Paolo Conte

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Per leggende musicali oggi, per la prima volta, passo in rassegna un artista italiano. Uno dei più grandi tra i cantautori nostrani: Paolo Conte.

Austero, un po’ scorbutico, molto sabaudo, un filo anarchico nei modi, dal grande talento musicale e melodico. Ma anche tanto poetico e malinconico, adatto a cucire testi e parole di alta sensibilità e classe su spartiti di grande qualità da lui stesso creati.

Ascoltando, anche grazie a genitori molto attenti al cantautorato italiano, i suoi pezzi fin da piccolo, ho sempre provato un pò di allegria e nostalgia. Ma soprattutto mi ha sempre incuriosito la sua originalità e capacità di fondere stili diversi e di sperimentare suoni classici, moderni, esotici.

È sempre stato quasi nascosto, differente da tutti gli altri, dai De André, dai Dalla, i De Gregori e tutti gli altri grandi cantautori italiani. Si, scorbutico, che poi in realtà sembra non lo sia per nulla.

Fatto sta che qui siamo in effetti di fronte ad un cantautore,paroliere,polistrumentista, pittore ed ex-avvocato. Quindi, sicuramente un uomo di intelligenza e spessore, ma anche un pianista di formazione jazz, considerato uno dei più importanti e innovativi cantautori italiani, anche a detta della critica.

Paolo è Avvocato di professione, ma la musica ha per lui, da sempre, un significato primario. In effetti nella sua quasi sessantennale carriera è stato autore di musiche per altri artisti, diventando un riferimento per tanti colleghi.

Nel 1974, abbandona la carriera forense per dedicarsi solo a quella artistica. Oggi Conte è molto stimato e apprezzato dal pubblico francese e non solo. Nel 2007 riceve una Laurea honoris causa in Pittura, altra sua passione, dall’Accademia di belle arti di Catanzaro.

Condivide con Fabrizio De André il maggior numero di riconoscimenti da parte del Club Tenco, con ben sei Targhe e un Premio Tenco. Ha inoltre ricevuto anche un Premio Chiara nell’apposita sezione dedicata alle parole della musica.

Ci sono parole che svaniscono perché sono inutili, altre sono più importanti. Le parole hanno i loro tempi. E’ un film quello in cui vogliono vivere.

L’autore nasce ad Asti il 6 gennaio 1937. Si laurea in legge e svolge la professione di avvocato nella propria città. Contemporaneamente studia da musicista jazz, e si diletta ad imparare a suonare il piano e il vibrafono.
Negli anni Sessanta inizia a comporre canzoni, a volte con il fratello Giorgio. Firma alcuni brani che diventeranno dei punti fermi della musica italiana: “La coppia più bella del mondo” e “Azzurro“, interpretate da Adriano Celentano, “Insieme a te non ci sto più” cantata da Caterina Caselli, “Messico e nuvole” per Enzo Jannacci, “Genova per noi” e “Onda su onda” portate al successo da Bruno Lauzi, e diverse altre.

Nel 1974 pubblica il primo album personale, intitolato PAOLO CONTE. Lo stesso nome lo diede anche al secondo, risalente al 1975. Nel 1976 incontra Amilcare Rambaldi e debutta al “Club Tenco”. Per Paolo è la svolta, qui decide di trasformarsi da autore a interprete delle proprie canzoni, oltre che performer.

UN GELATO AL LIMON, del 1979, è l’album che lo rende noto al grande pubblico. Non è più il Conte che si muove solo dietro le quinte e lascia agli altri la ribalta, ora è un vero performer. Nel 1981 il ClubTenco gli dedica un’intera giornata.

Dopo PARIS MILONGA (1981, con la classica “Via con me”) e APPUNTI DI VIAGGIO (1982), ecco PAOLO CONTE, uscito nel 1984 per la CGD, con canzoni come “Sotto le stelle del jazz”, “Gli impermeabili” e “Come mi vuoi?”, che lo fanno diventare una vera star oltralpe, in Francia. Critica e pubblico transalpini lo esaltano e lo premiano con grandi attestati di stima.

Da qui iniziò un’intensa attività dal vivo nel 1985, e poi l’uscita di AGUAPLANO, nel 1987, un disco segnato dalla presenza di “Max”, e seguito l’anno dopo da un altro album dal vivo.

