Orco, le origini e i significati di un essere mitologico

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Orco, da dove viene questo termine? Quali sono le origini di questo essere mitologico?

In tanti con il termine Orco pensano subito alle mitologie nordiche o norreniche, ai romanzi fantasy. In realtà questo essere mitologico e fiabesco che impersonifica il male e il “brutto” per eccellenza ha origini molto antiche. Se ci limitiamo al significato letterario, i primi segni li troviamo nella lingua latina, dove con Orco si indicava il regno dei morti. Per i Romani era forse in origine una divinità della Morte, raffigurato come un genio con grandi ali nere e una falce. E così vi era in ogni città una fossa di forma circolare detta mundus e coperta da una pietra che portava all’Orco. Proprio dall’Orco uscivano le ombre dei morti nei tre giorni in cui la pietra veniva rimossa per consentire loro di visitare i parenti.

Ma in antichità era anche appellativo di Plutone, un gigante irsuto e barbuto, raffigurato anche nelle pitture funebri etrusche. Proprio lui è diventato proverbiale nelle fiabe popolari con il nome, appunto, di Orco.

Dunque, si può senza dubbio affermare che l’orco del folclore e delle fiabe derivi dall’Orco della mitologia romana. Qui l’orco è il sovrano del Regno degli Inferi e divoratore di uomini insieme al suo cane Cerbero, altrettanto mostruoso. Da qui è poi nato l’uso di questo termine per designare un mostro divoratore di uomini o cannibale, documentato in italiano fin dal XIII secolo.

Ne derivano tanti casi in letteratura dove l’orco ha avuto ruolo come con Ludovico Ariosto, Jacomo Tolomei, anno 1290 (orco… mangia li garzone), Fazio degli Uberti nel 1367. Ristoro Canigiani nel 1363 lo definisce per la prima volta uno spauracchio dei bambini, mentre alcuni continuano a pensarlo come l’antico Orco romano ( il Boccaccio ad esempio ).

Origine latina dunque per l’Orco?

Probabile, nel folclore e nelle fiabe dei paesi europei, specialmente quelli nordici, gli orchi sono esseri antropomorfi mostruosi. Sono crudeli e divoratori di carne umana. La mitologia germanica lo presenta come un essere simile a una bestia o a un demone. Se pensiamo ai tradizionali Krampus delle regioni alpine, altro non sono che orchi, in effetti.

Dall‘Orcus etrusco, divinità infernale, sembra aver avuto origine quest’essere mitologico diffuso in tutta Europa. Con il decadere della cultura romana l’orco è quindi rimasto come creatura del folclore, come spauracchio per i più piccoli. Il termine è poi usato da centinaia di anni, per indicare persone reali che si macchiano di reati orrendi, come gli orchi fiabeschi. Nelle fiabe del XVI secolo invece può anche non trovarsi la parola orco, ma ci sono comunque “uomini selvatici” o bruti, dai tratti disumani simili ad un orco.

Come appare solitamente l’Orco in fiabe e leggende:

Solitamente è grottesco, più vicino a una bestia che a un uomo, sia per modi che per l’aspetto.  Ha spesso tratti animaleschi, come zanne o folta peluria e denti orrendi e appuntiti. In molti casi è più alto di un umano, anche se ci sono orchi bassi e tozzi.  Ad ogni modo, sia esso un umano “inselvatichito” o una specie a parte, spesso è raffigurato come antropofago. L’orcoe vive in case, palazzi o antri oscuri nella foresta, dove intrappola le sue prede. Solitamente l’orco rimane una figura antagonista, aiutante del male o, in interpretazioni più moderne, antieroe o, perché no, addirittura eroe.

In effetti nella maggior parte dei casi l’orco ha una discendenza malvagia, tanto che i figli di un orco vengono considerati alla pari dei loro genitori. Per questo nelle fiabe capita che i bambini orchi vengano uccisi senza remore, a scopo preventivo. Questo in virtù della loro innata malvagità che un giorno li renderebbe pericolosi e negativi. Fiabe come “Il tronco d’oro”, “Corvetto”, “Pollicino”, “L’arancio e l’ape”, “I sette fratelli colombelli” ne sono un esempio.

Le apparizioni di figure riconducibili ad orchi sono presenti in tante fiabe, storie, leggende.

