesi più giovane di Brian e lui provò a convincerla ad abortire.

Dopo questa occasione ella non volle avere più vedere Brian. Valerie partorì il bambino e lo diede in adozione. Il bambino, Simon, venne affidato a una coppia poco dopo la sua nascita. Brian abbandonò la scuola e lasciò la sua casa, viaggiando nel nord Europa durante i mesi estivi.

Per un periodo visse suonando per le strade e alloggiando in posti di fortuna. Il figlio Simon non conobbe mai il suo padre naturale.

Per capire il seguito e la personalità di Brian, più ancora che nei casi di Best e Syd, risulta importante questa parte della sua vita che denota un animo irrequieto, ribelle.

Il suo continuo fluttuare tra generi musicali portò Jones ad interessarsi a diversi generi musicali come la musica classica, il blues, ma anche il country, il jazz e il rock and roll.

Iniziò a suonare blues e jazz spendendo buona parte del guadagnato in strumenti musicali, poi aveva il vizio di compiere piccoli furti per comprarsi le sigarette, sporcandosi la fedina penale. 

Nonostante l’esperienza negativa col primo figlio, Jones perseverò con un secondo, nato dopo una relazione di una notte con una donna sposata e un terzo figlio, avuto nell’ottobre del 1961, che Jones chiamò Julian Mark Andrews e che ebbe con la fidanzata Pat Andrews.

Il giorno che nacque il bambino, Brian vendette la sua collezione di dischi per comprare dei fiori per Pat e i vestiti per il neonato, l’intento era vivere con loro per un pò. Volle provarci.

Ovviamente l’idillio durò poco e Jones lasciò definitivamente Cheltenham spostandosi a Londra, dove conobbe musicisti e personaggi dell’ambiente Rhythm and blues di Londra. Divenne un ottimo musicista blues, con lo pseudonimo di Elmo Lewis.

Jones fu uno dei primi chitarristi nel Regno Unito a usare la slide guitar. Nel 1962, Jones ingaggiò Ian Stewart e il cantante Mick Jagger che portò con sé l’amico d’infanzia Keith Richards, il quali si inserì subito molto bene nel gruppo.

Keith però col suo stile alla Chuck Berry non si sposava bene con un paio di membri della band come Brian Knight e Geoff Bradford, che uscirono così dal gruppo.

Brian Jones, come poi ammise Richards inventò il nome The Rolling Stones, fu lui in pratica a creare e nominare una delle band più importanti di sempre.

L’esordio degli Stones avvenne il 12 luglio 1962 con Jagger, Richards, Jones, Stewart e il bassista Dick Taylor oltre al batterista Tony Chapman.

Jones, Jagger e Richards si stabilirono in un appartamento in affitto a Londra al  numero 102 di Edith Grove. Qui convissero con James Phelge, futuro fotografo legato ai Rolling Stones.

Jones e Richards suonavano per giorni interi la chitarra e ascoltavano dischi blues, inoltre divisero e condivisero esperienze e informazioni, ad esempio è noto che Jagger imparò da Jones a suonare alcuni strumenti.

Poi scelsero un bassista e un batterista: Bill Wyman coi suoi due amplificatori VOX AC30 e Charlie Watts, di scuola jazz, tra i migliori batteristi londinesi del tempo.

Così nacquero i Rolling Stones che suonarono nei locali blues e nei Jazz club di Londra dove si fecero un gran seguito visto il loro blues innovativo rispetto al classico jazz.

Le figure di Jones e Jagger furono inizialmente dominanti, con Jagger organizzatore, Jones uomo immagine e pr del gruppo oltre che leader. Ma Jones era anche un pezzo da 90 sul palco, grande intrattenitore del pubblico, essendo polistrumentista. Suonava chitarra, slide guitar, armonica a bocca e cantava.

Inizialmente si dimostrava persino più spigliato sul palco di Mick Jagger, notoriamente uno dei migliori performer di tutti i tempi.

Jones si “autoriconosceva” per questo 5 sterline in più degli altri e ciò non era visto di buon occhio.

