Reazione verde in Brasile

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Correvano gli anni 80 e 90 e uno dei temi ambientali più in voga in quegli anni era la deforestazione, in particolare dell’Amazzonia, il più grande polmone verde terrestre. 
 
Allora tralaltro il riciclo era ancor meno In uso di quanto lo sia oggi con la conseguenza che l’urgente e continuo fabbisogno di legna e carta portava ad una deforestazione selvaggia e senza scrupoli.
 
Per fortuna, anche se l’emergenza non è affatto finita sembra che negli anni si siano attuati molti correttivi. Ciò nonostante la sutuazione è peggiorata negli ultimi anni.
Ultimamente però è giunta notizia che nell’Amazzonia brasiliana è in procinto di partire il più grande progetto di riforestazione tropicale mai attuato.
 
La foresta amazzonica, l’ultimo grande polmone del pianeta, spogliata e deturpata un pezzetto alla volta, nei decenni ha finito per ridursi in modo importante.
Nel 2016 una ricerca ha rivelato che tra agosto 2015 e luglio 2016, sono stati distrutti in Brasile quasi 8mila chilometri quadrati di foresta, rasi al suolo da taglialegna, agricoltori e allevatori. Un triste record.
 
Così la Ong statunitense Conservation International ha annunciato la nascita di un nuovo progetto che prevede, entro i prossimi sei anni, la piantumazione di 73 milioni di alberi, diventando così la più grande opera di riforestazione tropicale della storia. Un progetto importante che punta a salvare la foresta e l’umanità dal disastro annunciato. Bisogna ricordare l’importanza delle foreste. Fermare la deforestazione potrebbe consentire alle foreste esistenti di assorbire quasi il 40% delle nostre emissioni di carbonio annuali.
 

L’iniziativa è lodevole ed è guidata, appunto, da Conservation International con la partecipazione del Ministero brasiliano dell’ambiente, del Global environment facilità (GEF), della Banca mondiale, del Fondo brasiliano per la biodiversità e del Festival Rock di Rio. L’obiettivo è quello di far tornare verde  l’arco della deforestazione, ovvero l’area in cui si verifica quasi la metà della deforestazione tropicale del mondo.

Quest’area attraversa gli stati brasiliani di Amazonas, Acre, Pará e Rondônia e in tutto il bacino idrografico di Xingu ed è stata oggetto di un rapido disboscamento, con migliaia di ettari di foresta pluviale abbattuti per fare posto a pascoli per il bestiame.

La prima fase del progetto prevede di ripristinare 70mila ettari di foresta.
L’importanza delle foreste topicali è notevole e 
se il mondo vuole raggiungere l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto due gradi centigradi, come stabilito dall’accordo di parigi, allora la protezione delle foreste tropicali deve esser il punto di partenza imprescindibile.

Questa operazione, in partenza, porterà circa 30 mila campi da calcio di vegetazione in più. Non contano solo gli alberi però, ma anche il tipo di alberi, se si ha davvero intenzione di assorbire la maggiore quantità di anidride carbonica, le foreste tropicali sono le più efficaci.

Inoltre, anche dal punto di vista sociale i vantaggi saranno notevoli se consideriamo che in ogni ettaro di terreno lavoreranno circa 2000 persone che guadagneranno circa 700 dollari per ogni ettaro riforestato. Sarà riutilizzato il terreno agricolo sia privato che di proprietà del governo e degli indigeni.

Se improvvisamente cessasse la deforestazione, le foreste potrebbero assorbire il 37 per cento delle emissioni annuali di anidride carbonica a livello mondiale, ma i biologi hanno un sensato timore che un quinto della foresta amazzonica potrebbe essere disboscato nei prossimi due decenni, in aggiunta al 20 per cento già abbattuto dagli anni 70 ad oggi.

La speranza dunque viene proprio da questi progetti. Il Conservation International utilizzerà una nuova tecnica di piantumazione molto efficiente sviluppata in Brasile, chiamata muvuca, che in portoghese significa “presenza di molte persone in un piccolo luogo”.

La muvuca consiste nella semina di centinaia di semi di alberi nativi di varie specie in ogni metro quadrato di terreno deforestato, la selezione naturale consentirà poi alle piante più idonee di sopravvivere e prosperare. Un idea geniale che mette insieme studi di botanica e teoria evoluzionistica.

I risultati sono incredibili visto che uno studio dalla Fao ha rivelato che oltre il 90 per cento delle specie di alberi autoctone piantate con il metodo muvuca germinano e sono molto resistenti anche a siccità prolungate.

Inoltre con le tecniche di rimboschimento tradizionali si ottiene mediamente una densità di circa 160 piante per ettaro mentre con muvuca il risultato iniziale è di 2.500 specie per ettaro e dopo dieci anni si possono raggiungere 5mila alberi per ettaro.

Si tratta di un progetto di estrema importanza, dove tutto sarà controllato nei minimi dettagli per capire in che modo renderlo replicabile altrove e da cui dipende buona parte del futuro dell’umanità.

Tutta la filiera che sta dietro a questo progetto è controllata, persino i semi, che vengono acquistati dalla Xingu Seed Network, associazione in difesa dell’ambiente che  fornisce sementi naturali grazie a 400 raccoglitori, molti dei quali donne indigene e giovani.

Una bella ventata di speranza.

L.D.

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