Nella raccolta “Le piacevoli notti” di Giovanni Francesco Straparola, risalente al XVI secolo, non compare nessuna creatura chiamata orco, ma c’è un personaggio che corrisponde alla descrizione che raccolte poi definiranno orchi. C’è infatti un uomo selvaggio che vive nei boschi, alto, orrendo, deforme. Appare brutto a tal punto da essere chiuso in gabbia come un’attrazione dagli umani stupiti. Il suo nome è Rubinetto e una fata lo trasforma in un giovane bellissimo dopo che lui l’ha fatta ridere.

Ne “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, raccolta di fiabe napoletane del 600′ compaiono gli orchi, sempre antagonisti e quasi sempre antropofagi. Ma non mancano anche orchi positivi e affezionati all’eroe. Come ad esempio l’orco che fa da mentore ad Antonio che si è affezionato a lui e finisce per regalargli oggetti magici nella speranza di renderlo ricco e più “sveglio”. 

Un altro orco riconosce la pelle di pulce ottenendo la mano di Porziella. Lei quindi lo segue nella sua casa e all’inizio lui prova anche a offrirle carne umana da mangiare. Così alla prima occasione Porziella fugge con degli aiutanti che uccidono l’orco.

Sempre con Basile, l’orco compare anche quando Canneloro va a caccia e un orco lo attrae in trappola, trasformandosi in una cerva parlante ed evocando temporali e bufere di neve. E così Canneloro viene chiuso in una fossa nella grotta dell’orco, ma Fonzo lo trova e la cerva fatata viene sbranata dai suoi cani. Sempre con Basile compare anche quando la madre di Petrosinella promette sua figlia all’orca per salvarsi la vita. Sette anni dopo, l’orca va a prendersela e la chiude in una torre. L’orca viene poi uccisa da un animale aiutante evocato dalle ghiande magiche che Petrosinella e il principe le hanno rubato per scappare dalla torre. 

Gli orchi appaiono in molte altre raccolte del Basile, risultando personaggi chiave della sua narrativa seicentesca.

I racconti di Mamma Oca, celebre raccolta di fiabe pubblicata da Charles Perrault a Parigi nel 1697. Comprende grandi classici come Pelle d’asino, CenerentolaLa Bella addormentataPollicinoLe fate, Il gatto con gli stivali. Questi presentano spesso la figura dell’orco.

L’orco uccide le figlie (Pollicino), la suocera della Bella addormentata è di discendenza orchesca. Pur amando suo figlio non resiste alla voglia di mangiare la nuora e i nipoti, e lo farebbe se non intervenisse il cuoco a farle mangiare degli animali al loro posto. Quando lei lo scopre prova a giustiziare tutti, ma il figlio la coglie sul fatto e lei per disperazione si getta in una fossa di serpenti.

Nel Gatto con gli stivali un nobile orco ha il potere di trasformarsi in qualunque animale. Il Gatto approfitta di questa sua abilità per ucciderlo e rubargli il castello. Pollicino e i suoi fratelli chiedono invece ospitalità a una coppia di orchi. Di questi la moglie si è fatta intenerire, mentre il marito vuole mangiarli. Ma Pollicino durante la notte scambia i berretti dei suoi fratelli con le corone delle sette figlie dell’orco. E così l’orco al buio sente i berretti e uccide le sue stesse figlie credendole i sette fratellini umani. Le bimbe,  vengono descritte come precoci amanti del sangue umano. Quando l’orco si accorge di cosa è successo si mette alla ricerca dei bambini con gli stivali delle sette leghe. Ma il furbo Pollicino glieli ruba e inganna l’orca per farsi dare le ricchezze dell’orco.

Sempre con Perrault, nei racconti delle fate compaiono Ravagio e Tormentina, due orchi sposati che adottano Amata. Hanno entrambi un solo occhio al centro della fronte, una bocca enorme, un naso largo e piatto, orecchie lunghe come quelle di un asino, capelli irsuti e gobbe. Gli orchi sono alti come giganti, la loro pelle è così dura da essere antiproiettile e una volta che assaggiano carne umana non vi rinunciano più.

