Sole

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Piccole vite viaggiano sui camion della raccolta differenziata, mentre lo stesso sole che illumina il fumo della mia sigaretta passa attraverso gli occhiali taroccati del netturbino cinquantenne che nervosamente guida verso la fine del turno.

Altre osservano senza stupore, distrattamente, ogni giorno per otto ore più una di straordinario, due file parallele e interminabili di macchine utensili rumorose  separate da un corridoio tagliato a metà da una riga gialla.
Il punto di fuga di questa composizione postmoderna è il portone in lamiera rinforzata e vetro con sopra il cartello “USCIRE ORDINATAMENTE”.
La lamiera è spietata, ma il vetro lascia passare  i raggi del sole che attraversan il fumo della mia sigaretta e gli occhiali taroccati del netturbino cinquantenne.
Il grasso nero unge gli ingranaggi e le mani degli operai, che poi sono la stessa cosa solo in una forma diversa, che se lo portano a casa, ma non nei barattoli, bensì sotto la pelle che tagliandosi lo accoglie  senza più opporsi.
Alcuni dicono “Lavoro che entra”, ma forse dai tagli prima di entrarci il grasso ci esce un po’ di vita.
Altre vite, anch’esse molto piccole, hanno sulla scrivania la foto di un cane o di un bambino, magari un’orchidea sfiorita sul davanzale, e spostano lo schermo del pc stracolmo di cifre e percentuali perché lo stesso sole che attraversa il fumo della mia sigaretta, gli occhiali taroccati del netturbino e le vite degli operai con il grasso sottopelle, gli batte sopra come se volesse attirare la loro attenzione.
Ma non possono ascoltarlo, devono fatturare.
Il sole benedice le vite passate sul trattore, quelle che spostano cassette della frutta alle tre del mattino e che a mezzogiorno mangiano dal baracchino la pasta e patate della sera prima, i cani e le foglie e le pietre.
Non fa distinzioni, lavora ogni giorno, e quando non è qui sta benedicendo l’altra metà del mondo.
Il sole è libero, e odia chi lo vuole tutto per sé, odia le cravatte che calpestano le scarpe antinfortunistiche per salire in cima e accaparrarsi i raggi migliori, odia le Montblanc che usano l’inchiostro per cancellare la manodopera odia gli schermi dei pc che illuminano al suo posto i volti degli impiegati curvi sulle cifre che descrivono il bilancio.
Il sole è il sole.
E anche le persone, non lo sanno, ma sono sole.
 
 
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Gianluca Sonnessa
Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.