Morte Maradona: Ed è subito polemica

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Credo di essere l’unico napoletano o giù di lì che non abbia scritto nulla sulla morte di Maradona sul proprio profilo Facebook. Non che Maradona mi stesse antipatico, anzi! Non che non mi piacesse, anzi!.

Non che la notizia della sua morte non mi abbia turbato, anzi, lo ammetto, la lacrimuccia, il senso di consapevolezza della fine di un’era, c’è stata. Non scrissi nulla semplicemente perché, dopo poche ore dalla notizia di Diego si era detto già di tutto e di più.

Tg, trasmissioni televisive e social impazzavano dando notizie e opinioni del tragico, quanto clamoroso, evento. Si erano espressi tutti, persino il presidente del consiglio e il Papa. Insomma non c’era bisogno che scrivessi anche io, in mezzo a tutti i tuttologi, la mia opinione o strazio sull’accaduto.

Oggi però ho cambiato idea e ho deciso di scrivere qualcosa, non sul mio profilo Facebook ma qui, su Loscrivodame. Non per sciorinare le gesta di Diego ma perché, e passatemi il termine, disgustato da certi commenti che leggo sui social e sento in TV: “Guardali i napoletani in zona rossa, che incivili!” ha scritto qualcuno, “E’ un cocainomane, uno squilibrato, un comunista, lo osannate come pazzi con processioni al suo murales” ha scritto un altro “Tutti fuori lo stadio a portare i fiori, ma che fanno?! ” E via dicendo…

La verità è che chi non ha vissuto a Napoli durante quel periodo non può capire. Erano gli anni del post colera, del terremoto e delle guerre di camorra. Erano gli anni dove nei film di Nino D’angelo si sdoganava la parola “Ehi Napoli” con accezione negativa (vedi Treccani).

In tutto questo, un ragazzo proveniente da una città povera, di un paese povero, un ragazzo semisconosciuto arriva in città e, davanti a 70.000 spettatori, si presenta dicendo di voler diventare l’idolo di tutti i bambini poveri di Napoli (che in quel periodo erano tantissimi). Diego, riscatto calcistico contro quel “Ehi o We (con “e” aperta) Napoli”, Napoli, unica squadra del sud a vincere contro quelle del nord. Unico motivo di vanto in quel tragico decennio. Genio che fece innamorare del pallone anche chi del calcio non se ne interessava (come me che all’epoca del secondo scudetto avevo 8/9 anni).

Sregolatezza che induceva in tentazione, amante e protettore della città che la difese ogni volta che allo stadio si urlava “terroni”, “colerosi” oppure “Vesuvio lavali col fuoco”. Famosa è l’intervista in cui disse, a proposito dell’inno nazionale italiano, li chiamo terroni e li fischiano 364 giorni all’anno e poi si sorprendono che non cantano l’inno nazionale quando gioca l’Italia.

Napoli veniva dall’epidemia di colera e prima ancora dagli effetti post Guerra. Essendo stata la città più bombardata d’Italia, il famoso ventennio di benessere economico 60/80 qui non durò neanche 10 anni, considerando il tutto. Erano gli anni in cui Rai e Mediaset, allora Fininvest, portavano nelle casa degli italiani il trio nordico della risata: Pozzetto, Villaggio, Celentano che rappresentava anche l’eccellenza italiana, quello del cosiddetto triangolo industriale.

Ma erano anche gli anni in cui, più in sordina, nonostante tutti i guai passati, a Napoli ci si deliziava ascoltando la voce di Pino Daniele, si rifletteva con Luciano De Crescenzo, si rideva con Massimo Troisi e ci si esaltava, per lo meno in campo, con dribblig o una finta di Maradona che al pari di S. Gennaro faceva sciogliere “o sang dint e vene”.

Furono gli ultimi anni del numero 10 perché poi la maglia fu ritirata. Dieci… La perfezione secondo la tradizione esoterica pitagorica. 10 come lo scacchiere della tavola pitagorica del centro antico di Napoli disegnato dall’architetto Grego Ippodamo da Mileto. No, nulla accade per caso. E Forse neanche la morte di Diego.

“Ho Visto Maradona!”

Fabio Comella

Guida Turistica per la Campania

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