Loghi digital? Tutti uguali

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Oh no Type Co., blog californiano, San Francisco, riferimento per professionisti e amanti di grafica, su argomento loghi, marchi, lettering e font, ha lanciato una sorta di allarme.

In pratica sul blog si sono confrontati i loghi originali di Google, Airbnb, Spotify, Pinterest e altri colossi della digital economy, tutti disposti in fila, ognuno con una propria identità visiva, una originalità e la capacità insita di essere ricordabili. Loghi di successo e ben fatti insomma. Nella riga inferiore le nuove versioni dei loghi, che mostrano tutte caratteri tipografici sans-serif simili, anzi quasi identici. Il marketing di queste aziende è attentissimo ad ogni dettaglio e quindi non può essere un caso.

E infatti non lo è, pensate al mondo d’oggi, ci sono tanti motivi di vario genere per cui questi loghi si stanno uniformando uno all’altro.

Dal punto di vista grafico si tratta sempre di caratteri Sans Serif, cioè senza i tratti terminali, comunemente chiamati bastoni. Quindi chiaro, limpido, pulito, essenziale. Si tratta di caratteri semplici, facili da riprodurre e da leggere sugli smartphone.

Questo è un punto basilare, essendo lo smartphone il luogo ormai di elezione per la loro fruizione. Impatto e chiarezza sono ormai le parole chiave dei brand per la costruzione dei loro loghi.

Oggi gli utenti sono sempre più bombardati da elementi visivi di ogni genere, quindi creare loghi complicati può essere controproducente, inoltre un marchio semplice e leggibile da subito l’idea di servizi facili da usare, diretti e chiari.

Essere affidabili nella vita quotidiana delle persone per questi marchi soprattutto è diventato basilare.

In sostanza oggi il marchio è diventato più importante del logo, grazie ai valori di tipo materiali e immateriali che evoca. Dunque, se un tempo il logotipo era ispirato al concetto da comunicare oggi è solo una parola, che coincide col marchio.

Questo concetto è oltremodo vero per le digitali: oggi siamo invasi da app, siti e servizi mobile che sono diventati parte integrante della nostra vita quotidiana e quindi anche della nostra lingua.

I marchi si trasformano in parole e verbi di di uso comune. In inglese l’esmpio classico è “I google this” che è ormai un esempio intelligibile da tutti, in italiano inizia a sentirsi lo “scempio” ” lo googlo”. E’ quindi logico che se un marchio diventa parola risulta un carattere piuttosto che un logo.

Ma ad ogni modo assistiamo ad un appiattimento grafico e creativo anche nei brand non digital che tendono ad uniformarsi e a conformarsi. Quesro accade nei marchi di lusso come Vogue a Giorgio Armani ma anche nei liquori, che hanno più o meno tutti lo stesso lettering riconoscibile.

Occorrerebbe un vero innovatore in grado di lanciare un nuovo corso e invertire la tendenza all’uniformità. Speriamo arrivi presto.

L.D.

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