Perle d’Italia: San Leo

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Proseguiamo il nostro viaggio nei gioielli d’Italia, distinguiamo  in perle e diamanti i piccoli paesi e i paesoni o cittadine. In questo caso andremo a San Leo, rispetto a Otranto o Brunico un paese di dimensioni più contenute, ma ricchissimo di storia e di fascino oltre che caratterizzato da un paesaggio unico. Il paese si trova su uno sperone di roccia della Valmarecchia da cui si domina il fiume Marecchia e il Titano su cui è adagiata San Marino.Erede del castrum Monteferetron, ricordato da Procopio nella cronaca della Guerra Gotica, solo a partire dal IX-X secolo prende il nome dall’eremita Leo (proclamato poi santo), un dalmata compagno di Marino, da cui prese il nome San Marino.Il toponimo Monteferetron è di probabile origine umbra, a testimonianza che il masso era già frequentato in epoca preromana.

Del periodo romano non rimane quasi nulla se non alcuni sporadici referti che non sono stati utilizzati per costruire il borgo medioevale.Molti storici lo identificano come un antico centro sacro fin dalle origini, anche grazie alla sua particolare conformazione morfologica.Con la nascita della diocesi di Montefeltro (secolo IX), il toponimo del centro venne utilizzato per tutto il territorio sotto la giurisdizioine del vescovo. Quando avvenne il cambio con il nuovo nome San Leo, l’antico toponimo rimase alla diocesi e di conseguenza a tutto il suo territorio oggi noto come Montefeltro. Dunque San Leo si può definire la capitale storica del Montefeltro.

Tanti importanti personaggi del passato come San Francesco nel 1213, Dante nel 1306 di passaggio e Felice Orsini e Cagliostro come prigionieri vissero a San Leo che ha avuto anche l’onore di essere capitale d’Italia o del Regno Italico di Berengardo II,che dopo esser stato sconfitto a Pavia nel 961 d.C. da Ottone I di Sassonia si rifugiò a San Leo, dove resse l’assedio per mesi prima di cedere all’avversario. Il centro fu dominio dei Montefeltro, dei Malatesta, dei Medici, conteso con i Della Lovere, fino al passaggio sotto lo Stato pontificio nel 1631.San Leo fa parte de “I Borghi piu’ Belli d’Italia”.

Capitale d’Arte

San Leo è universalmente considerata una meravigliosa capitale d’arte, è il fulcro della regione storica del Montefeltro oltre che la città che gli ha dato il nome. Nota per le sue vicende storiche e geopolitiche, sede di film e documentari, meta turistica d’eccellenza, è la perla preziosa custodita dalla Provincia di Rimini. La straordinaria conformazione del luogo, un imponente masso roccioso con pareti a strapiombo ne ha determinato da sempre la doppia valenza militare e religiosa.

La città si chiamava Monte Feltro, da Mons Feretrus, nome legato all’importante insediamento romano sorto intorno al tempio consacrato a Giove Feretrio (Jupiter Feretrius). E i Romani già nel III sec. a.C. costruirono sul punto più elevato una fortificazione. Leone,scalpellino dalmata giunto assieme a Marino con il quale converti’ al Cristianesimo la popolazione della zona, è considerato il primo vescovo della circoscrizione e a lui si deve l’edificazione dell’originario sacrario su cui in epoca carolingia sorse la Pieve, poi rimodernata in età preromanica. Dopo il VII secolo venne affiancata dalla Cattedrale, consacrata al culto di San Leone. Questa nel 1173 venne rinnovata assumendo forme romanico-lombarde e unita alla possente torre campanaria di origine bizantina. Nel XII secolo la civitas Sanctis Leonis rappresentava un vero e proprio agglomerato, costituito dal Palazzo Vescovile e dalla residenza dei Canonici, oltre che da altri edifici voluti dai Signori Montefeltro che si erano stabiliti qui dalla vicina Carpegna a metà del 1100, assumendo il nome dell’antica città-fortezza di Montefeltro-San Leo.

