Pensiero numero 2. “Gli uomini che non hanno mai tempo sono quelli che fanno pochissimo”.

0
106

Pensiero numero 2.

Gli uomini che non hanno mai tempo sono quelli che
fanno pochissimo”.
C. Lichtenberg

Una tra le materie più affascinanti che ho seguito alla facoltà di Lettere è stato sicuramente il corso di Antropologia.
Grazie alla bellezza della materia e grazie anche alla bravura del suo insegnante, ogni lunedì l’aula più grande della struttura, la “mitica”, per noi studenti, aula “M”, era sempre pienissima, tanto che molti malcapitati di noi, tra cui talvolta anche il sottoscritto, dovevano seguire le lezioni per terra, tanta la gente che era presente in quel luogo per ascoltare la lezione. Per cui quaderno sulle ginocchia e via a prendere più appunti possibili.
L’Antropologia, per dirla in soldoni, è il resoconto delle tradizioni, delle culture, della storia e delle storie umane che sono presenti in questo mondo: le quali sono tantissime e di tantissime forme.

Per chi si affaccia per la prima volta alla materia è molto interessante confrontare come si comportano le altre popolazioni del globo, rispetto a come ci comportiamo noi occidentali, o nel più piccolo noi Italiani, rispetto a una medesima situazione in particolare.
Potrei fare mille esempi, ma ne farò solo alcuni al fine di far appassionare il lettore il più possibile a questa disciplina sperando che egli, in seguito, l’approfondisca tanto e molto di sua propria volontà; nel caso in cui ovviamente non sia già conoscitore di questa materia. Ecco dunque elencate alcune curiosità:

In Occidente, per esempio, si dà molta importanza alla biologia per cui il padre di un bambino è sempre colui che ha fecondato l’ovulo della madre, mentre in altre culture non avviene proprio allo stesso modo: il padre del ragazzo talvolta può anche non combaciare con il padre biologico, ma può assumere a tutti gli effetti il ruolo di padre del ragazzo colui che lo cresce e che lo educa; oppure in alcune popolazioni africane il padre è colui, addirittura, che gli dà da mangiare la prima volta.

E ancora:
In Italia comprare una casa significa stabilità, mettersi apposto per molti anni, se non in alcuni casi proprio per tutta la vita; mentre negli Stati Uniti d’America la maggior parte delle case sono costruite, come si può notare nei migliaia di film d’oltreoceano, molto simili le une con le altre: proprio perché in questa nazione capita spesso di cambiare casa per via del lavoro che è molto più “mobile” rispetto che in Italia, con il fine quindi di trovare una mappatura della casa oltre che più familiare anche più congeniale per i vari traslochi da una casa a un’altra.

E ancora:
In molti Paesi è normale la poligamia o la poliandria. Oppure, così a raffica:
Alcune popolazioni dell’Africa non mangiano l’insalata perché ritengono indegno mangiare ciò di cui si nutrono capre o mucche o animali simili; In Italia il silenzio tra due o più persone genera imbarazzo o ansia, mentre in altre popolazioni è sacro, tanto che i padroni di casa in queste culture fanno mangiare un qualsiasi ospite in un’altra stanza proprio per fargli godere il pasto nel miglior modo possibile, immerso nel silenzio più totale, come forma di grande reverenza verso il prossimo; oppure se, sempre in Italia, le mance sono oramai divenute qualcosa di quasi convenzionale, in altre culture, specie quelle asiatiche, le persone si possono offendere qualora tu gliele porgessi.

Ma mi fermo qui, sperando di aver stimolato la curiosità del lettore, affinché si possa appassionare, nonostante queste poche righe, a quella bellissima arte che è l’Antropologia; lasciandogli tuttavia degli appigli, dei libri cioè per approfondire questi temi sopra citati, oppure per scoprirne ancora moltissimi ugualmente interessanti.
I libri che vi propongo sono tre e nello specifico sono i seguenti. Eccoli:
“Il primo libro dell’antropologia” di Marco Aime. “La bussola dell’antropologo” di Adriano Favole. E “Armi, acciaio e malattie” di Jared Diamond.
Quest’ultimo in particolare è un bellissimo libro che racconta la storia del mondo fin dalle sue origini con uno sguardo di antropologo, per l’appunto.

Tutto questo discorso, solamente per dire che nel mondo esistono migliaia di culture, popolazioni, storie, tradizioni, le quali hanno tutte la stessa dignità della nostra cultura.
Affermo questo perché molte volte ci perdiamo nel peccato dell’etnocentrismo, ovvero di considerare, chi più consciamente, chi più inconsciamente, tutto ciò che riguarda il nostro bagaglio culturale il centro di ogni cultura, e di conseguenza classificare e valutare tutte le altre culture in rapporto con la nostra.

Per cui il nostro gruppo culturale appare ai nostri occhi più giusto, migliore, più bello, più avanzato rispetto a tutti gli altri infiniti gruppi culturali presenti in questa terra sconfinata.
Sarebbe quindi opportuno allontanarci il più possibile da questa idea di superiorità culturale presente in noi, seppure essa sia abbastanza umana, proprio perchè la nostra tradizione è solo una fra le tante tradizioni esistenti sulla nostra Terra, e non è né più né meno importante delle altre culture.
E potendo così finalmente non essere più accusati di razzismo, o quanto meno di sospetto razzistico. “Tuttavia -per dirla con le parole di Gaber- come si fa però a essere proprio sicuri di non essere neanche un po’ razzisti?
Se vogliamo essere proprio sinceri con noi stessi quasi tutti sentiamo uno strano senso di minaccia di fronte a qualcuno che è diverso da noi: ammetterlo con un po’ di vergogna è forse l’unica strada per arrivare alla totale eliminazione del problema”.

Ma, in conclusione, sentiamoci tutti straordinariamente orgogliosi di fare parte di un tassello, ognuno della stessa grandezza dell’altro, di un immenso mosaico di vite che è la vita.

Andrea Taranto