Proseguendo lungo la cariera fel cantautore, nel 1990 esce PAROLE D’AMORE SCRITTE A MACCHINA e due anni dopo NOVECENTO. Si tratta di album di qualità ma non particolarmente efficaci.

Lo stesso discorso si può dire per UNA FACCIA IN PRESTITO del 1995. Nel frattempo proseguiva la pubblicazione di dischi dal vivo e prendeva vita il progetto ambizioso RAZMATAZ  (2000), un musical ambientato nella Parigi degli anni ’20, di cui scriveremo oltre.

Nel 2004 arriva ELEGIA, un disco in cui Paolo riscopre la vena artistica degli inizi, anche grazie a pezzi come “Sandwich man”.

Nel 2008 è la volta dI PSICHE  un disco di inediti. Nel periodo precedente ebbe un intensa attività dal vivo e collaborazioni con i Marlene Kuntz e con gli Avion Travel, per cui produce “Danson metropoli” nel 2007.

Sempre nei tardi anni 10 dei 2000 viene pubblicato PAOLO CONTE PLAYS JAZZ, che raccoglie le registrazioni di Conte da musicista jazz, dal 1962.

Paolo Conte però si è occupato pure di scrittura con la pubblicazione del libro “Prima la musica” (scritto con Manuela Furnari) e nel 2010 è uscito il capitolo discografico più recente, NELSON.

Nel corso decennio, nel 2011, a novembre, esce GONG-OH!, una raccolta che celebra il meglio della produzione di Conte oltre all’inedito “La musica è pagana”.

Poi una pausa di tre anni, in cui si è esibito come sempre, finché nel 2014 ha inserito nell’album di Biagio Antonacci “L’amore comporta”, la canzone “Le veterane”.

Gli ultimi anni di carriera di uno dei maggiori autori musicali italiani hanno portato l’album SNOB , nell’ottobre del 2014, seguito nel 2016 da AMAZING GAME un disco strumentale con varie incisioni a tema realizzate negli anni precedenti su commissione ma mai pubblicate in precedenza.

Nel del 2018 esce LIVE IN CARACALLA, un album dal vivo con l’inedito Lavavetri.

Nel 2020 esce “Via con me“, un film che racconta la vita dell’autore, girato da Giorgio Verdelli e presentato alla Mostra del cinema di Venezia. 

Questa la produzione di Paolo Conte, un personaggio che ama poco la ribalta, mentre ama esibirsi davanti ad un pubblico colto, che sa apprezzare la sua musica. Forse snob? In parte, in parte è il suo carattere; un pò schivo e restio alle grandi ribalte, a tenerlo “felicemente defilato”.

Ciò non toglie che sia evidente a chiunque ami la musica, come Conte, attraverso un percorso musicale originale, si sia dimostrato uno dei cardini della musica italiana.

Si nasce e si muore soli. Certo, in mezzo c’è un bel traffico

Prima praticante forense, poi cantautore schietto e distaccato, Paolo si è sempre mostrato assai incline ad un fare un po’ bizzarro, un po’ nostalgico, ma sempre attratto da melodie jazz e latinoamericane. 

Riferimenti e stile

Dunque, l’originalità di Paolo Conte è sempre stata un suo punto di forza, le sue melodie ricercate rimandano alle melodie di Leonard Cohen, ma non solo.

In lui risorgono le melodie da cantastorie parigino di inizio ‘900, le big band jazz americane e tante altre influenze, tutte ricercate, mai banali. Il suo stile tra il burbero, l’erudito, l’ironico e il malinconico è un marchio di fabbrica.

Passioni sfrenate e nostalgie, un filo di ermetismo e riferimenti alla belle époque sono aspetti sempre presenti nella sua musica.

La voce e il pianoforte sono i “suoi strumenti”, quelli attraverso cui Paolo ha donato all’Italia un po’ di spirito jazz. Lo ha sempre fatto con l’aria da chanteur decadente, quasi distaccato e nobile, con il suo timbro vocale rauco e profondo, sferzante, ma anche pungente e diretto.

Per capire la sua musica e il suo stile, serve fare un passo indietro e tornare alla sua infanzia e gioventù. Nasce nel 1937 ad Asti, da una famiglia di legali. Durante la guerra Paolo passa molto tempo nella fattoria del nonno, dove viene educato e cresciuto con il rispetto della diversità delle culture e, allo stesso tempo, del proprio luogo d’origine. Un origine che lo segna umanamente e artisticamente.

