Recensione di Bridgerton

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Il regista Chris Van Dusen ispirandosi alla serie di romanzi dell’autrice Julia Quinn racconta le vicende di un’utopica alta società londinese durante la Regency Era.

I protagonisti principali sono i membri della numerosa famiglia Bridgerton e il bel Duca di Hastingst. Infischiandosene della plausibilità storica a favore di un’improbabile cast multi etnico, Bridgerton è a mio avviso una rivisitazione in costume di Gossip Girls.

Le vicende sono raccontate in parte da una voce narrante fuori campo, la pettegola e tagliente Lady Whistledown, misteriosa autrice che con le sue pubblicazioni crea scompiglio e diletto nei salotti dell’annoiata classe aristocratica.

Nel complesso parliamo di una serie che fa parlare di sé da un lato per l’avvenenza di alcuni personaggi e dall’altro per l’assenza di attinenza con la realtà storica sposando però la causa antirazziale, che oggi va tanto di moda.

Del resto l’originalità è tutta qui, ovvero se sia giusto sacrificare la verità fattuale degli eventi del passato in nome di questa idea moderna di antirazzismo. Il successo della serie, conferma che questo compromesso è più che accettabile, inoltre c’è d’aggiungere l’asso nella manica: la tormentata (ma non troppo) storia d’amore tra l’avvenente Simon Basset interpretato da Regé-Jean Page e la dolce e raffinata Daphne Bridgerton interpretata da Phoebe Dynevor.

D’altronde il bello e maledetto ha sempre un grande ascendente e l’attivazione della dimensione favolistica, del sogno del principe azzurro, qui coadiuvato da magnifici abiti e scenografie, si presta sempre bene alla popolarità di opera o uno sceneggiato.

Eleonora Panzeri