Oggi il centro storico è rimasto integro nella sua bellezza originaria con gli antichi edifici romanici: Pieve, Cattedrale e Torre, ai quali si affiancano numerosi palazzi rinascimentali, come il Palazzo Mediceo, sede dell’elegante Museo di Arte Sacra, la residenza dei Conti Severini-Nardini, il Palazzo Della Rovere, sede del Municipio. Cuore di San Leo la piazza intitolata a Dante che vi fu ospitato come San Francesco, il quale qui ricevette in dono, dal Conte di Chiusi, il Monte della Verna. Sulla punta più alta dello sperone la Fortezza di Francesco di Giorgio Martini, dove fu rinchiuso, dal 1791 fino alla morte, avvenuta nel 1795, Giuseppe Balsamo, noto come Conte di Cagliostro. Meritano una visita il duomo di San Leo, in stile romanico, costruito da maestri lombardi e datato attorno al 1173. Con classica pianta a croce latina, costruita con tre navate e transetto, ampio presbiterio e cripta,la pieve di Santa Maria Assunta, il forte di San Leo,la torre campanaria, costruita sulla cima rocciosa del “monte della guardia”, la seconda sommità del Masso di San Leo,Il palazzo mediceo, costruito fra il 1517 e 1523 per il governatore della repubblica fiorentina, il giglio, stemma di Firenze, è scolpito sulla facciata, con la data 1521. Pure presente lo stemma di papa Giulio II della famiglia Della Rovere che ampliarono il palazzo nei secoli successivi,il Convento di sant’Igne del secolo XIII, edificato al di fuori dell’abitato, nel periodo francescano, che conserva nella chiesa un frammento dell’olmo sotto il quale predicò San Francesco durante la sua visita a San Leo.Notevole anche la vista che si gode da San Leo sia verso Occidente col massiccio di Carpegna e la Val Marecchia, sia verso Oriente con la vista di San Marino, verucchio e la Bassa Valmarecchia.

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Cagliostro

Ma San Leo è profondamente legata all’alchimista che vi fu imprigionato, Il 21 aprile del 1791 Cagliostro, affacciato al finestrino della carrozza che lo trasportava, vide per la prima volta San Leo, una fortezza che si ergeva su di un picco scosceso nella regione del Montefeltro. Altri, prima di lui, avevano posato gli occhi sullo stesso spettacolo: Dante Alighieri aveva paragonato la rocca a un girone dell’Inferno; Francesco d’Assisi, turbato dal dolore delle persone che vi erano state rinchiuse, ne aveva tratto ispirazione per una commovente predica sulle pene che ogni uomo è costretto a sopportare durante la sua vita.

Cagliostro non arrivava a San Leo da uomo libero, come Dante e San Francesco ma scortato da un manipolo di guardie, dopo la sua condanna di fronte al Tribunale dell’Inquisizione.Ma fu poi condannato per davvero? E che cosa c’entra con lui il palermitano Giuseppe Balsamo, con il quale fu sempre identificato?Alessandro, conte di Cagliostro, nacque a Medina nel settembre del 1749, da una famiglia di origine portoghese. I genitori morirono quando il figlio aveva tre mesi e fu’ lasciato alle cure della bambinaia e dei parenti, il piccolo ebbe poi una vita normale fino a quando, a dodici anni, gli diedero un precettore che lo portò in giro per il Mediterraneo, l’Oriente e l’Africa del Nord, cercando di aprirgli la mente con i viaggi e con la conoscenza di altri popoli e dandogli un insegnamento di tipo iniziatico che segnò a vita il ragazzo.Appena ventenne, Cagliostro si recò a Roma; qui fu ricevuto nelle case dei nobili della capitale e divenne amico del papa Clemente XIII, che morì nello stesso anno, il 1769. Qui egli sposò nel 1770 una fanciulla sedicenne appartenente ad una famiglia della piccola nobiltà decaduta, Serafina Feliciani.

