Occhiali, da sole.

Gli occhiali, forse sono proprio loro a decidere in quale età vorremmo sostare? 1968, celluloide semitrasparente. Un ritaglio della vita di Agata.

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Gli occhiali, forse sono proprio loro a decidere in quale età vorremmo sostare?

– Buongiorno signora.
– Agata, piacere.
– Ettore. Ci sediamo per un caffè?
– Io prenderò una tisana. Sa, temo per la pressione.
– Oh, certo!
– Il tavolo in fondo? Lontano dalla porta, le piace?
– Sì. –
I due si siedono assieme allo stesso tavolino.
– Sei giovane! Quanti anni hai? Se posso chiedere.
– Trentuno. Forse non dovrei, ma… lei?
– Oh, non sono il genere di signora che si tiene stretto il segreto della sua età. Ne ho settantatre.
– Cavoli se li porta bene!
– Non è vero, ma arriviamo al dunque. Il biglietto! –
Il ragazzo tira fuori dalla tasca un pezzo di carta sgualcito.
– Ecco qui. – dice, distogliendo lo sguardo dalla signora.
– Non mi aveva detto del cuore! – Ridacchia Agata.
– Eh… no. Non volevo metterla in imbarazzo.
– Si immagina una vecchiaccia come me che manda dichiarazioni d’amore a giovani sconosciuti?
– Riesce proprio difficile.
– E qui si sbaglia!
– Ma come? Mi sta dicendo che è stata lei?
– Oh, no, no. Ma ne sarei capace. –

Agata posa un passo fuori dal portoncino grigio. Il rumore lo richiude dietro di lei.
Che bella giornata! Perfino a Milano il cielo riesce ad avere questo colore. Un deciso carta da zucchero, un po’ più chiaro di quello dei suoi occhiali da sole dalla montatura spessa e tonda.
I suoi tacchi bassi pestano le foglie secche, fanno il suono della malinconia. Settant’anni e una mente che galoppa al primo fiato di vento.
Una foglia volteggia e già lei pensa a quando avrebbe voluto essere la prima donna sulla luna. E sentirsi leggera con indosso una tuta spaziale bianca. La foglia bruna viene spinta a terra e poi torna a volare, come Amstrong fra i crateri tondi del nostro satellite preferito.
Dieci minuti ed è già nella Metro, o come la chiama lei “Metrò”, ma in mezzo a quel traffico umano decide di rallentare. Immagina di scoperchiare quel posto e guardare dall’alto il brulicare della gente, in moto con lo stesso disordine dei piccioni in piazza del Duomo. La frenesia del luogo l’affascina e le fa fare un passo indietro.
Un piccione in piazza Duomo. Non è quello che dovrebbe sembrare un’anziana e compita signora. E poi, corrono tutti, ma dove vanno? A lavoro, dal dottore. Non c’è davvero nulla che giustifichi tanta fretta. Forse solo l’amore o una bomba. Ecco sì, una bomba…
Striscia l’abbonamento ai tornelli e le porte magiche dell’inferno le si aprono davanti. Prende le scale mobili e, arrivata giù, attende l’arrivo del treno, mentre la terra sfiata aria calda. Il treno frena, lascia entrare i passeggeri e riparte.
Agata si siede sul sedile di plastica e inizia a parlare con quello di fianco. Non le importa davvero chi sia, le basta che abbia un paio d’orecchie. Degli organi pronti a recepire un messaggio, in mezzo a tanti occhi distratti da un telefono cellulare.
È stata quella storia della gente che corre, il pensiero della bomba, a innescare un ricordo.
– Hai mai sentito parlare della Strage di Piazza Fontana?
– Ma chi? Io?
– Tu, esatto. –
Scrolla le spalle.
– Non importa. –
Il tempo è andato avanti e ha portato lontano le ferite e le cose che potevano contare.
Odia il sedile di plastica che le si incolla al vestito. Le ricorda le sedie bianche della veranda, diventate gialle al primo sole. E tutta la paccottiglia di cui i suoi si riempivano entusiasti la casa. Le pubblicità di prodotti per casalinghi Moplen. Franco e Stella, i suoi genitori. Un tempo li aveva disprezzati per il loro perbenismo, per la messa la domenica e il loro essere democristiani.
Semplicemente venivano da un altro universo, si portavano addosso gli strascichi del rigore fascista. Avevano bisogno di compensare tutte le privazioni sopportate, con un catino Moplen, da riempire d’acqua e sogni di pace.
Il Boom.
Un’interessante onomatopea, pensa, riportando a galla un frammento dei suoi studi classici. Il Boom. Sotto lo stesso rumore il Miracolo Economico e gli Anni di Piombo. Felicità e Paura. A seconda del tipo di polvere esplosiva.
Nella tasca della giacca un taccuino azzurro. Lo prende, trascrive i suoi pensieri. Fa un piccolo disegno di qualcosa che esplode. Lo ripone nella tasca insieme alle caramelle frizzanti all’arancia. Piccoli input per comporre qualcosa.
Agata è nata poetessa, ma è stata quarant’anni in contabilità. Analitica e fantasiosa, dà un nome e un numero ad ogni sensazione. Fa statistiche sulla sua vita insoddisfacente, riordina il caos intorno a lei. Si guarda meglio attorno, non cerca più orecchie che l’ascoltino, ma occhi e i loro racconti.
Metà dei presenti porta gli occhiali da sole. Di questa metà solo tre sono fissati al colletto della camicia. Quattro li hanno ancora indosso. Due li portano sopra i capelli.
Gli occhiali, forse sono proprio loro a decidere in quale età vorremmo sostare? Prendere una boccata d’aria, dire alle lancette di non andare troppo veloci. Ché non è esploso niente e non c’è niente da cui scappare.

