Recensione del film Martin Eden di Paolo Marcello

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Jack London, scrittore americano tra i più ispirati del secolo scorso, non avrebbe mai immaginato di vedere girovagare il suo Martin Eden tra i vicoli e i colori più seppiati di Napoli. Ma l’operazione, ardita, riesce grazie ad una sceneggiatura impeccabile che, se tradisce le coordinate geografiche, rispetta quelle temporali e conferma i temi del romanzo, straordinariamenti attuali, che coniugano diversi piani, sociale, politico e umano, su cui prevale il valore irriducibile della cultura.

Non altrettanto si può dire per la regia che appare talvolta invadente e mescola eccessivamente scene di finzione con materiale di repertorio, costringendo la fotografia a voli pindarici che la rendono esasperata.

Lo sguardo surreale e onirico di Luca Marinelli è perfetto per vestire i panni di Martin Eden (alter ego di London), marinaio incolto che attraverso l’emancipazione culturale vuole conquistare una donna borghese, apparentemente irraggiungibile, e il mondo, evidentemente incomprensibile; ma il suo intrepido temperamento e il suo audace talento non lo salveranno dall’immobilismo di una società chiusa e conservatrice.

Meritatissima l’assegnazione della Coppa Volpi al Festival di Venezia per la miglior interpretazione maschile.  Straordinari al suo fianco  Carlo Cecchi, amico e mentore di Martin Eden, e alcuni attori, autentiche maschere, rubati al classico palcoscenico napoletano.

Nuccio Castellino