Non ho mai visto né Amici né X Factor. Non li ho mai aperti, come programmi. Io in tivù guardo il football

Una fortuna per Paolo, che attraverso i genitori  appassionati sia di musica colta, che di canzoni popolari, si avvicina al pianoforte, assieme al fratello minore Giorgio.

Nel dopoguerra, da un lato l’avvento della stagione del cinema moderno, dall’altro le marce delle bande militari americane e i concerti di musicisti americani in tour, lo avvicinano alla musica jazz.

In parallelo si dedica alla legge, laureandosi in Legge all’Università di Parma, dove inizia a lavorare come assistente presso lo studio del padre.

La passione per la musica lo porta ad estendere a livello professionale gli studi musicali. Le sue band musicali avevano nomi che richiamavano al jazz Usa: Barrelhouse Jazz Band, Taxi for Five, The Lazy River Band Society.

Tra queste spiccò la Paul Conte Quartet, col fratello Giorgio alla chitarra, che arriva ad incidere un Lp di musixa jazz: “The Italian Way to Swing”.

Oltre al jazz si appassiona alla canzone napoletana e alla chanson di Brel e Brassens. Da queste passioni, dalla vicinanza alle poetiche di narrazione molto lucida e incentrate sul grottesco e su una visione della società un pò cinica, ma molto reale e poco retorica, Conte trae spunto per la scrittura delle sue prime canzoni.

Non sono canzoni per se, ma destinate a interpretazioni di artisti italiani e non. Alcune sono senza paroliere in coppia col fratello e altre collaborando con Vito Pallavicini a far da paroliere.

Nella seconda metà degli anni 60 nasce “Siamo la coppia più bella del mondo”, di fatto l’esordio solista di Conte con testo di Luciano Beretta e Miki Del Prete.

Un grande successo al tempo, così come e “Azzurro”, pensata per Adriano Celentano, una delle canzoni italiane più famose di sempre. Via via tutte le altre di cui scrivevo sopra.

Sono l’antipasto in realtà del suo stile poi, apparso nel primo Lp: Paolo Conte, del 1974.

Un album dove la provincia la fa da padrona, una provincia disastrata da una vita assente e annoiata, dove domina l’ipocrisia, l’angoscia repressa e inespressa.

È il periodo della saga dedicata all ‘”Uomo del Mocambo“, la storia del proprietario di un mitico bar-scenario di situazioni decadenti, caffè e fughe dalla realtà. “Sono qui con te sempre più solo“, “La ricostruzione del Mocambo”, e, più avanti, “Gli impermeabili” e “La nostalgia del Mocambo” sono una tetralogia di canzoni che rappresentano molto lo spirito artistico di Paolo. “La ricostruzione del Mocambo” continua questo percorso nell’album successivo  dominata da una nuova vena jazz. “Genova per noi“, è di fatto l’ultima reinterpretazione delle sue canzoni pregresse, trasformata però in una marcetta a bolero, accompagnata da pianoforte.

La Topolino amaranto” è scritta da Conte a quattro mani col fratello e accompagnata da fisarmonica.

Altre perle del suo primo periodo artistico sono “Un gelato al limon“, “Bartali“, inno al suo sport favorito e il tango “rebus“. 

Dopo il primo periodo l’autobiografismo cede il passo all’uomo disincantato e ai suoi misteri, accompagnati dalle malinconie di vita, dai rimpianti e dai ricordi.

La distribuzione dei dischi sembra essere un’impresa molto più difficile dell’organizzazione degli spettacoli. Ma mi tengo lontano da questi mondi, ho sempre fatto un mio lavoro. L’omologazione e il consumismo sono la ragione di base della crisi, tutto è usa e getta.

La sua grande fantasia e genio portano le sue canzoni ad essere vere e proprie perle musicali con danze latino-americane (tango, habanera, fandango, paso doble, jive, cha cha, rumba), passaggi di piano-voce impregnati di malinconia struggente e con tanto di ampie aperture melodiche. Tutto ciò accompagnato da un’eleganza unica. Jazz e swing, vengono portati ad un grande livello di eleganza, ma anche di schiettezza.