Dal successo degli Stones all’allontanamento di Jones

Gli Stones erano ormai una band affermata e ingaggiarono due manager: Andrew Loog Oldham ed Eric Eastman. Oldham, fan di Arancia meccanica scelse un immagine per il gruppo trasgressiva, almeno rispetto ai rivali Beatles e mise da parte il tastierista Ian Stewart, il sesto, sei erano troppi. Stewart continuò comunque a suonare e collaborare con gli Stones e di fatto ne rimase un membro fino al 1985, quando morì.

Oldham volle inoltre spostare il centro del gruppo da Jones a Jagger e Richards. Inoltre si diressero verso pezzi propri anziché cover, sulla falsa riga del trio Lennon-McCartney-Harrison.

Dunque meno cover, più pezzi propri e ruolo marginale di Jones, almeno a livello manageriale.

Il 23 luglio 1964 nacque il quarto figlio di Jones, questa volta con la sua fidanzata Linda Lawrence. Jones lo chiamò Julian Brian Lawrence. Jones affermò di aver chiamato chiamò i suoi due figli Julian come il sassofonista Julian Cannonball Adderley.

Joones continuava la sua perenne sperimentazione musicale. Gli Stones avevano ormai mezzi importanti e potevano permettersi studi di registrazione di alto livello e questo portò Jones ad una sperimentazione estrema di tanti strumenti a corda e fiato.

Jones Polistrumentista 

Brian Jones era un ottimo musicista, adorava la musica, in particolare sperimentare gli strumenti. Ne sapeva utilizzare tanti:

  • a corda: Dulcimer, chitarra, tambura, sitar;
  • a tasti: pianoforte, mellotron, organo;
  • a fiato: clarinetto, sax, flauto dolce, armonica a bocca;
  • altri: marimba, xilofono etc..

Le sue chitarre, in particolare slide guitar, sono basilari nelle produzioni dei primi Stones. Ma tutti gli altri strumenti che sapeva suonare contribuirono ai primi successi del gruppo in modo fondamentale.

Il binomio Jones – Richards fu eccellente nell’uso completare di due chitarre o “tessitura di chitarre ” o “Chicago style”, uno dei marchi di fabbrica dei Rolling Stones in tutta la loro carriera. Tecnicamente i due chitarristi suonavano la parte di chitarra ritmica e quella solistica nello stesso momento, senza differenza di stile.

Richards rivelò che i due si ispirarono ai gruppi blues di Chicago anni ’50. 

Tuttavia negli anni il contributo di Brian fu sempre minore, fino quasi a svanire.

Brian allontanato dai Rolling Stones 

Sregolatezza, soldi, fama e isolamento dal resto del gruppo portarono Brian a rifugiarsi nell’abuso di droghe varie e alcool. Un punto in comune con Syd Barrett. 

Va detto che Brian era già di suo un pò cagionevole di salute, soffriva di una forte asma tra le altre cose. Diverse volte finì in ospedale, mentre il resto della band era altrove. Ciò contribuì alla sua paranoia e separazione sempre più marcata dai compagni.

Poi gli arresti per droga dal maggio 1967 in poi. Il suo talento è la sua presenza era sempre evidente, come nel giugno del 1967, dove partecipò al Festival di Monterey assieme all’attuale fidanzata e cantante Nico.

Si esibì con Frank Zappa e Dennis Hopper e presentò i Jimi Hendrix Experience spopolando al festival da protagonista.

Ma purtroppo i suoi sbalzi di umore lo rendevano intrattabile e ostile al resto del gruppo.

Bill Wyman sul suo libro Stone Alone:

“C’erano due Brian…uno introverso, timido, sensibile, profondo… l’altro era un pavone agghindato, gregario, artistico, sempre con il disperato bisogno di sicurezze dai suoi colleghi… spingeva ogni sua amicizia al limite e oltre”

Il graduale declino dell’apporto di Jones col resto del gruppo iniziò intorno al 1967 e andò avanti fino a maggio del 1968, quando incise l’ultimo vero contributo alle canzoni dei Rolling Stones.

L’uso di Mandrax Quaalude, una droga popolare al tempo lo rese ancora più assente. Si allontanò dagli Stones ma mantenne rapporti con i vari Jim Morrison, John Lennon, Jimi Hendrix, Steve Marriott, George Harrison e Bob Dylan. Musicisti qualunque insomma.

