Siamo nei giorni della Luce, del Fuoco e dell’Acqua

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Tutti noi quando nasciamo si dice che ” veniamo alla luce ” passiamo da un luogo caldo, buio e pieno di liquido amniotico ( acqua ) dove nel grembo materno ci siamo nutriti per nove mesi attraverso il cordone ombelicale senza sforzo alcuno, al momento della nascita primo vero trauma della nostra esistenza terrena. Ora siamo fuori dall’utero in un mondo ostile, freddo, senza acqua e tanta luce, ora bisogna gridare, piangere, aprire i polmoni e farsi la prima boccata di aria.

Qualcuno addirittura ci sculaccia per farci piangere ed aprire la respirazione, un altro infermiere recide il cordone ombelicale ora dobbiamo essere capaci di assimilare il cibo da soli e farci largo in questo mondo. Siamo nel primo mese dell’anno gennaio, il giano bifronte secondo la leggenda è il mitico sovrano dell’età dell’oro, protettore degli inizi e dei passaggi, nelle attività umane e in quelle naturali. Nelle preghiere è invocato al primo posto, e a lui è dedicato il primo mese dell’anno.

La sua dimora era il colle del Gianicolo, che in latino significa appunto “luogo abitato da Giano”. Giano (Ianus) è il dio del passaggio che si compie, attraverso una porta, in latino ianua, insomma il Dio degli inizi di ogni attività umana o naturale, inizio della vita, inizio dell’anno. Non a caso era rappresentato con due volti (erma bifronte) che guardano in direzioni opposte: l’inizio e la fine, l’entrata e l’uscita, l’interno e l’esterno. Così come si viene alla luce nascendo, così all’opposto alla fine dei nostri giorni, si dice si è spento o spenta ( la luce ). Finisce così la nostra avventura terrena fatta di gioie e dolori, di scoperte ed emozioni, di affetti e scomparse, di vittorie e di sconfitte. Tutti i riti di purificazione avvengono attraverso l’acqua ed il fuoco ed in questo primo mese dell’anno, il 6 gennaio, la chiesa bizantina celebra l’Epifania o Teofania, festa della manifestazione della Divinità di Cristo.

Questa Festa, detta anche Festa delle Luci, è dopo la Pasqua la maggiore e più sentita delle feste del calendario Bizantino, tanto che nel dialetto leccese viene ricordata come “ Pasca Pifania “. Il Sacerdote recita ad alta voce una lunga preghiera, chiedendo a Dio la santificazione dell’acqua. Poi immerge la Croce nell’acqua, per rinnovarne il battesimo, si tratta infatti del battesimo della Croce. Ed anche il battesimo diviene rito esorcistico, tanto che fino a pochi anni fa alcuni preti sussuravano nell’orecchio del bambino da battezzare ” esci spirito immondo da questo corpo “.

Infine il sacerdote benedice i presenti aspergendoli con l’acqua mediante un ramoscello di erbe profumate. Di questa manifestazione, appunto la Teofania, posterò articolo e video, girato tra le meraviglie degli affreschi della cripta di S. Cristina a Carpignano Salentino. Oggi 16 gennaio invece è il giorno del fuoco. La sera della vigilia di S. Antonio abate detto nel Salento S. Ntoni dellu Fuecu, a causa dell’herpes zoster, o fuoco di S. Antonio, in grado di provocare dolore e prurito. La cultura popolare attribuisce a Sant’Antonio Abate la facoltà di proteggere tutti gli animali da stalla e da cortile. La consuetudine del falò o focara a Novoli risulta dai documenti, un pò controversi, attestarsi agli inizi del XX secolo. In questi cento anni il falò è cresciuto talmente tanto da essere considerato il più grande in Europa per le sue dimensioni.

La costruzione della focara inizia all’alba del 7 gennaio, anche se il “comitato” provvede all’organizzazione, alla raccolta e al trasporto dei fasci di vite già dall’inizio del mese di dicembre, per essere conclusa a mezzogiorno della vigilia, momento, questo, salutato da una roboante salva di fuochi pirotecnici e da rintocchi di campane. Il falò è formato da fascine di tralci di vite (sarmente) recuperati dalla rimonta dei vigneti, le quali vengono accatastate con perfetta maestria e con tecniche tramandate gelosamente di generazione in generazione. In media per costruire un falò da venti metri, ma il nostro falò a volte sfiora i trenta di altezza ed un diametro di 20 metri, occorrono dalle 80.000 alle 90.000 fascine ogni fascio è composto da circa duecento tralci di vite, i quali sono legati con del filo di ferro. Antica usanza era quella di issare sulla cima del falò un ramo di arancio con diversi frutti pendenti (la marangia te papa Peppu), il quale era colto dal giardino di un prete del luogo. Con il passare del tempo sono cambiate molte abitudini, sono cambiati molti costruttori e soprattutto sono cambiate le forme della focara, la quale non si presenta più sotto forma di cono, ma assume sempre forme diverse e molto impegnative. Per la costruzione di una focara occorrono almeno 100 persone abbastanza abili da restare ore in piedi sui pioli delle lunghe scale e passarsi l’uno sull’altro al di sopra della testa i fasci, che poi giunti in cima vengono sistemati perfettamente dal costruttore. Proprio sulla cima, la mattina della Vigilia, viene issata un’artistica bandiera, sulla quale vi è un’immagine del santo, che successivamente brucia insieme al falò.

Appuntamento stasera a Novoli alle ore 20.00, per l’accensione che avviene attraverso una batteria pirotecnica, una volta accesa, la focara arde per tutta la notte tra le migliaia di persone che, tra musica e fumi di arrosti delle bancarelle presenti in piazza, assistono allo splendido spettacolo delle spitte, chiamate fasciddre a Novoli, le caratteristiche faville che librano nell’aria creando una “pioggia di fuoco” che rende l’atmosfera intorno magica. Ancora una volta la luce che squarcia il buio della notte e delle tenebre portando via i cattivi pensieri.

Raimondo Rodia