Nasce Paris Milonga del 1981: lentezza, un pò ironica, un pò sorniona un pò snob con vibranti ballate piano-voce (“Blue Haway”, “Parigi”, “Un’altra vita”), momenti di puro swing  come in  “L’ultima donna“. E ancora versi liberi (“Via con me”, “Madeleine”), improvvisazione (“Boogie”). Il risultato è un album jazz molto godibile ai più e non eccessivamente frenato da troppi stilismi.

Appunti di viaggio, del 1982 cambia registro e mette in mostra superbe capacità strumentali e poetiche che si tramutano in brani toccanti e suggestivi, infiniti e ricchi di quotidiana ironia. “Fuga all’Inglese” da sfogo alla creatività di Conte, spesso creata con scampoli provenienti dal passato, con un velo malinconico.
Dancing” si presenta come una rumba scaltra, con tanto di piano elettrico, orchestrina Memphis-style. “Lo Zio” è brano in stile Buscaglione con tanto di chitarraswing, “Diavolo rosso” con tocchi synth, “Gioco d’azzardo” e – “La frase” completano.il bell’album, con tanto di ritmi improvvisati e tocchi di sax.

Ai francesi piacciono molto”Comédie” e “Dancing”, agli olandesi “Gli impermeabili” e “Max”. Gli americani amano “Reveries”. Anche con gli ispanici ho ormai rapporti buoni e simpatici: al concerto di Madrid è venuto a trovarmi Almodovar, abbiamo fatto una bella chiacchierata in esperanto, ci siamo baciati e abbracciati: una persona molto intelligente.

Tra gli altri spicca il brano “Hemingway“, un  capolavoro melodico con crescendo di fiati e tocco magico al pianoforte. “Nord” chiude l’album, sicuramente tra i più importanti di Conte.

Qui Conte è per certi versi all’apice della sua vena artistica e musicale ed estremamente creativo se non geniale nel creare musica e testi.

Nel 1984, con Paolo Conte si mettono insieme le due esperienze precedenti. E’ a detta di molti il suo disco più sofferto e meditato, il suo “Tonight’s The Night“. Vi sono canzoni passate alla storia come “Gli impermeabili“, terzo episodio della tetralogia del Mocambo, canzone ricca di melodia, “Come mi vuoi?”, una serenata non romantica per piano e sax, o ancora “Come – di“, un bel pezzo swing.

“Sotto le stelle del jazz”, appare come il suo capolavoro definitivo, una misto geniale, ricco di poesia e intimità. Il resto dell’album vede liriche confidenziali ed enigmatiche, con cenni gospel e blues.

A completamento lo strumentale “The Music – All?”, sonetto dolente per piano e vibrafono, la ballata di “Chiunque“, con tanto di nuovo duetto di piano e sax, con un velo di tristezza. L’avveniristica di “Simpati – Simpatia” chiude l’album.
Una curiosità: “Come mi vuoi?” avrebbe dovuto far parte di “Occulte persuasioni” di Patty Pravo, 1984.

Non ho mai viaggiato volentieri, però viaggio. Se so che è una cosa da fare vado: ma il turismo no, mai. A stare a casa si sta meglio, ho tante cose da fare.

Concerti album del 1985, contenente registrazioni dal vivo delle.esibizioni live.

Uno dei pochi album doppi della musica italiana, Aguaplano, 1986 viene considerata in realtà un’opera di transizione, dove l’autore raccoglie i frutti degli anni di esperienza musicale e artistica. Ci sono le sue ormai classiche aperture melodiche, ma anche “Max“, altro dei suoi classici, con un crescendo con motivo bipartito simile à-la Bolero di Ravel.

Paso Doble” , una gag stile piano-voce, a mo di cabaret jazz, con alternanza tra strofa incupita e ritornello accelerato, con note ribattute in tonalità maggiore.  “Nessuno mi ama” attacca con il piano, il sax e il contrabbasso, per lanciarsi in uno swing accompagnato da un coro femminile. Completano l’album la partenopea “Spassiunatamente“, la cool-song di “Anni“, “Hesitation“, con i suoi tocchi al pianoforte, “La Negra“, il valzer “Non Sense“, la ballata in rima di “Gratis“, la danse macabre con tanto di jambé di “Les Tam-Tam du Paradis“, l’assurda “Ratafià“, per un album sicuramente d’avanguardia.

Un altro disco dal vivo, PAOLO CONTE LIVE, del 1988  segue Aguaplano, un disco di rivisitazione, senza particolari innovazioni.