Individua due o tre modelli. Un paio di occhiali grossi da mosca, come si usavano qualche anno fa. Un paio di Ray Ban vecchio stampo. Dei grossi occhiali interamente specchiati che sono dell’altro ieri.
Si sfila i suoi dai capelli.
1968, celluloide semitrasparente.
La metro verde è un formicaio umano. Un ragazzo con uno zaino enorme, a forma di violoncello, urta una signora bionda, che si ritrae come un’ostrica, seduta nella porzione di sedile che le permette di non sfiorare il signore col colbacco accanto a lei.
Sale sempre più gente e gli occhiali da sole non si riescono più a distinguere. La gente in piedi taglia la visuale, così è costretta a fissare una scritta, un laccio di scarpe, per evitare di guardare la cerniera dei pantaloni dei suoi vicini. Ma dopo poco, quei dettagli diventano noiosi e la mente torna ai corpi accanto a lei. Al contatto, a chi lo evita, alla signora bionda.
– Garibaldi FS – urla un altoparlante. Agata si fa largo fra la gente fino a raggiungere la porta. Risale le scale infernali e l’aria torna a sfiorarle il viso. Ritrova lo spazio per muoversi. Si sgranchisce le ossa, eppure le manca quella sensazione di vicinanza.
Meno male che c’è il dottor Gilberti, si ritrova a pensare. Come fosse un figlio, un confidente, un amico. Il dottore ha sempre un occhio di riguardo per lei e per i suoi cioccolatini. La fa passare davanti a tutti.
– Scusatemi, è urgente. –
Agata non legge la preoccupazione nella voce, riconosce però una forma d’attenzione. Si liscia la treccia, guarda negli occhi il dottore. Avverte un brivido.
– Mi scusi dottore, non è che può chiudere la finestra? – inganna sé stessa.
Mentre chiude la finestra il dottore si fa serio.
– Mia cara Agata, le sue coronarie non stanno affatto bene. Il rischio è un infarto del miocardio.
– Sto per morire?
– Spero di no. Si potrebbe fare un intervento… Alla sua età, però, qualche rischio c’è.
– Dottore, il mio cuore è nelle sue mani. –
Nell’ambiguità della frase, Agata, decide di regalare al dottore la sua ultima dichiarazione d’amore.
– Sa. Ho amato troppo e male. Le coronarie devono averlo capito. –
Gilberti sorride. E abituato a quel genere di confidenze. Agata regala ogni volta una pillola del suo passato.
– Il sessantotto, il femminismo, tanti amori. Non riesco nemmeno a pensare quante cose possa essere stata lei.
– Stata? Mi dà già per morta? –
O dà già per morta la donna che sono. Pensa fra sé.
– No, no. Non oserei mai – dice lui.
Ma Agata si sente ferita, se una donna è donna finché può avere figli. Lei che non ne ha mai avuti e non può più averne, cos’è?
Una monade, un’isola. Respinge nel cuore il desiderio di un contatto. Ha le arterie piene di abbracci avvizziti. Il dottore parla di medicine e terapie, ma non servono a farle compagnia, perciò registra tutto, ma non ascolta.
Fuori dallo studio del dottore cerca gli occhiali e non trovandoli si sente nuda. Ha perso il suo filtro di distanza, la sua personale macchina del tempo. La sua indispensabile coperta di linus. Si rifugia nella danza delle foglie perché sente di condividere con loro la certezza della caducità, ma subito il suo spirito ribelle le ricorda che non è stata ancora congedata dalla vita.
Tira di nuovo fuori il taccuino azzurro, sulla pagina libera disegna un cuore e poco sotto scrive il suo numero di telefono. Non sa bene il perché del cuore, ma crede che dopotutto sia il tema del giorno. Passa accanto ad un palazzo di nuova costruzione e, nella prima cassetta della posta, imbuca il suo richiamo d’aiuto.