L’anno seguente Cagliostro e la moglie lasciarono Roma per Londra, dove egli compose un rituale di quella che chiamò “Massoneria Egiziana”, che si proponeva di unificare le diverse tradizioni esoteriche.Giuseppe Balsamo nacque a Palermo da una famiglia di origini nobili, ma molto impoverita; a tredici anni il ragazzo fu mandato nel convento dei Fatebenefratelli di Caltagirone, dove si distinse per il carattere ribelle e la grande intelligenza. Nel 1758 fuggì e tornò a Palermo, dove si mise a vivacchiare tra truffe e pseudo-magie.Trasferitosi a Roma, incontrò, tra le prostitute che frequentava, la bella Lorenza Feliciani, di soli quattordici anni, che poi sposò. Accusato di aver falsificato dei titoli di rendita, Balsamo fuggi’ da Roma e cominciò a viaggiare con la moglie per l’Europa; fu a Londra nel 1772, tirando avanti a stento facendo il pittore di quadri di scarso talento. Spesso sfruttava la bellezza della moglie per attrarre amanti facoltosi che poi ricattava per evitare lo scandalo.Imprigionato per debiti, fu liberato per intercessione di un gentiluomo, a cui tentò poi di violentare la figlia; fu costretto a scappare in Francia, poi in Sicilia, quindi in Spagna, sempre fuggendo e poi spari’. Nel maggio del 1789 Cagliostro arrivò a Roma per fondare la loggia massonica di rito egiziano.

Dopo la presa della bastiglia,il papa Pio VI condannò violentemente il documento e non fu felice di apprendere che il motto coniato da Cagliostro per le sue logge massoniche, “Liberté, egalité, fraternité”, era diventato lo slogan dei rivoluzionari francesi.Il 27 dicembre 1789 Cagliostro fu arrestato per ordine del Santo Uffizio sotto il nome di Giuseppe Balsamo e rinchiuso a Castel Sant’Angelo.Gli interrogatori durarono  fino all’aprile del 1791, quando fu emessa la sentenza di condanna: Cagliostro fu portato a San Leo e la Feliciani fu rinchiusa nel monastero di Santa Apollonia, da cui uscì dopo l’invasione francese. Un mese dopo fu pubblicato il Compendio, un libro pesantemente diffamatorio, scritto da Monsignor Barberi, che identificava Balsamo con Cagliostro e faceva accuse di truffa, furto, ricatto, stregoneria, alchimia, commercio col diavolo, affermando che il denaro che il conte così generosamente elargiva arrivava dalla prostituzione della moglie.A San Leo egli fu rinchiuso prima nella cella detta “del tesoro”, poi, dopo un tentativo di fuga, in quella del “pozzetto”, in cui fu praticamente murato vivo.

La cella aveva una sola apertura sul soffitto e vi si poteva accedere soltanto dal pavimento della stanza sovrastante; inoltre era sorvegliato a vista.Dalla sua prigione Cagliostro per due volte salvò la vita al papa, la prima volta “vedendo” con la mente una fanciulla vestita da paggio che voleva accoltellare il pontefice, la seconda mettendolo in guardia da un tentativo di avvelenamento. Per queste azioni chiese in cambio la grazia di uscire dalla cella per pochi minuti mala grazia non gli fu mai accordata, però il papa non ebbe mai il coraggio di firmare la sentenza di morte, nonostante il segretario di stato lo sollecitasse ogni giorno a porre fine alla vita del mago. Cagliostro morì ufficialmente nel 1795 per un colpo apoplettico. Ma un mistero si è sempre celato dietro l’identità di Cagliostro, divulgatore delle scienze esoteriche e dell’arte della guarigione, in contrasto con l’ordine medico e quello religioso del suo tempo.a figura di Cagliostro (1743-1795) resta una delle più controversie,discusse e meno conosciute della storia. A giudicare dal tenore della sua arringa, durante il processo che lo condannava a morte, il vero conte di Cagliostro,astutamente identificato dalla Inquisizione con il piccolo truffatore e imbroglione palermitano Giuseppe Balsamo,rimane una delle personalità, per certi aspetti, più affascinanti e misteriose degli ultimi secoli. Pur costretto a subire ripetutamente nel corso della propria esistenza, le accuse più infamanti, non riesce a essere antipatico e la sua condanna morale, oltre che materiale, continua a suscitare una grandissima perplessità. Fondatore del rito massonico egiziano chiamato” La saggezza trionfante” che intendeva conferire, nell’ambito della tradizione massonica, una vera e propria coscienza spirituale costruita sulla pura ricerca esoterica, si prodigò,peregrinando in lungo e in largo attraverso l’Europa, per i malati, che guariva miracolosamente e gratuitamente, grazie alle sue doti di grande alchimista, veggente, guaritore.

