Mestieri e personaggi mitici di Tuglie ” Mesciu Saulle, lu carradore “

0
1201

Oggi vi voglio parlare di un mestiere affascinante quello del ” Carradore ” colui che costruiva carri, traini e sciarrabbà ( calessi ) e carrozze.

Nei ricordi di infanzia e con l’aiuto di Ida Montefusco nipote, ricostruisco la figura di Mesciu Saulle Montefusco e di una piccola parte del mio rione ” Lu Raona “. Partiamo dalle origini; Saulle Montefusco con il fratello Ernesto ( Toto ) provengono entrambi da Muro Leccese, qui hanno appreso tutti i segreti del ferro, del legno e la maestria per costruire ed usare utensili prodotti con questi due materiali, sposano due sorelle di mio nonno Gaetano Cuppone, Natalizia e Santa e si spostano definitivamente a Tuglie.

Essere un ” Carradore ” significa anche essere un buon ferraro ( fabbro ) un ottimo falegname, un maniscalco, un maestro d’ascia e devi sapere far di conto con matematica e geometria, cavartela con il disegno, devi possedere praticità, gusto e armonia, devi conoscere il legno, le varie essenze, varietà e proprietà del ferro, devi saperli lavorare e legarli tra loro.

Il carradore era anche maestro d’ascia. L’ascia è come una piccola zappa col filo del taglio orizzontale, leggera e maneggevole, il ferro innestato alla parte terminale del manico in legno ha una particolare inclinazione o angolatura, a 45 gradi.

L’attrezzo è di una tale semplicità che sicuramente è uno degli attrezzi più vecchi inventati dall’uomo, chi lo sa usare ad arte con esso spacca il legno, taglia, incide, sagoma e pialla. Il carradore usava una grande varietà di attrezzi: raspe, lime, scalpelli, sgorbie, pinze e tenaglie, succhielli di varie misure, trapano a mano, il graffietto per segnare, il gattuccio, un seghetto a lama sottile, seghe a mano la cui lama veniva tenuta in tensione da una corda intrecciata con una stecca di legno poi fissata in contrasto al corpo centrale dell’attrezzo, e seghe più piccole, e poi morsetti e “sergenti” (morsetti molto più grandi), pialle, pialletti e sponderuole (pialla con corpo e ferro a registro più stretti), compassi, squadre, per calcolare le circonferenze. Le ruote erano composte da segmenti di circonferenza uguali fra loro, in legno, da cui, dopo opportuno incastro, partivano due raggi, che terminavano incastrati nei fori che facevano corona al mozzo della ruota.

Per fabbricare il mozzo si partiva da un parallelepipedo di legno di olmo generalmente che veniva prima sbozzato con l’ascia così da ottenere come un grosso cocomero con punte più accentuate, poi messo al tornio.

La mano esperta del carradore guidava e comandava l’attrezzo, il coltello, che con più pressione della mano affondava e consumava il legno lì dove la circonferenza doveva essere minore. Nella parte centrale del mozzo andavano poi ricavati gli alloggiamenti per i raggi, e poi veniva bucata nel senso trasversale per consentire l’innesto della parte terminale dell’asse (assale). Quando poi le ruote dovevano essere innestate sulle parti terminali dell’asse, veniva prima applicato un lubrificante speciale, grasso di pecora ( lu siu ), che proteggeva a lungo le parti metalliche a contatto fra loro. Oggi tutti questi attrezzi fanno bella mostra di sè presso il museo della Civiltà Contadina di Tuglie donate dalla famiglia di Antonio Montefusco a Giuseppe Bernardi anima di questo museo che raccoglie dal 1982 il meglio del nostro passato in un ala del palazzo ducale Venturi.