PAROLE D’AMORE SCRITTE MACCHINA  e NOVECENTO , danno vita ad un nuovo periodo creativo votato all’intimismo. E così viene fuori il suo vissuto più profondo, il suo io sognante, elaborante, inquieto. Un Conte nuovo insomma, senza controparti con cui dialogare, sestesso e basta

PAROLE D’AMORE SCRITTE A MACCHINA del 1990, è forse l’album più particolare della sua carriera, al limite dello sperimentalismo. L’atmosfera è scarna, enigmatica, sbilenca e appena sbozzata, a dir poco insolita. Si parte con  “Dragon“, uno straniante boogie-blues con sequencer sovrainciso e chitarre, accompagnati da cori e vocalizzi stile voodoo. “Il Maestro” un epico inno Verdiano intonato da un coro femminile, ripetuto dallo stesso Conte. “La canoa di mezzanotte” invece è un duetto basato quasi esclusivamente su synth e sequencer, “Ma si t’a vo’ scurda’” è un’altra perla partenopea.

Completano la sonata “Ho ballato di tutto“, “Un vecchio errore“, un bel pezzo piano-voce e infine  “Mister Jive“, un nostalgico omaggio a Harry Gibson e al “Cotton Club”, il tempio storico della musica jive.

E’ un album diretto, in cui la voce di Conte, in versione “soul” e impertinente, fa sfoggio di ricercatezze, prestiti linguistici, ermetismi. La copertina di questo album fù disegnata da Hugo Pratt.

Sono sempre stato un appassionato, mantengo lo spirito del dilettante pur essendo professionale, di chi ancora cerca di incuriosire se stesso.

NOVECENTO del 1992, pur mantenendosi nostalgico, procede in direzione opposta. Qui il focus dell’opera è quello della fusione massimalista di stili e generi musicali differenti.

GONG-OH” è un tributo a Chick Webb e Sidney Bechet. Poi pezzi di valzer, con rimandi alla belle époque, il tango sempre presente, romanze e pezzi synth. “Schiava del Politeama” ad esempio, un tango nel suo stile con tanto di fisarmonica, concertino di archi e di sax. Da notare anche il duetto di piano e contrabbasso di “Per quel che vale”  , “La donna della tua vita” che mette insieme più stili cari a Conte. “Inno in re bemolle” un lento molto raffinato, dominato da un sax, e “Una di queste notti” definito dalla critica un pregevole mix tra musica circense, samba e temi da Caffè parigino.

In Do do” c’è una proposta più intima. In sostanza si tratta di un album contenitore, che farà, a detta di molti, da ponte tra Conte e quelli che sono considerati i suoi allievi: Vinicio Capossela, Sergio Cammariere, Carlo Fava, Ivan Segreto etc..

Entrambi anacronistici, i due album, Parole d’amore Novecento, sono opposti e per certi versi rappresentano le due facce dell’artista e sono lo specchio di quello che Conte è nel suo intimo.

TOURNÉ, del 1993 è un volume di live registrati tra Amburgo, Parigi, Valencia e Vienna con 3 inediti: Bye, Music”, “Reveries” e “Ouverture alla russa”. 

UNA FACCIA IN PRESTITO del 1995, ritorna allo  stile Aguaplano. Si tratta di un album un pò pedante, con alcuni picchi emozionali. Sembra Conte butti tutto nel calderone, terrorizzato dalla paura di perdere verve creativa. “Don’t Throw It In The W.C presenta una tromba con sordina a guidare una lunga introduzione semi-orchestrale, per la critica niente di che, “Elisir” è invece apprezzata, “Sijmadicandhapajiee” è un cancan baldanzoso. “Le parole tue per me” , “Danson metropoli,  “Il miglior sorriso della mia faccia” proseguono un album meno ispirato di altri che pare progettato più per i live.
I sette minuti finali de “L’incantatrice” e “Quadrille”, con il rodato Touche alla seconda voce, sembrano anticipare “Razmataz“.

THE BEST OF, del 1996 e TOURNÉE 2 sono rispettivamente una raccolta ben riuscita e il miglior album live dell’artista, prosecuzione del Tournée di 5 anni prima.

Conte ha messo in atto, non tanto una rivoluzione, ma una reinvenzione della musica italiana e lo ha fatto con totale libertà, senza nessuna forma di costrizione, ma con grande ispirazione.

