Recensione di 365 giorni, un film di BARBARA BIAŁOWĄS e TOMASZ MANDES

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Film erotico polacco distribuito con grande clamore sulla piattaforma Netflix. Racconta la storia di un boss mafioso italiano che rapisce una ragazza allo scopo di farla innamorare di lui nell’arco di un anno.

La storia è ispirata al romanzo erotico dell’autrice Blanka Lipińska. Sebbene l’osare e ostentare è spesso sintomo di coraggio narrativo, il saper dosare è un’arte essenziale.

La trama è così banale e irrealistica che la parte predominante sono le esplicite e ridondanti scene di sesso, che fanno sembrare il film in tutto e per tutto un porno. I personaggi incarnano in maniera elementare i cliché del desiderio classico di genere. Per le donne un lui di potere, autoritario e avvenente. Per gli uomini, una lei piccola e graziosa, determinata e combattiva, ma che in fondo non aspetta altro che essere domata e accudita da un uomo di carattere. Che poi lui sia un boss mafioso ricade nel cliché che l’Italia sfortunatamente porta con sé all’estero.

Ogni aspetto della trama è un tripudio di pregiudizi e di una visone molto superficiale e stereotipata del nostro paese, tipica di un film straniero ambientato nei nostri territori. Prepotente la marcata impronta maschilista, cosa che a parole dovrebbe indignare in qualche maniera il pubblico femminile, ma che probabilmente intimamente soddisfa desideri e pulsioni che è meglio non confessare apertamente.

Il bello di essere desiderati tanto ardentemente sembra che nei fatti sfati ogni buon proposito d’indipendenza ed emancipazione. Gli unici aspetti degni di nota sono gli scenari e la sensuale presenza di Michele Morrone, nuovo sex symbol Italiano, per il resto una visone peggiore di 50 sfumature di grigio di cui 365 giorni sembra una versione semplificata e più esplicita. Detto questo non mi stupisce il successo ricevuto dalla pellicola, poiché ciò che è sconcio e sopra le righe, attrae sempre.