Da “Nel magnifico bosco di mia”

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Uscirono insieme, loro due soli.

“Sarà pericoloso, vero?”, chiese lui.

“Sì”.

“Posso fare qualcosa per aiutarti?”

“Temo di no”.

Mia si sentiva morire, mentre lo lasciava: quella poteva essere l’ultima volta che lo vedeva. Aveva trovato il libro. Ora non le restava altro da fare che affrontare Soraia.

“Non so cosa darei per avere anch’io una spilla come quella di Alice, per poterti chiamare ogni volta che c’è bisogno”, le disse lui.

“Tu mi chiameresti di continuo, solo per avermi qui, vicino a te”.

“Sì, forse hai ragione”, ammise, arrossendo.

“E poi, tu non hai bisogno di chiamarmi…”, continuò Mia.

“Che vuoi dire?”

Lei ristette, indecisa se proseguire o meno il discorso.

“Ogni sera, alle undici e trenta, il mio pensiero è qui, con te”, disse infine, rabbuiandosi.

“Ogni stramaledetta sera, a quell’ora, sogno di essere qui, a sentire la tua voce che canta per me”, sussurrò, mentre le lacrime prendevano a scorrerle lungo le guance.

“Ogni notte darei qualsiasi cosa per poterti sentire… per poter stare con te”.

Scoppiò in lacrime disperate e lui sentì una morsa afferrargli il cuore, stritolandolo.

“Mi dispiace… io non credevo di farti del male…”, balbettò, confuso.

“Tu non mi fai del male! È la mia natura a farmi stare male, Nathan”.

“Vuoi che smetta di cantare per te? Se questo ti turba tanto, io…”

“No! Il pensiero che tu canti per me ogni sera è l’unica cosa che mi permette di andare avanti. È tutto ciò a cui mi aggrappo… l’unica speranza che mi rimane. Non smettere, ti prego”.

“D’accordo, non smetterò. Ma tu devi promettermi di non piangere più”, disse, asciugandole le lacrime con un dito.

“Non faccio promesse che so di non poter mantenere…”.

“Allora, te ne faccio una io: troveremo un modo per stare insieme, te lo giuro”.

Allungò la mano verso di lei e la fata vi salì sopra. Era più serena, adesso. Mentre la fissava, Nathan si mise a sorridere.

“Che cos’hai?”, chiese lei, sorpresa e incuriosita.

“Sto pensando a una canzone…”

“Una canzone?”

“Sì. C’è un punto in cui dice: “Chi ha detto che tutto quello che vogliamo non sta sul palmo di una mano, e che le stelle le vediamo solo da lontano?”

“Che significa?”

Lui rise.

“Significa che sei tu tutto ciò che io desidero, in questo momento”.

Mia arrossì.

“E le stelle?”, chiese, timidamente.

“Le stelle le vedo riflesse nei tuoi occhi”.

Mia tratteneva il fiato, guardandolo. Si sentiva sopraffatta dalla sua dolcezza, dal suo sorriso.

“Quanto vorrei poterti baciare ancora…”, sussurrò lui.

“Ma non è possibile. Il nostro amore è impossibile, Nathan. Dobbiamo rendercene conto”.

“Mai. Non mi arrenderò, per nessuna ragione al mondo”.

Le sfiorò la fronte con le labbra, poi allontanò da sé la mano e lei prese il volo, salutandolo, per raggiungere la colonia. Come poteva rivelargli quello che la aspettava? Come poteva dirgli che avrebbe affrontato Soraia, e sarebbe morta? Sapeva quanto male gli avrebbe fatto. Lo sapeva. Non doveva più rivederlo, ma non riusciva a stare lontana da lui. Non riusciva a fare a meno del suo sguardo, della sua voce, della sua compagnia. Se ne rendeva prepotentemente conto.

“Nathan”, sussurrò tra sé e sé.

“Come farò senza di te? E tu, come farai senza di me?”

 

Da “Nel magnifico bosco di Mia”