Una grande creatività libera la sua, mai contraddittoria, ne eccessivamente pomposa o “vecchia”.

Nella sua originale e innovativa carriera, ha mostrato una personalità testarda e irriducibile, che si è trasmessa in una continua rielaborazione stilistica e musicale, ma sempre seguendo regole e consuetudini.

Il rapporto col pubblico è un rapporto affettuoso, dolce.

Per la critica tutto ciò è un’autentica lezione al cantautorato e alla musica italiana in generale. Completata la prima parte del suo percorso, l’autore si dedica alla realizzazione di un’opera che mantiene segreta fino ai suoi esordi:Razmataz.

Si tratta del risultato finale di un colossale progetto di operetta multimediale per illustrazioni e colonna musicale. Questo progetto serve a Conte per muoversi su più piani, da un lato ritrovandosi compositore in grado di creare operette liriche, con tanto di ouverture, intermezzi e parate orchestrali; dall’altro di sfruttare l’occasione irrinunciabile per scoprire la sua passione innata per la pittura e la storia dell’arte. Infatti produce disegni e tavole e si concentra sulle avanguardie artistico-pittoriche del primo ‘900, soprattutto surrealismo e dadaismo.

Il tutto, grazie alle sue qualità, risulta ben composto e amalgamato. Ne nasce un’opera significativa, anche se di minor successo rispetto, ad esempio al Gobbo di Nôtre Dame di Riccardo Cocciante. Viene realizzato in italiano, inglese, francese e spagnolo e si sviluppa in un centinaio di tavole e in più di due ore di sincronizzazioni audio-video.

La storia di Razmataz 

Razmataz ha come protagonista la ballerina africana dal nome omonimo, alla ricerca del successo nella grande Parigi. Ma Razmataz scompare misteriosamente e tutto continua, tra artisti di strada, amici dello spettacolo in pieno successo e altre figure quasi mitologiche difficili da decifrare. La soria si trasforma in una specie di parata universale nel mondo dell’arte.

Il tutto in una sorta di riflessione sulle atmosfere di contaminazione culturale di inizio ‘900, con l’amata Belle Époque in auge. Nel frammezzo sperimentazioni pittoriche, jazz degli esordi, cultura africana, classicismo operistico e poetica dei bassifondi parigini.

Dal punto di vista tecnico, l’opera live avviene con la visione multipla e sincronica di più proiettori che vengono disposti in più sale lungo un percorso di mostra audiovisiva, e in contemporanea l’ascolto della colonna musicale.

Nelle prime rappresentazioni del “Razmataz Tour”, del 2001 presso Cannes, in occasione della Mostra del Cinema e poi a Londra, Berlino, e in Italia, lo spettacolo comprendeva una performance live eseguita da una band-orchestra sinfonica, a mò di preludio, di un’introduzione da parte di una voce narrante fuori campo, e dello svolgimento vero e proprio, pensato ed eseguito tramite tendine e transizioni tra diverse opere pittoriche.La componente visiva e uditiva interagivano in maniera sincronica, i brani vocali prevedevano come interpreti lo stesso Conte, soprani lirici, chanteuse varie, crooners o cantanti in stile lento, performer afro-americane.

Un insieme molto eterogeneo e di grande qualità ma che proprio a causa della sua eccessiva varietà non fu capito appieno dal pubblico  che non lo premiò.

Il post Razmataz 

Conclusa la creativa e provante esperienza di Razmataz, Conte nel 2004, torna alla musica con “ELEGIA”.

Un album particolare con la title track con pianoforte solitario Chopin-iano, la ballata “Chissà”, basata su rintocchi del piano, “Molto Lontano”, una danza ternaria con cambio ritmico. “Non Ridere”, “Sandwich Man”, “Bamboolah” e “Il Regno del Tango”, ( una specie di tango- bossa ), sono brani che risvegliano la vera essenza musicale di Conte. 

Si tratta di un disco definito ruvido dalla critica, ma anche poetico, e allo stesso tempo del quarto episodio della saga dell’uomo del Mocambo (“La Nostalgia del Mocambo”). Importante in questo album la presenza di Claudio Chiara al flauto, sax alto e tenore e contrabbasso. 