Il carradore era anche un ” ferraro ” fabbro, doveva saper fare la tempera alla punta degli attrezzi, ai suoi e a quelli che costruisce per gli altri nei ritagli di tempo: vanghe, picconi, zappe, zapponi e zappette, perchè la parte che colpisce ed incide, spacca, nel nostro dialetto la ” zarratura ” il ferro diventa come acciaio, duro e resistente. Per questo deve saper portare il ferro alla giusta temperatura fra i carboni ardenti della forgia, poi batterlo con arte, poi surriscaldarlo ancora e alla fine, con un gesto rapido, affondarlo per il tempo ed il tratto necessario in un secchio con acqua fredda, lì, in quel momento avviene il miracolo, un soffio, uno sbuffo e una nuvoletta di vapore acqueo sale nell’aria mentre la parte temperata assume le caratteristiche volute, evidenziate da una coloritura particolare che attraversa il ferro.

Altri attrezzi erano la fucina a mantice, l’incudine, i martelli, mazze e mazzette, pialla a banco, tornio, sega a nastro circolare, morse, banchi da lavoro, trapano verticale. Alcuni attrezzi, col tempo, saranno mossi dall’energia elettrica con un sistema di trasmissione a cinghia. E poi un grande forno circolare con camino per surriscaldare i cerchioni in ferro. Una volta cerchiata la ruota, la si innaffiava, con un getto di acqua fredda, per favorire il raffreddamento del ferro che così tornava alla circonferenza voluta e predestinata per stringere come in un ” abbraccio ” le restanti parti della ruota, a cui, proprio l’abbraccio, avrebbe assicurato vita più lunga.

I locali di Mesciu Saulle erano il mio vecchio garage di casa, oggi fruttivendolo in via Virgilio n. 3 un altra piccola stanza era nella proprietà Seclì, oltre il garage di casa di Antonio Montefusco ed il giardino di sua proprietà proprio di fronte a casa sua oltre quello in via Napoli oggi casa di Valter Giorgino che ha sposato Luigina una delle figlie di Emilio insieme all’altra figlia Rosalba che vive con la madre Ida. Il fratello Toto viveva a pochi metri sempre in via Napoli, si dilettava a fare il fabbro perchè lavorava a Taranto.

I figli maschi di Mesciu Saulle che io ho sempre chiamato Zii, erano Antonio, Michele, Emilio e Attilio anche loro in parte hanno appreso i segreti del mestiere del padre, anche loro furono emigranti in Svizzera nel dopoguerra ma tornando a Tuglie divennero dei mastri falegnami. Ricordo ancora il piccolo carretto che ci donavano ogni anno in autunno con cui noi ragazzi raccoglievamo la legna e gli scarti delle potature necessari a fare il più grande falò di Tuglie nella vigilia immediata del Natale.

Come si può immaginare, la costruzione di un carro agricolo, con tutte le sue varianti non era cosa da poco, così per quelli meglio adattati al trasporto di sabbia e pietre per l’edilizia, quelli per il trasporto delle persone, sciarabbà , le carrozze poi sostituite dal taxi, per questo Ida Montefusco mi racconta che il nonno lavorava spesso e forniva carrozze ai Vinci di Parabita, che svolgevano allora un ruolo di trasporto di persone con carrozze di vario genere, con due ruote grosse dietro, due più piccole avanti e copertura a mantice. Il lavoro di Mesciu Saulle aveva un enorme impatto sul mondo lavorativo e l’economia locale.

In un locale protetto veniva stipato ogni tipo di legname messo lì a completare la stagionatura, in attesa di essere utilizzato: faggio, cerro, pino, abete, quercia e olmo; piano piano, mentre l’essiccazione procedeva, cedeva la propria essenza profumata questa, mescolata all’acre fumo dei carboni sulla forgia e a quello forte del sudore degli operai costituiva l’elemento sempre presente, la caratteristica olfattiva, in uno scenario che poteva mutare dalla pace alla bolgia fumigante e piena di scintille e bagliori, dove comandi precisi e secchi, a cui corrispondevano altrettanti movimenti decisi, dovevano farsi strada nel clangore della musica provocata da martelli e mazze sull’incudine. Con Mesciu Saulle Montefusco, voglio ricordare Mesciu Manueli, al secolo Emanuele Nocella abile saldatore e fabbro, Totu Barone maniscalco, Mesciu Ninu Erroi, Giovanni Erroi fabbro e tutti quegli eroi che hanno attraversato la loro epoca da veri protagonisti.

Raimondo Rodia