Marco Balzano. Io resto qui

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Marco Balzano
Io resto qui

Questo romanzo è tratto da una storia vera.
Alla presentazione del libro, l’autore ha raccontato di essersi recato a Curon ( in Val Venosta) , in un giorno d’estate e di essere rimasto molto impressionato da questo luogo, dove, e lo farà dire alla sua protagonista “ nel giro di pochi anni il campanile che svetta sull’acqua morta ( foto di copertina), è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo poco distratti. Si scattano le foto col campanile della chiesa alle spalle e fanno tutti lo stesso sorriso deficiente. Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici, le fondamenta delle nostre case. Come se la storia non fosse esistita.”
Si è messo così a fare tante ricerche ed ha scritto questo romanzo che si basa su fonti documentate.

A parlare in prima persona è Trina, la maestra, è una lunga lettera che scrive alla figlia, scomparsa a 10 anni, nella quale le racconta tutta la sua vita, con la speranza mai morta di poterla rivedere.
Vive a Curon, nel Sudtirolo, governato dai nazisti, nel ‘23, anno della sua maturità, il fascismo di Mussolini irrompe e mette al bando la lingua tedesca, usi e costumi del luogo, cambiando nome a fiumi e montagne e pure le scritte sulle lapidi.
Insieme a due amiche si mette subito ad imparare l’italiano per poter insegnare, ma non potrà farlo, piuttosto che assumere altoatesini, nelle scuole sono stati mandati maestri da altre parti d’Italia, che parlavano una lingua che nessuno capiva.
Aiutata dal parroco ( antifascista) che le mette a disposizione luoghi nascosti, Trina continuerà ad insegnare in tedesco. Riesce a convincere anche Barbara, sua amica del cuore e maestra a fare lo stesso, ma i fascisti le scoprono, lei scampa il pericolo ma Barbara viene arrestata e mandata al confino. Sarà una pietra nel cuore di Trina che non rivedrà mai più l’amica.

Già in questo periodo in paese si parlava della costruzione di una diga, a Curon, per volere di Mussolini e della Montefibre, ma poi tutto rimaneva nel vago.
Nel frattempo Trina si sposa con Erich, hanno due figli e tutto sembra scorrere abbastanza bene, in paese ogni tanto si sente l’eco della costruzione della diga, ma restava un’ eco lontano.
Convivono repressi dal fascismo, sperando che il nazismo li liberi dall’ invasore, fino al ‘39. Intanto Hitler gli propone di abbandonare il paese, lasciare l’Italia ed entrare nel Reich. Il paese era felice, la maggior parte credeva nel fuhrer.
Pochi, tra i quali la famiglia di Trina, decisero di restare.
La gente cominciava a scappare di notte, tra questi i cognati della maestra, portando con loro, la figlia di Trina che era rimasta da loro a dormire proprio quella notte.Da quel giorno il dolore è diventato lacerante per tutta la famiglia, ognuno a modo suo se lo portava dentro.
“ Diventa vertigine il dolore. Qualcosa di familiare e nello stesso tempo clandestino “

Nel ‘40, un foglio affisso sui muri del municipio annunciava in italiano, che c’era il decreto per dare avvio alla costruzione della diga, è toccato a Trina leggerlo a tutti.
La diga avrebbe distrutto il paese e tutt’intorno.
Con la guerra gli uomini vennero mandati al fronte ( il marito) alcuni si arruolavano coi nazisti ( il figlio). È inutile dire cosa ha significato per Trina. Dopo il ritorno a casa del marito per essere stato ferito in guerra, comincia la loro vita da disertori, segue il marito e si danno alla macchia fino alla fine della guerra. Sfiorati dalla morte e vivi miracolosamente.
Il dopoguerra li porta a poco a poco a stare bene, lei fa la maestra, lui il falegname col figlio, sembrava essere arrivato il buon vento.
Ma la diga diventava sempre più visibile. A nulla valsero proteste, tafferugli ed arrivo del Vescovo, la diga si doveva fare.
A poco a poco il paese si svuota, alcuni scelgono di andare nelle baracche messe loro a disposizione fuori dal paese, gli irriducibili, tra cui Trina ed il marito sono rimasti fino a quando l’acqua ha cominciato ad allagare i masi, senza preavviso.
Non c’era altro da fare, abbandonare tutto. “ Quando hanno messo il tritolo ai masi eravamo già stipati nelle baracche “.
E torno alle parole di Trina “ D’estate vado a fare due passi e costeggio il lago artificiale. La diga produce pochissima energia. Costa molto meno comprarla dalle centrali nucleari in Francia. …… i villeggianti ….. si scattano le foto….. e fanno tutti lo stesso sorriso deficiente.”
Quanta tristezza leggendo questo libro, soprattutto perché è storia vera. È scritto bene, ben articolato, con particolare attenzione alla psicologia dei personaggi, che vengono svelati a poco a poco nelle loro peculiarità. Commovente è scoprirli.
È la DIGA alla fine il “personaggio “ principale di questo libro, con tutto quello che ha significato, durante la storia, per gli abitanti di Curon.
Ora a Curon, andrei per mettere un mazzo di fiori, in ricordo delle vittime. Peccato che nessuno abbia pensato di custodirlo come un monumento e non come mero luogo di svago.

Anna