Nessuno sa di noi, recensione

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Nessuno sa di noi

Simona Sparaco

Giunti ( 2013)

221pp.

Finalista Premio Strega 2013

Recensione di Antonella Gagliardo 

“Siamo tutte qui.

Ognuna con il proprio trofeo, più o meno in evidenza, e la cartella clinica sottobraccio. Tutte ordinatamente sedute, come  a scuola  per un richiamo del preside. Qualcuna sfoglia una rivista con l’espressione vaga a compiaciuta di chi sa che la passerà liscia. Qualcun’altra, invece, se ne sta a testa bassa, con le mani serrate in un intreccio nervoso. Come se dietro quella porta color pastello ci fosse davvero la minaccia di un’espulsione.

SIamo tutte madri nell’attesa di un’ecografia”

 

 

Luce è una donna come tante. Una donna  che lavora per una rivista curando una rubrica alla quale le persone si rivolgono per avere una risposta alle diverse problematiche della vita .

Luce è una donna innamorata del suo compagno Pietro, che è stato “ il primo a costruire argini, e imporre una direzione al mio corso. Il primo che mi abbia fatto sentire solida: lo stampo dentro al quale ho trovato una forma.”

Luce è una donna “finalmente” incinta, che dopo i mille tentativi e gli infiniti calcoli esasperanti è ad un passo da essere mamma.

Pietro ha negli occhi la sua stessa felicita.

Ventinove settimane passate ad immaginare il viso , le manine, il profumo del loro Lorenzo, un’essere minuscolo, lillipuziano, che ha avuto la forza stratosferica di stravolgere la loro intera esistenza.

 

Ma il sogno si interrompe quando la visita ecografia rileva una patologia molto grave. Lorenzo è affetto da una forma di displasia scheletrica. Non è  più cresciuto e probabilmente non crescerà mai . Una forma di nanismo che potrebbe essere letale e non letale, ma questo non si può stabilire se non dopo la nascita del bimbo. Nella migliore delle ipotesi , Lorenzo potrebbe essere  un “ piccolo uomo “, che “… deve adattarsi alle misure del mondo”, nella peggiore potrebbe non avere uno sviluppo normale a livello mentale, respiratorio e potrebbe addirittura non superare l’infanzia.

 

Luce, adesso, è una donna disperata.

“ Non hai avuto abbastanza calcio, è per questo che ti sei fermato.. gli grido dentro di me, scoppiando a piangere, e nel frattempo trangugio dal cartone tutto il latte che riesco ad ingoiare. Il liquido mi cola dagli angli della bocca , si mescola alle lacrime e al sudore. Bevo senza quasi respirare. “

 

Ecco che questa coppia di “ quasi “ genitori disperati , si trova a dover decidere sul futuro del loro “ quasi” figlio.

Metterlo al mondo, con l’incognita di una vita che non ha nulla di giusto, o lasciare che il suo dolore cessi subito, intervenendo con un aborto terapeutico?

L’aborto a quasi sette  mesi di gestazione è una pratica illegale in italia , ma in alcuni paesi esteri è consentita .

La destinazione dovrebbe essere Londra, se Pietro e Luce decidessero per la seconda opzione; stoppare il dolore sin da subito.

Ci sono bivi che portano al nulla, qualsiasi strada tu decida di intraprendere.

Esistono gabbie dalle quali è impossibile scappare, inutile cercare di tagliare le sbarre, perché anche se fosse possibile uscirne fuori, si ci ritroverebbe in un gabbia ancora più oscura della precedente, come in una sorta di matrioska crudele che non lascia scampo.

 

 

Un romanzo che viaggia in un tempo che non ha più tempo, in uno spazio senza spazio. Soffocante.

Un romanzo che ci porta  a riflettere su quelle diatribe morali che calate nel cuore di una mamma e di un padre  si fanno  macigni .

Non anticipo altro affinché il libro venga letto e sentito sotto la pelle come l’ho sentito io, con i fazzoletti a portata di mano.

Quando un libro riesce a far piangere, a mio avviso, è lui che legge te mentre tu credi di averlo letto.