Simona Mastrangeli racconta il suo romanzo fantasy d’esordio, la passione per la medicina e l’amore verso il prossimo.

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Buon giovedì Amici.
Oggi incontriamo una scrittrice emergente, Simona Mastrangeli, 25 anni, nata e cresciuta a Ferentino (Fr) e trasferitasi a Roma per lavoro.

A dicembre uscirà il suo primo libro “Prigionieri dei Sigilli Infranti”, edizioni “Il trampolino”, che inaugura la trilogia della Maledizione del Vortice. Nonostante il tema Fantasy e tutti gli elementi caratteristici di questo particolare genere, questa trilogia ha un significato molto profondo ed esistenziale, rappresenta infatti la grande metafora dell’essere, i dubbi e le sfide che ciascuno, nel quotidiano, deve affrontare. Attraverso la sua trama mette a nudo i vari mostri che l’animo umano nasconde. Emblematico allora è il personaggio di Shadow, uno degli eroi della saga, reso schiavo dal vizio dell’alcool, a causa del quale rovinosamente manda a pezzi la sua vita.
Perché la Mastrangeli ha scelto un fantasy per esternare le sue riflessioni e descrivere un tema molto diffuso nella nostra società? Semplice! Perché parlare di un padre di famiglia alcolizzato o di una madre disperata, ai giorni nostri, significherebbe scegliere un target limitato di lettori, che non corrisponde a quello che la giovane autrice si prefigge. Forte della sua esperienza di medico tirocinante, che tra poco vi andremo a raccontare, non vuole fermarsi ad un pubblico di soli adulti, vuole urlare ai più giovani quanto faccia male darsi all’alcool. Vuole gridarlo, prima che sia già tardi e ancora più forte, di non ripetere gli errori di molti pazienti che ha avuto modo di visitare presso il reparto di gastroenterologia. Cosa vi ha trovato? Migliaia di vite spezzate. Venire a contatto con la sofferenza l’ha posta di fronte a grandi dilemmi, tra cui emerge soprattutto uno: da dove l’uomo prende la forza per andare avanti? Come fa a realizzarsi?

Ed è proprio questo che va ad analizzare nel suo romanzo, passo dopo passo. Non è però l’unico tema che affronta: ci sarà anche da riflettere sui pregiudizi che ci vedono tutti vittime e carnefici, nessuno escluso, e si servirà per lo scopo, della presenza di un demone, Iron, che sorprendentemente sarà il collante per la squadra. E ancora messa sotto la lente d’ingrandimento il tema della dittatura, come frutto della decisione popolare: nel suo caso non vi è il classico tiranno del fantasy, bensì un potente mago che si è insediato, acclamato e inneggiato dal popolo come unica salvezza. Un episodio che fa riferimento ai grandi regimi dittatoriali del ‘900.
Simona Mastrangeli è laureata in Medicina e Chirurgia e finalmente, dopo sei anni di intenso studio, ha ricevuto l’ abilitazione alla professione di Medico Chirurgo proprio il mese scorso, il 15 febbraio.

La sua passione per la medicina e, soprattutto, il suo amore per il prossimo, trovano riscontro e terreno fertile quando, a 16 anni, decide di entrare in Croce Rossa. Inizialmente, le attività di volontariato si concentrano prettamente su attività di supporto ai disagiati, come ad esempio la raccolta fondi per il terremoto del Pakistan, che in quegli anni sconvolge il globo. Ma ben presto sente che non è abbastanza, Simona vuole fare di più: vuole diventare a tutti gli effetti un medico.
Spera che questa importante professione possa darle gli strumenti giusti per riuscire a fronteggiare quelle situazioni di emergenza che nel quotidiano la spaventano. Pensa che ciò le possa dare sicurezza e controllo sulla propria vita e su quella delle persone che più le stanno a cuore e riuscire così a salvarli dalle sofferenze. Ma si sa, la vita è imprevedibile come la stessa medicina lo è e non sempre tutto può essere sempre sotto il nostro controllo, così come sotto quello dei medici….

Immagine di Simona Mastrangeli all’orto botanico della Sapienza, zona Trastevere

Quando si inizia lo studio della medicina già si è predisposti ad affrontare il tema della morte. Ci si prepara psicologicamente alla prima autopsia, si impara a maneggiare emivolti mozzati di persone che hanno donato il proprio corpo alla scienza, come le accade in vista dell’esame di Anatomia. Difficile è diverso è invece, veder morire un paziente che è stato ricoverato in un reparto dove tu svolgi tirocinio o hai personalmente in cura per più di un mese.

Simona ricorda ancora quella che è stata la prima morte che ha “vissuto” da medico: si tratta di una signora che, dopo un mese di lotte, non ce la fa. Non muore solo fisicamente ed è quello che maggiormente colpisce la giovane dottoressa: ogni giorno assiste al suo degrado fisico e mentale, le cui condizioni cliniche vanno peggiorando sempre più, spegnendola lentamente come donna e come paziente. Il primo giorno viene ricoverata per ascite (volgarmente “liquido nella pancia”) formatosi in seguito ad uno scompenso dovuto all’ ipertensione polmonare. Si presenta come una donna vigile e pronta a combattere: ogni giorno aspetta di poter uscire dal lì, ogni giorno però è sempre più esausta. L’ascite le impedisce di respirare, comprimendo il diaframma, e a nulla servono i diuretici che le vengono somministrati, né l’aggiustamento terapeutico.

