Namita Devidayal. La stanza della musica

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Namita Devidayal
La stanza della musica

A cura di Anna Cavestri 

“La stanza della musica” un libro autobiografico, che apre una porta sul mondo della musica indiana, attraverso ricordi personali, biografie, aneddoti, leggende e spiegazioni storiche.
Namita Devidayal parte dal rapporto personale con la sua insegnante di canto per portarci a esplorare il mondo della musica indiana, in un racconto coinvolgente e molto umano.
È attraverso le lezioni di Dhondutai, che Namita entra nella “stanza della musica”, aprendo una porta su un mondo antico e affascinante.
È la madre dell’autrice a portarla, riluttante e a soli dieci anni, a lezione di canto da Dhondutai, erede dimenticata di una delle grandi scuole musicali dell’India.
Nel modesto appartamento di Dhondutai, inizialmente, più che note musicali e tanpura, sono il sorriso sdentato dell’anziana madre della maestra e un tempietto in miniatura popolato dalle statuette degli dèi ad affascinare la giovane Namita.
Ma avrà tempo per esplorare, capire e conoscere, perché “La stanza della musica” è soprattutto un viaggio attraverso raga, taan, note e ritmi musicali, attraverso la storia della musica vocale indiana e dei suoi maestri, senza mai scendere nei dettagli tecnici della composizione musicale, ma sempre respirandone le note.
Un viaggio che si compie attraverso i ricordi personali e gli aneddoti, che si perdono nel tempo e nella leggenda, per scoprire la storia delle varie scuole (i gharana) della musica indostana, prodotto di un articolare sincretismo fra mondo musicale indù e musulmano.
È anche un viaggio attraverso Bombay e la sua gente, sopra i suoi treni affollati, per raggiungere la casa della maestra, che negli anni si sposta in luoghi diversi nella città, da Kennedy Bridge, quartiere malfamato pieno di bordelli e locali equivoci, fino a Shivaji Park, zona residenziale con un bellissimo parco per i concerti notturni di musica classica.
È soprattutto la storia di un rapporto umano, in un mondo che sta scomparendo, in cui è impossibile imparare l’arte tramite conservatori o piani di studi, ma solo tramite il rapporto allievo-maestro(guru), improntato alla devozione nei suoi confronti e anche alla sopportazione delle sue idiosincrasie e paranoie, così frequenti in un mondo di accesa rivalità fra maestri di scuole diverse.
È un viaggio nelle sette note indiane e un viaggio di parole, in cui non mancano parti descrittive e storiche, che in questo caso non tolgono niente alla narrazione, anzi, aggiungono informazioni e curiosità per tutti quelli che ancora non conoscono questo mondo ineffabile e la sua musica divina.Consigliato a chi ama la musica, certamente, ma anche a chi vuole esplorare l’India entrando da una porta laterale, quella dell’arte musicale, in grado di rivelare storie, personaggi e realtà davvero molto indiani.
Dondhutai è stata una delle più importanti cantanti di musica classica indiana.L’iniziazione alle note per Namita è un’iniziazione alla vita e Dhondutai, personaggio particolare ma incredibilmente energico, vede in lei l’allieva perfetta, la propria riflessione nello specchio della vita che sta ormai volgendo al declino. Dondhutai, forse la vera protagonista del romanzo, ha dedicato la propria esistenza alla musica, non si è mai sposata proprio per donare interamente se stessa all’arte dei raga.
in questo libro ci sono alcune parti dove prevalgono le descrizioni didascaliche della musica indiana e dei suoi protagonisti ma non disturbano eccessivamente la narrazione. Nel complesso di tratta di un bel romanzo e a tratti davvero sorprendente ed evocativo tanto che i raga che cantano Namita e Dondhutai pare di sentirli davvero…
È attraverso le lezioni di Dhondutai, che Namita Devidayal, autrice di questo libro di grande successo in India e, entra nella “stanza della musica”, aprendo una porta su un mondo antico e affascinante.
Un viaggio che si compie attraverso i ricordi personali e gli aneddoti, che si perdono nel tempo e nella leggenda, per scoprire la storia delle varie scuole (i gharana) della musica indostana, prodotto di un favoloso sincretismo fra mondo musicale indù e musulmano.

È un viaggio nelle sette note indiane, che nominalmente corrispondono a quelle occidentali, ma che però non costituiscono rapporti musicali precisi e geometrici come per la nostra musica, ma “sono interconnesse attraverso un sottile, elusivo e impalpabile continuum di suoni” da tutto un mondo di note intermedie che “rappresenta la realtà continua, invisibile e in perenne mutamento che è sfondo di ogni nostra azione e percezione.