Quindi fu quasi più lui ad andarsene o.a farsi cacciare come raccontò all’epoca:

“Non sono più in sintonia con gli altri sui dischi che stiamo facendo. Non comunichiamo più dal punto di vista musicale. La musica degli Stones non è più di mio gusto. E io desidero suonare il mio tipo di musica, piuttosto che quello degli altri, anche se certo apprezzo le loro idee musicali. L’unica soluzione era quella di separarci, ma in ogni caso resteremo amici. Voglio bene a quei ragazzi”

La lite con Anita Pallenberg che lo lasciò per Richards complicò i rapporti tra i due musicisti.

Nell’album Beggars Banquet e in particolare in Jumping Jack Flash Brian mise l’ultimo timbro personale sulla musica dei Rolling Stones, per poi abbandonare il gruppo in modo definitivo.

L’ultima apparizione ufficiale con gli Stones ci fu nel dicembre del 1968 al The Rolling Stones Rock and Roll Circus dove partecipavano anche Jethro Tull, The Who, Taj Mahal e dove Jones sembrò quasi un ectoplasma sul palco, assente, perso.

Nell’ultimo periodo Jones ebbe molte collaborazioni coi Beatles, con Jimi Hendrix e altri grandi musicisti dell’epoca come Jimmy Page.

Nell’estate del 1968, Jones registrò persino una ensemble di musicisti marocchini, “Master Musicians of Jajouka”, pubblicata poi nel 1971, che diventerà una pietra miliare della World music.

La morte prematura 

Nel maggio 1968 ci fu un nuovo arresto per droga. Gli Stones volevano intraprendere un tour negli Stati Uniti nel 1969, ma il secondo arresto di Jones incrementò a dismisura i problemi con l’ufficio immigrazione degli Stati Uniti. Poi, Jones non si presentava nemmeno più alle prove.

L’8 giugno 1969, Brian ricevette una visita da Mick Jagger, Keith Richards e Charlie Watts che gli comunicarono che il gruppo da lui fondato sarebbe andato avanti senza la sua presenza, dopo lo stop Usa al visto per Jones.

Jones rilasciò un’intervista il 9 giugno in cui annunciava il suo ritiro dal gruppo. In realtà lo avevano cacciato, ma in effetti era stato lui, col suo comportamento a farsi cacciare.

Brian fu rimpiazzato dal chitarrista ventenne Mick Taylor che iniziò subito le registrazioni con gli Stones.

L’ultima fotografia fattagli nel giugno 1969 appena dopo la rottura con i Rolling Stones mostrava un Jones fisicamente a pezzi: gonfio con occhi scavati, stanco. Mentalmentesembrava però sollevato.

Intorno alla mezzanotte del 3 luglio 1969, Brian Jones venne trovato immobile sul fondo della sua piscina nella sua casa del Sussex.

La sua fidanzata del tempo, Anna Wohlin disse che Brian, quando fu trovato, era ancora vivo.

Ma quando i dottori arrivarono, era troppo tardi per Brian e fu dichiarato deceduto sul posto. Venne dichiarato “morto per incidente” visto anche che il suo fegato e il suo cuore erano pesantemente compromessi dall’abuso di alcool e droghe e dalla vita sregolata.

Anna Wohlin sostenne poi nel 2000 che Brian fu assassinato da un costruttore che si trovava con loro in casa per rinnovarla.

Il costruttore, Frank Thorogood, confessò poi all’autista dei Rolling Stone Tom Keylock la propria responsabilità. Lo fece sul letto di morte. Tuttavia bisogna notare che non vi furono altri testimoni durante la sua confessione.

Molti testimoni sono stati intervistati da vari giornali, sostenendo di aver assistito all'”omicidio, ma comunque questi testimoni hanno sempre usato degli pseudonimi, e nessuno di loro si è mai offerto di presentarsi a una registrazione o a un’interrogazione da parte della polizia. Resta dunque più di un mistero su questa vicenda.

