SUICIDIO DI STATO…o forse non è proprio cosi

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"Nessun uomo fu mai tanto solo come l' uomo dimentico di sè"

Il Friuli e l’Italia si sono di nuovo risvegliati dal torpore emotivo, schiaffeggiati dall’ennesimo suicidio, quello di Michele, trentenne.
Il suo gesto ha abbassato le coperte di noi assonnati spettatori, spalancando una piccola finestra,dal quale abbiamo sentito entrare un refolo di coscienza.
Ma sono convinto che anche questa volta durerà poco, possiamo sbadigliare e rimettere il piumone sul viso.
La sveglia, sono sicuro, non è ancora suonata.
Anche se a dirla tutta, le grida degli eccelsi giudici da bar, dei brillanti opinionisti in fila alla cassa del supermercato, degli ultracompetenti fruitori di internet, non potranno non invaderci le orecchie con le altisonanti parole “Suicidio di Stato”.
Siamo bravissimi nel dare colpe in maniera sommaria ed acritica, infatti sono tristemente convinto che una sconvolgente percentuale di commentatori della vicenda, non ha letto il messaggio di Michele, almeno non per intero, quasi sicuramente per non più di una volta.
Troppo lunga quella lettera, probabilmente molti si sono basati sui commenti brevi e concisi di chi li ha preceduti, e per questo hanno creduto di aver acquisito, tutelati dalla corazza di un’ opinione comune, la facoltà di latrare indisturbati,senza per questo rischiare di essere messi in discussione a loro volta.
Ottimo modo per uniformarsi, ma il peggiore per confrontarsi.
Cosi ho deciso di evidenziare alcune frasi della lettera in questione, per analizzarle in maniera umana e non superficiale, ovviamente astenendomi del tutto da giudizi che non mi competono.

“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco.”

Appena letto l’incipit, mi sono soffermato sul fattore temporale.
Non leggo il lamento di chi ha sprecato gli anni della giovinezza alla ricerca di un lavoro puntualmente negato, causa dell’incontrollabile sensazione che lo perseguita.
Al contrario vedo sottolineati un malessere che lo accompagna, suo malgrado, da quando è nato.
Da sempre.
Da quando ne ha memoria.


“Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me)”

Mi ha colpito la disillusione nei confronti dell’ altro sesso, che attenzione, sceglie di chiamare “genere”, fattore che reputo di fondamentale importanza, in quanto la scelta chiaramente ricercata del termine, denota una profonda quanto personale analisi sull’ argomento.
“Sprecare sentimenti”.
Credo che nemmeno una parola sia stata scritto a caso.
Scriveva per essere letto.

“Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.”

No, non si può e non si deve pretendere.

Lo afferma lui stesso, quando scrive che
” i limiti di sopportazione,sono soggettivi, non oggettivi.”.
Concordo.
Esattamente come la soggettiva visione con il quale si osserva il mondo, dopo aver fatto i conti con alcune realtà oggettive, porta a confrontarcisi assumendo diversi atteggiamenti, che volendolo o no, andranno a rafforzare oppure a distruggere la vita sociale ed i rapporti interpersonali.

“…le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema.”

Leggo dalla mia mente:
“Mi avete voltato le spalle, quello che vi succederà non è più affar mio.
Anzi un pòlo meritate”.
Purtoppo la sua è un’ ipotesi probabile, se non certa.
Per quanto spogliata da ogni empatia.

“Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.”

Voleva in un certo modo ferire, e non lo dico giudicandolo, ma provando a guardarlo come un uomo e non come un caso mediatico.
Non siamo esistiti per lui, non esisterà per noi.
Lineare.

“Ho resistito finché ho potuto.”

Il mio parere è che nessuno al mondo può permettersi di controbattere.
Ha, aveva, il diritto di arrendersi.
Al fervente cattolico sconvolto ed indignato ,che sottolinea come la vita sia un dono di Dio, ricordo che i doni non si chiedono indietro, ma possono essere restituiti.
E prima o poi “Dio”, il suo dono lo reclama.

A questo punto, per questa volta non riesco a gridare al “Suicidio di Stato”. Suona come un’ affermazione che preserva i contorni del consueto populismo, non solo inutile ma addirittura dannoso.
Michele era portatore di un Maldivita più comunedi quanto si possa pensare. Faceva parte di quel silenzioso esercito di anime ferite dagli ideali dimenticati, non dalle variazioni contrattuali, indossava l’invisibile divisa di chi è stato deluso dall’uomo, molto prima che dalle istituzioni.
Ha scritto questa lettera probabilmente nella penombra della stanza, mentre i suoi genitori ed i suoi amici ignari dormivano sognando quel mondo migliore a cui lui non sapeva tendere, o magari mentre non davano pace al cuscino, bagnato dal sudore del loro ultimo incubo.
Purtroppo aveva perso la forza di svegliarsi, raccontarlo ed accantonarlo.
Mi chiedo quindi, se una forma di rispetto nei suoi confronti non sia il resistere alla tentazione di limitare le reazioni ai soliti, superficiali spot da circolo delle carte, come ad esempio ” È colpa dello Stato” , “Siete tutti ladri”, “La pagherete”.
Non si va da nessuna parte.
Forse un modo di rispettarlo sarebbe leggere ogni sua riga con attenzione, entrare nella sua stanza mentre scrive ed osservare la mano ferma e gli occhi lucidi.
Forse, e dico forse, un’ estrema forma di rispetto sarebbe rappresentata dalla capacità di mettere da parte la propria di rabbia, non utilizzando la sua persona come semplice elastico per lanciare qualche insulto personale, come si fa con un sassolino nello stagno, non curandosi dei cerchi concentrici che vanno formandosi.
Perchè ricordiamolo, anche se la tua è un’ onda minuscola, non si fermerà fino a che non verrà bloccata dalla riva.
Abbiamo sempre, e ribadisco sempre, il dovere di dare opinioni solo dopo un’attenta analisi e non dopo aver letto distrattamente
“Il precariato uccide ancora”.

Permettetemi di dire, che l’uomo sta uccidendo l’uomo, in ogni parte del mondo e con ogni mezzo.
Questo perchè ha dapprima smesso di ascoltare, e successivamente, purtroppo, ad ascoltarsi.

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Gianluca Sonnessa
Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.