Prima d’esser corpo

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In questo mio vagare tra il tramonto e l’alba fui tanto fortunato, non posso negarlo,
da poter far sciogliere i sensi in una danza con l’ essenza della felicità, salvo poi doverli richiamare all’ordine e ricacciarli a forza nello sterno mentre con la malinconia facevo l’amore s’un letto di rovi.

Così sospesi lo spirito in un limbo che a quanto ho capito siete soliti chiamare Vita.
Strano termine Vita, lo trovai da subito troppo breve, conciso, effimero per descriverla nella sua completezza.
Solitamente lo sentivo pronunciare in fretta e talvolta se ho ben compreso cosa concerne, anche riconoscendole il giusto valore.
Mi sembrò strano notare che in fondo si trattava di una parola composta da sole due vocali e due consonanti, per giunta alternate, un’esistenza chiusa da una coppia di sillabe strette in un inesauribile abbraccio.

Come se in un codice di quattro lettere, avesse potuto trovar dimora, indisturbato,
imperturbabile e ridotto ai minimi termini, il coacervo di salite e discese emotive che
questa fase dell’ esistenza vi porgeva con distacco e disinvoltura.

Cosi, seduto sui marmorei gradini della coscienza sedata percepivo il vostro affanno,
mentre come calce viva si posava sul mantello dei miei liberi pensieri.
Riposavo sul fiato corto che seguiva la frenetica corsa all’oro per il quale vi programmarono mentre l’algido alito di autocommiserazione, figlio della vostra insoddisfazione riempiva il mio stomaco di pugni ed i miei occhi d’amaro stupore.

Cosi, confusamente certo dell’ errore perpetrato giurai a me stesso che mai e poi mai avrei provato a prendere in mano la Vita, sicuro com’ ero di poterle porgere la mia
e di farmi accompagnare a spasso sul mondo per il breve tempo concessomi.

Ma poi nacqui un giorno, anch’io come voi.
E da quel giorno cominciai ad affannarmi, a correre, ad imparare a dimenticare,
ad autocommiserarmi, imparai a combattere a ridere del pianto e del vedermi invecchiare.

Ed oggi vi giuro sulla maschera che indosso che il marmoreo gradino sul quale siedo,
mentre coi fili del giorno la notte si veste,
è lo stesso sul quale sedevo prima di esistere.

Ed è lo stesso sul quale siederò una volta conclusa questa parentesi
che mi avete spiegato chiamarsi Vita.

Sonnessa Gianluca

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Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.