Sembra inoltre che molti oggetti, tra cui strumenti e arredamenti costosi, furono rubati dalla casa di Jones appena dopo la morte, molto probabilmente proprio da Thorogood, Keylok, e da altri che lavoravano nella proprietà di Jones.

I più grandi musicisti del tempo rimasero colpiti dalla vicenda, in particolare George Harrison:

Quando lo conobbi mi sembrò abbastanza simpatico . Era un buon amico, sapete. Lo conoscevo molto bene, penso, e mi sentivo molto vicino a lui; Sapete com’è con certe persone, quello che senti per loro, le senti vicine. Lui era nato il 28 febbraio 1942, io sono nato il 25 febbraio 1943, e lui stava con Mick e Keith e io con John e Paul nel gruppo, così c’era una specie di intesa naturale fra di noi. Le posizioni erano simili, e io spesso sentivo che ci trovavamo nei momenti di difficoltà. Non c’era niente nei suoi problemi che un po’ di amore in più non avrebbe curato. Io penso che non abbia avuto abbastanza amore e comprensione. Era molto carino, sincero e sensibile, e noi dobbiamo ricordarci che era così”.

I Rolling Stones fecero un concerto gratuito a Hyde Park il 5 luglio 1969 a lui dedicato.

Jones fu seppellito sotto 4 metri di terra per evitare riesumazioni di profanatori di tombe. Fu sepolto in una lussuosa bara spedita a Cheltenham da Bob Dylan.

Sulla lapide: 

Non giudicatemi troppo severamente

Tre grandi rimpianti Syd, Pete e Brian, ma comunque parte integrante e importante per la nascita di tre tra i più grandi gruppi di tutti i tempi: Pink Floyd, Beatles e Rolling Stones.

Tutti e tre, sebbene in modo differente, sono stati dei ribelli. O forse semplicemente follia, testardaggine e paranoia ne hanno tarpato le ali. Ma senza il genio di Barrett, l’intelligenza e l’altruismo di Pete, il talento e l’intraprendenza di Jones, i tre colossi della musica rock non sarebbero stati gli stessi.

L.D. per Leggende musicali 

Fonti:

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  • Mike Watkinson, Pete Anderson, Crazy Diamond. Il viaggio psichedelico di Syd Barrett, Londra, Arcana, 1991
  • The Lunatics, Pink Floyd Storie e Segreti, Giunti, 2012
  • Rob Chapman, Syd Barrett. Un pensiero irregolare, Nuovi Equilibri, 2012
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  • Alessandro Besselva Averame, Pink Floyd. The Lunatic. Testi commentati, Arcana, 2009
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  • Cesare Rizzi, Pink Floyd, Giunti, 2007
  • (EN) Julian Palacios, Syd Barrett & Pink Floyd: Dark Globe: The Summer of 1981, Londra, Plexus Publishing, 2008
  • The Beatles Anthology, Milano, Rizzoli, 2010
  • (EN) Tony Bramwell, Magical Mystery Tours – My Life with the Beatles, New York, St. Martin’s Press, 2006
  • Bill Harry, Beatles – L’enciclopedia, Roma, Arcana, 2001
  • Philip Norman, Shout! – La vera storia dei Beatles, Milano, Mondadori, 1981
  • Giampiero Orselli, Quando ero un Beatles: la vera storia di Pete Best, il primo batterista dei Beatles, Genova, Costa & Nolan, 1999.
  • Bob Spitz, The Beatles. La vera storia, Milano, Sperling & Kupfer, 2006
  • Andrea Valentini, 3.7.69. Brian Jones. Morte di un Rolling Stone, Milano, Tsunami, 2009
  • Tony Sanchez, 1979 Up and down with The Rolling Stones (Libro sui Rolling Stones dedicato in larga parte a Brian Jones ed estremamente critico nei confronti del resto della band).
  • Gary Herman, Rock ‘N’Roll Babylon (Norfolk: Fakenham Press, 1982)
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  • Laura Jackson (1992), Golden Stone: The Untold Life and Tragic Death of Brian Jones
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  • Bill Wyman and Ray Coleman, Stone Alone
  • Alan Clayson, Brian Jones.
  • Wikipedia- Brian Jones 
  • Wikipedia- Pete Best 
  • Wikipedia- Syd Barrett