Nella Terra degli Orchi dormire con una corona d’oro in testa è un’usanza molto sentita. Tormentina veste di pelle di serpente, è armata di mazza, è mezza fata e ha una bacchetta d’avorio con la quale può esprimere ogni desiderio. Ravagio invece possiede gli stivali delle sette leghe. I sei figli di Ravagio e Tormentina sono veramente brutti, ma da bambini hanno un’indole buona. Sia Ravagio che Tormentina provano a mangiare il principe Amato, ma entrambi si sbagliano e mangiano uno dei propri figli. Amato e Amata poi fuggono dagli orchi: Ravagio viene ingannato, ma Tormentina continua a inseguirli, così Amata, in forma di ape punge tanto Tormentina da ucciderla.

Ne “Le fate alla moda“, una comunità di orchi affligge un villaggio e mangia chiunque gli capiti tra le mani. I contadini però si accordano con i centauri, che combattono furiose battaglie contro gli orchi costringendoli ad andarsene ( Fratelli Grimm ).

La figura dell’orco compare anche nelle “Fiabe del focolare” dove la regina viene ingiustamente accusata di essere un’orca e aver divorato i suoi figli. Oppure nella novellaja fiorentina, dove un orco molto ricco attira in casa tre sorelle, una per volta, dicendo loro che possono andare ovunque tranne che in una stanza dove c’è solo un armadio che aperto dà in un pozzo insanguinato. L’orco scopre che le prime due disubbidiscono e le getta nel pozzo. Ma la terza bambina salva le sorelle e uccide l’orco rompendo l’uovo che ne contiene l’anima ( Vittorio Imbriani ).

Un’altra sponda ce la forniscono i costumi e gli usi d’Abruzzo, con Antonio De Nino

..Una ragazza bussa alla vicina orca per chiederle del fuoco. L’orca le lascia sua figlia mentre va ad affilarsi gli unghioni per mangiare la ragazza, ma quella getta la bambina nel calderone e fugge. L’orca la segue a casa e riesce a imitare la voce di un fratello di lei, ma viene riconosciuta dalla mano pelosa. Sono i fratelli della ragazza a ucciderla, ma mangiare il prezzemolo che cresce sulla sua tomba li trasforma ..

Nelle novelle popolari toscane non manca questo essere mitologico. In Giuseppe Pitrè ad esempioBuchettino va a mangiare i fichi di un orco che lo acchiappa per mangiarlo. La prima volta Buchettino fugge, ma la seconda volta la moglie dell’orco per poco non lo cucina. Ma Buchettino la inganna e la fa cadere nell’acqua bollente. Buchettino poi inganna anche l’orco, uccidendolo con un ferro rovente nel sedere. 

Sempre in Giuseppe Pitre ma in un’altra versione, Buchettino riesce allo stesso modo a bollire l’orca. L’orco non si accorge subito di star mangiando la moglie invece di Buchettino. L’orco cerca di salire dal camino per raggiungere Buchettino sul tetto, ma cade di continuo e la terza volta muore.

L’orco appare anche in racconti, in indovinelli e detti popolari, dove viene descritto come un uomo mostruoso e deforme che vive in una caverna ed è il padrino della figlia del diavolo.

Nelle fiabe italiane, l’uomo Selvatico mangia chiunque gli capiti e vive con la moglie che non è come lui. Un esempio è il Tabagnino di Italo Calvino dove compare anche un orco con le penne che vive in una buca su una montagna assieme alla figlia del locandiere che ha rapito per sposarla. Le sue penne hanno poteri curativi e un servitore cerca di prenderle per il re malato e altre persone. La moglie dell’orco prende le penne per lui, poi fuggono insieme. L’orco si mette all’inseguimento della moglie, ma resta su una barca incantata dalla quale non può più scendere. 

Questi sono solo alcuni esempi di come l’orco sia diffuso nella letteratura fiabesca europea. Altro discorso è il filone fantasy dove l’orco è annoverato tra gli esseri malvagi, nell’eterna lotta tra il bene e il male. E così l’elfo, conquistato dal male, muta in orco, proprio come l’angelo caduto diviene demone.

In sostanza nella mitologia romana e norrena ( o nordica ) l’orco appare una sorta di demone o essere degli inferi, nella sua versione fiabesca ha più una connotazione umana, seppur malvagia e abominevole.

Fonti:

Fiabe Fandom

Dizionario Mitologico 

Varie mitologia romana e norrena 

L.D.