Nelle viscere della terra

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Minatori nelle viscere della terra
Minatori nelle viscere della terra
Il nome è estremamente evocativo: Cerro Rico. Significa “collina ricca”, ricca di argento, quell’argento che tanto faceva gola ai conquistadores spagnoli giunti a Potosì nel XVI secolo.

Il Cerro Rico di Potosì
Il Cerro Rico con la sua forma conica
Potosì è una delle città più alte della Bolivia e del mondo intero. Sorge a 4070 m. sul livello del mare. Grazie alle sue miniere di argento in passato divenne una delle città più ricche delle Americhe. Navi cariche di argento partivano alla volta della Spagna mentre un gran numero di schiavi boliviani e africani estraeva il prezioso metallo dalla pancia del Cerro Rico.
Lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes, nel suo Don Chisciotte, usa l’espressione “vale un Potosì” per dire che “vale una fortuna”.

Il volto di un minatore col suo casco di protezione
Il volto di un minatore incontrato all’interno della “Collina Ricca”
I minatori di oggi lavorano prevalentemente a mano, con picconi e dinamite. Per non sentire la stanchezza masticano foglie di coca in gran quantità; per avere protezione e fortuna fanno offerte (cha’lla) a Tio (zio, una sorta di divinità sotterranea): versano un po’ di alcol per terra, lasciano delle foglie di coca ai suoi piedi e gli mettono una sigaretta in bocca. Statue che lo rappresentano vengono collocate in alcune nicchie all’interno delle miniere.

Rappresentazione di Tio
Tio, la divinità delle viscere
I minatori contraggono malattie polmonari, soprattutto la silicosi, causata dalla polvere di silice. E’ praticamente inevitabile dopo 10-15 anni di lavoro nell’ambiente polveroso della “Collina Ricca”.
Entrare nelle miniere di Potosì significa letteralmente entrare nelle viscere della terra. Significa vedere le condizioni in cui i minatori sono costretti a lavorare: freddo, caldo, gas nocivi, buio totale, fango, cunicoli stretti. Là dentro nasce spontaneamente una domanda: “com’è possibile che ci siano persone che ancora oggi lavorino in condizioni così disumane?”.
Io la risposta non l’ho trovata. Non ci sono riuscita.
Dentro le viscere del Cerro Rico mi ha colpito il volto giovanissimo di un minatore e mi sono chiesta che speranza di vita potesse avere quel ragazzo. Il mio sguardo si è soffermato sulle sue mani impolverate, mani di chi svolge quotidianamente un lavoro durissimo.

La mano di un mineros del Cerro Rico
La mano impolverata del minatore
Ho visto minatori trasportare sulle spalle sacchi pieni e pesanti da incurvare le loro schiene. Da dove gli verrà tutta quella forza?
Le miniere sono un labirinto intricato di gallerie, mi chiedo come facciano ad orientarsi, a non perdersi. Quali punti di riferimento avranno qua sotto, nel buio più totale, rischiarato solamente dalla flebile luce posta sul casco di protezione?
Il pensiero che non riesco a togliermi dalla testa è che la vita dei mineros è in pericolo ogni giorno, ad ogni istante. Quando entrano nelle viscere del Cerro Rico, chi può dar loro la garanzia di poterne uscire e rivedere la luce del giorno e l’azzurro del cielo? Come ci sentiremmo noi se ogni giorno, andando al lavoro, non sapessimo di poterne uscire sani e salvi?