Quanto si dovrebbe lavorare?

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L’eterno dilemma: quanto si dovrebbe lavorare per vivere in modo sano e rendere al meglio?
 
La risposta non è delle più semplici e spesso ognuno di noi è in grado di reggere ritmi diversi, in base alle proprie capacità di resistenza.
 
In alcuni paesi come la Svezia sono in atto battaglie per portare le ore lavorative settimanali da 40 a 35 o addirittura 30. Lo slogan è lavorare meno e lavorare tutti, con l’obbiettivo di aumentare anche il tempo libero e far girare l’economia.
 
Di recente Oliver Burkeman per il The Guardian, giornale britannico ha rilanciato l’argomento, chiedendosi ad esempio per il lavoro intellettuale, quanto ne andrebbe fatto quotidianamente per rendere al meglio.
 
Ovviamente c’è professione e professione, ci sono persone e persone e le potenzialità e creatività di ognuno sono differenti. Impossibile dunque prendere una direzione univoca per tutti?
 
Secondo Alex Pang, autore del libro “why you get more done when you work less” ovvero “Riposatevi: perché ottenete di più lavorando di meno”, la risposta è che si dovrebbe lavorare quattro ore al giorno.
 
Il concetto è che l’idea della giornata di lavoro tipo di otto ore sia un fardello lasciato in eredità dalla rivoluzione industriale ma che oggi non funziona nel moderno lavoro intellettuale.
 

Si parte dall’assunto che siamo creature ritmiche, e la parte del nostro ciclo vitale che permette al cervello di non sovraccaricarsi ed implodere, è essenziale.

Pang riporta anche esempi specifici come Charles Darwin che lavorava al mattino per due blocchi da 90 minuti e poi un ora più tardi. Il matematico Henri Poincaré dalle dieci del mattino a mezzogiorno e il pomeriggio dalle cinque alle sette. Stesse abitudini si ritrovano nelle abitudini quotidiane di Thomas Jefferson, Alice Munro, John Le Carré e altri personaggi di scienza e intelletto.

Lang si appoggia poi ad altri studi, come quelli dello psicologo svedese Anders Ericsson, il cui studio dei violinisti, conferma le sue scoperte.

Siamo quindi creature ritmiche, e quella parte del nostro ciclo vitale che permette al cervello di non sovraccaricarsi è altrettanto essenziale per ottenere risultati sul lavoro. Quindi non si tratta tanto di qualità della vita, ma proprio di risultati lavorativi in quanto una cultura che non permette riposo è condannata alla sconfitta e a risultati inferiori.

Ad avvalorare la tesi anche Adam Smith che affermò: “L’uomo che lavora in maniera così moderata da riuscire a lavorare in maniera costante non solo preserva più a lungo la propria salute ma, nel corso di un anno, esegue la maggiore quantità di lavoro possibile”. 

In realtà c’è anche chi sostiene che il tutto possa essere esteso anche ai lavori non creativi o intellettuali, come l’antropologo Marshall Sahlins che a suo tempo asserì che gli esseri umani delle società di cacciatori-raccoglitori non lottassero costantemente per la sopravvivenza ma fossero riusciti a costruire la società benestante delle origini, limitando le loro necessità e soddisfacendole in seguito.

Salhins, utilizzando dati provenienti dall’Africa e dall’Australia, ha calcolato il numero di ore che i cacciatori-raccoglitori dedicavano al lavoro quotidianamente per nutrire la propria comunità. E il risultato è stato proprio quello: “Dalle tre alle cinque ore”.

 
 
Insomma aziende e governi dovrebbero considerare la possibilità di ridurre gli orari di lavoro, magari incentivando assunzioni e detassando il lavoro,così da favorire anche un aumento dell’impiego, maggior flessibilità dei turni e la giusta copertura per le attività.
 
La speranza è l’ultima a morire..
 
L.D.
Fonte: The Guardian
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