Nel periodo successivo, dopo ben 37 anni, Paolo Conte è tornato a scrivere per Adriano Celentano la canzone “L’indiano“, facente parte della colonna musicale utilizzata dal molleggiato nella trasmissione televisiva “Rockpolitik” dell’autunno 2005.

Sempre in quell’anno è stato pubblicato PAOLO CONTE LIVE ARENA DI VERONA, un doppio album live con Dvd, contenente la performance del concerto del 26 luglio, la più importante del tour 2005. E’ presente un inedito, intitolato “Cuanta Pasiòn“, con la partecipazione del chitarrista Mario Reyes dei Gypsy Kings Family e della cantante Carmen Amor.

WONDERF del 2006 è invece un box di tre cd con l’intera produzione di Conte per la Rca, con i grandi successi dell’autore e la canzone in francese “Le Chic Et Le Charm”, scritta per una colonna sonora.

Nel 2007 la Rai decide di affidargli la composizione della sigla per la nuova edizione del Giro d’Italia. Conte compone “Velocità silenzios”.

CONTE PLAYS JAZZ  del 2008 è invece una raccolta di pezzi swing del giovane Conte ( che contiene per intero l’Ep “The Italian Way to Swing” del 1962. )

Passato alla Universal, ecco PSICHE album simile ad Elegia. “Big Bill” e “Silver Fox“, sono due pezzi vecchio stile, seguiti dalla brasileira “Danza della vanità“, il soul-gospel “Il quadrato e il cerchio”, l’omaggio a Capossela di “Ludmilla”  e “Omicron“.

Ciò che si nota secondo molti è la stanca nostalgia. Qui molti notano la sua voce profonda e pervasa da un accenno di anzianità malinconica.

L’abitudine mia è quella di scrivere sempre prima la musica e poi i testi. Quindi i segnali sono sotto i polpastrelli, perché la musica nasce quasi sempre al pianoforte.

In seguito, negli ultimi anni ecco BLUE SWING – GREATEST HITS, altra raccolta, la collaborazione con il giovane videoartista Valerio Berruti e il ritorno all’arte multimediale, in concomitanza della 53ma edizione della Biennale d’Arte di Venezia, con la creazione della sonorizzazione del mediometraggio animato “La figlia di Isacco” , pezzo per piano, violino e sax.

Nel 2010 esxe NELSON con il gioiello melodico “Clown”, gli esperimenti di collage di voci e percussioni macabre di “Sotto la luna bruna”. Per la critica un disco senza infamia ne lode per quelle che sono le aspettative su un artista come Conte.

SNOB, album del 2014 appare un tentativo di accontentare nuovi e vecchi fan con alcuni picchi come “Si sposa l’Africa” e “Tutti a casa“. 

AMAZING GAME e INSTRUMENTAL MUSIC del 2016 è la prima antologia di musiche solo strumentali della sua carriera.

Sulla scia di questa raccolta il cantautore scrive poi “Black Rhino” un altro album strumentale a tema infanzia ed ecologia.

Nel 2017, da parte dell’Università di Pavia, Conte viene insignito della terza laurea honoris causa, prima di dar vita aZazzarazàz, un box antologico con l’inedito “Per te” e libro fotografico annesso. Un altro inedito, “Lavavetri“, compare invece nel Live in Caracalla del 2018.

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Per concludere l’infinita produzione artistica di Paolo Conte ecco Via con me del 2020, un docufilm biografico diretto da Giorgio Verdelli, evento speciale alla 77ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

L’ampia produzione di questo grande cantautore italiano ne evidenzia la grande energia e vena creativa che lo ha condotto in 60 anni di carriera ad essere uno dei più grandi cantautori italiani di sempre. Per questo lo abbiamo inserito, primo tra gli italiani, nella nostra rubrica “leggende musicali

Posso dire che mi basta “la pioggia nel pineto” per essere felice. Per la sua eleganza assoluta. Io poi tra l’altro sono un nostalgico tra virgolette. Un appassionato dei primi decenni del secolo scorso perché secondo me, sono stati i più rivoluzionari in senso estetico e vi era un’atmosfera di eleganza tutta particolare che poi non abbiamo più ritrovato. E poi ho scoperto che D’Annunzio collezionava dischi jazz proprio come me. (Riferita a Gabriele D’annunzio)

Leggende musicali, Loscrivodame 

FontiOndarock, Rockol, Web