Una settimana dopo l’ingresso la signora si ammala anche di polmonite che in poco tempo aggrava la sua condizione già precaria. La donna ha il presentimento che la sua fine purtroppo si sta avvicinando ma il compito di Simona è quello di farle sperare il contrario, di spronarla a non arrendersi. Inutile spiegare la delusione, quando la mattina dopo, giunta in reparto trova solo un letto vuoto… mentre uno specializzando la informa della sua dipartita. Un senso di impotenza e tristezza la invade: si è iscritta a questa facoltà proprio per sconfiggere la morte e la malattia e per non vedere le persone spegnersi poco a poco. Con il tempo e la pratica così, la giovane praticante, scopre che a volte il medico può fare ben poco, è impotente di fronte ad alcune situazioni e questo va accettato, facendo però allo stesso tempo il possibile per lottare e tenere alta la speranza nel paziente.

Simona con lo stetoscopio

Nello stesso periodo viene a mancare anche suo nonno, a causa di un tumore al polmone. Cosa molto prevedibile per la famiglia, quasi da aspettarselo, dopo 40 sigarette al giorno per 60 anni! Simona pensa a quanto egoista sia stato, avendo causato col suo testardo comportamento, qualcosa che lo ha portato lontano da tutti loro e soprattutto dalla nonna, che si ritrova ad affrontare senza suo marito molti problemi di salute.
Quello che lei vuole diventare è molto simile ad un’eroina, ad una super donna, una wonder woman che salva tutti e cura tutti con la massima perfezione e serietà, ma col tempo capisce che quello di cui il paziente e i suoi cari hanno bisogno non è questo, bensì una persona che non sappia solo curarti, ma sorreggerti e comprenderti nei momenti di difficoltà.

Un altro aneddoto che le resta nel cuore si presenta in un giorno come un’altro, quando lo specializzando le chiede di accompagnare ‘la paziente del letto n.1’ per fare un’ecografia. Prima di entrare in contatto tutti i giorni con i pazienti, la giovane dottoressa biasima i medici che identificano il proprio paziente con un numero e in parte biasima se stessa per farlo ora, ma ci sono grandi difficoltà nello stare dietro a tutti i nomi dei pazienti che vanno e vengono.

Così quel giorno, arrivata nella stanza delle ecografie , dove la paziente dovrà sottoporsi ad un esame, con amore le chiede se vada tutto bene al ché riceve come risposta uno splendido sorriso e un “grazie mille”. Già in ascensore le due hanno una comunicazione che e’ verbale e paraverbale per Simona e fatta gesti e sorrisi per la degente, che alle sue parole più volte risponde solo con un sorriso, alle varie spiegazioni che le vengono fornite.
Così, con dolcezza, e sotto lo sguardo vigile del suo professore, la nostra amica con un po’ di timore, aiuta la paziente con la sonda e a voltarsi nel lettino per assumere una posizione corretta, felice di non esser rimproverata per la sua inesperienza, ma ricevendo dalla stessa solo ampi sorrisi.

Soltanto poco dopo apprenderà che “grazie mille” è una delle poche parole che la signora sa dire, visto che è straniera. Infatti più volte nella mattinata le due comunicano con gesti e buona mimica che le aiuta a superare la barriera linguistica e a far recepire alla paziente le informazioni principali circa le sue condizioni.

Più tardi figli si preparano per portarla a casa e quando Simona si volta per salutarla, l’altra, che nel frattempo sta parlando con uno specializzando, corre per abbracciarla, darle un bacio e ripeterle ancora parole di ringraziamento accompagnate da quel bellissimo sorriso. Sono parole che le sciolgono il cuore, ricordandole quanto sia bello il mestiere che desidera fare da sempre!

Sono questi i momenti che più le fanno bene: i gesti e il cuore di chi ripone nella figura del medico tutta la sua fiducia.

Ma questo non è stato l’unico evento. Durante la sua prima visita domiciliare, presso una signora con deficit della deambulazione e ipertensione arteriosa, con pregresso impianto di pacemaker, ciò che la colpisce è il suo rifiuto a quello che l’anziana definisce impropriamente “accanimento terapeutico” (nonostante dovesse assumere solo un farmaco per la pressione). Grande è la sua voglia di morire, come per fortuna lo è l’influenza che ha su di lei il medico di medicina generale finora. Solo grazie alle sue parole, infatti, la signora si è convinta ad essere più compliante e a continuare la terapia. .
Sicuramente questa condizione fa riflettere sul problema della solitudine che affligge molti anziani, spesso non autosufficienti e per questo non più decisi ad affrontare con determinazione la loro vita. Emerge anche l’importanza del rapporto di fiducia medico-paziente e di come questo possa influenzare positivamente la gestione di un paziente cronico. In questo caso Simona con i suoi occhi vede effettivamente quanto un buon medico può influire non solo sulla malattia ma sulla stessa qualità della vita.

Dopo tutti questi eventi sente di voler fare di più, di raggiungere più gente possibile, di alleviare più sofferenze possibili, sia fisiche che mentali. Per questo sceglie due attività che, a primo avviso, potrebbero sembrare in netto contrasto l’una con l’altra, ma che non lo sono affatto. Alla medicina così si affianca la scrittura, una passione che coltiva praticamente da quando ho iniziato a scrivere le sue prime parole e che ora ha raggiunto una connotazione sociale.

A questa giovanissima dottoressa, ricca di valori, sensibilità e umanità non resta che augurare un roseo futuro privato e professionale, sia come donna, che come medico e scrittrice … sicuri che, grazie alle le sue potenzialità intellettive e alle sue qualità d’animo che la contraddistinguono, possa davvero aiutare chi più ne ha bisogno. Sia lettori che si trovano in un momento particolare della loro vita, sia pazienti che soffrono la malattia e la solitudine, abbandonati a sé stessi o accuditi con superficialità e lasciati alla totale indifferenza.

Ecco il link del libro in uscita!!

Giorgia Linho