Profetizzò la rivoluzione francese e la presa della Bastiglia e l’avvento di Napoleone.In effetti già ai suoi tempi Lavater considerava Cagliostro un santissimo uomo, l’opposto di Balsamo, Goethe era un ammiratore del conte, poi col passar del tempo lo definì impostore. A oltre 200 anni di distanza ancora una verità non c’è e resta un alone di mistero attorno a questo( o questi )personaggio.L’unica cosa certa è che Cagliostro fu accusato ufficialmente delle malefatte di Balsamo e non gli servì a niente negare più volte di essere Balsamo. E neppure gli servì dimostrare che, mentre lui e la moglie parlavano e leggevano diverse lingue, Balsamo era uomo di poca cultura e Lorenza Feliciani addirittura analfabeta: com’era possibile che la contessa di Cagliostro tenesse conferenze come maestra di loggia, scrivesse in inglese, francese, italiano e spagnolo ad amici in tutta l’Europa, poi si trasformasse nella signora Balsamo, che non sapeva neppure scrivere il suo nome?Inoltre Balsamo era un piccolo truffatore e ladro, che viveva di espedienti, sempre pronto a estorcere quattrini alle sue vittime, mentre Cagliostro donava continuamente oro a tutti.

Anche la morte di Cagliostro è tuttora un mistero; alcune prove lasciano pensare che egli fuggì, come alcune lettere scritte di suo pugno e riconosciute dopo la data della presunta morte, che commentavano fatti avvenuti mesi dopo, tra cui le leggere scosse sismiche sentite nel Montefeltro e registrate dalle cronache locali.Resta il fatto che fu un uomo, maestro del suo tempo, ma anche al di fuori del tempo,si rivelò una persona misericordiosa e compassionevole che combattèèsempre l’ignoranza schierandosi con i più deboli, teso sempre a rendere giustizia agli altri uomini.Ma perchè usare la doppia identità quando bastava accusarlo di eresia e appartenenza alla massoneria e condannarlo al rogo?Perchè una tal condanna avrebbe fatto del conte, molto amato dalle folle, un martire di un’idea e di una istituzione quale era all’epoca la Massoneria che l’Inquisizione stava combattendo. Invece il confondere le acque e far passare il truffatore palermitano Giuseppe Balsamo per il vero conte di Cagliostro, oltre a legittimare ulteriormente la condanna, avrebbe consentito di gettare discredito sulla massoneria.

Di fatto, nessuno ha mai portato una benché minima prova in relazione a questa identità tra i due personaggi e, a rigor di legge, sino a quando non sarà provato il contrario, la verità sarà dalla parte di Cagliostro che continuò a ripetere fino all’ultimo “Io non sono Giuseppe
Balsamo”.Certo è che la sua tomba, che i documenti localizzano in un punto abbastanza preciso, di fatto non esiste. Il conte Cagliostro fu immortalato in numerose stampe, ritratti tra cui il celebre busto di Jean-Antoine Houdon, che sulla base reca incise queste parole:

Questi sono i tratti dell’amico dell’umanità,
tutti i suoi giorni furono spesi a far del bene,
egli allunga la vita e soccorre i bisognosi,
il piacere di essere utile è la sua sola ricompensa

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