L’isola dei bruti (settimo capitolo)

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La telefonata ricevuta da William aveva profondamente scosso Francesca. Cosa potevano aver scoperto di così importante? Per non pensarci troppo, salì al piano superiore e iniziò a riordinare le stanze. Quando ebbe terminato, si sedette sul proprio letto, la fotografia del marito stretta tra le mani.

“Ho paura, Carlo. Ma William deve sapere che non è nostro figlio. So che avevamo fatto una promessa, ma adesso tu non ci sei più, e io non ce la faccio a reggere un fardello così pesante”

Sperando in una risposta che non sarebbe mai arrivata, la depose quindi sul comodino e lasciò la camera.

***

Perché aveva deciso di venire a piedi? Imprecando, William affrettò il passo. La storia della telefonata aveva sciolto i pochi dubbi che ancora aveva, si trattava di lui, ne era certo. Imitando a perfezione la voce del maresciallo, l’aveva attirato in trappola per ucciderlo, così come aveva fatto con suo padre e il sindaco. Ma come poteva essere possibile, avrebbe dovuto essere morto e sepolto da tre anni! La risposta gli si presentò un istante dopo che si era posto la domanda, e fu devastante. Eusebio Grassi, l’esimio e benvoluto sindaco, aveva mentito.

“Ci penso io, non preoccupatevi. Tornate a casa e comportatevi normalmente, andrà tutto bene”

Così aveva detto una gelida sera di gennaio di tre anni addietro. E loro si erano fidati, confidando nel fatto che dei tre sembrava quello meno scosso. Ma così, evidentemente, non era andata. Con l’unico risultato che anche suo padre, ignaro di tutto, ne aveva pagato le conseguenze. Ed ora sarebbe toccato a lui. Sempre più agitato, si fermò. Il capanno, nascosto dagli alberi e dalla vegetazione, non si vedeva già più. Per un istante, fu tentato di tornare sui propri passi e di raccontare tutto al maresciallo. Ma cosa avrebbe risolto? A parte gli inevitabili strascichi giudiziari, chi avrebbe mai creduto a una storia talmente pazzesca? E poi c’era sua madre. Lei era all’oscuro di tutto, ed era sola. Riprendendo a camminare di buona lena, prese il cellulare e digitò il numero di casa.

***

L’uomo frugò frenetico in tutte le tasche, ma del portafoglio nessuna traccia. Probabilmente l’aveva perso nella concitazione della fuga, non c’erano altre spiegazioni. Un buon motivo per agire in fretta e poi fuggire il più lontano possibile. Non era infatti riuscito a sentire ciò che William e il maresciallo si erano detti davanti al capanno, e una loro ricomparsa non era da escludere. Il loro arrivo l’aveva colto di sorpresa, ma era ancora in tempo per rimediare.

Le persiane erano socchiuse, mentre la macchina si trovava parcheggiata davanti al garage, entrare sarebbe stato un gioco da ragazzi. Il pugnale ben saldo nella mano, si avvicinò a una finestra e vi si acquattò sotto. Dopo aver dato una breve occhiata all’interno, infilò la punta tra le due ante esercitando nel contempo una leggera pressione. Con uno schiocco secco, il legno cedette quasi subito. Un istante dopo si ritrovò nel salone principale, completamente deserto. Contemporaneamente, un telefono iniziò a squillare.

Francesca ebbe un sussulto. Senza pensarci due volte, scese le scale e si precipitò verso il cordless, ancora appoggiato sulla tavola.

-Non provare a toccarlo-

Impietrita, la donna si bloccò sul posto, gli occhi sgranati dalla sorpresa. Veloce come il fulmine, l’uomo afferrò il telefono e se lo fece scivolare in tasca, quindi sorrise. Francesca rabbrividì. Quel sorriso le fece gelare il sangue nelle vene, temette di svenire. Quando gli squilli terminarono avanzò verso di lei, il pugnale puntato in avanti.

-Finalmente ho l’onore di conoscerti, signora Dalle Vedove. No, non provare a ricordarti di me, non ci riusciresti. Ma quel porco di tuo marito mi conosceva bene, così come quello stronzetto di tuo figlio. Scommetto che era lui a chiamare, è preoccupato per te-

Incapace anche solo di respirare, Francesca rimase in silenzio.

-Ma puoi stare tranquilla. Tu non hai mai avuto a che fare con questa lurida storia. Una storia da uomini-

***

Dopo aver perlustrato per la seconda volta il capanno, senza per altro aver rilevato qualcosa di diverso dalla precedente, Molinaro e Capuano si erano divisi. E fu ancora una volta il brigadiere a scoprire qualcosa d’interessante.

-Si trovava tra gli arbusti, ma io l’ho notato subito marescià- disse con una punta d’orgoglio.

Molinaro evitò di rispondere, concentrandosi invece sul contenuto del portafoglio. Oltre a pochi euro, conteneva un documento d’identità stropicciato e quasi illeggibile, null’altro. Solo la fotografia appariva nitida e chiara sullo sfondo sbiadito della carta.

Il maresciallo la fissò a lungo.

-Io questo l’ho già visto, ma non riesco a ricordare dove e quando-

Osservando da sopra la sua spalla, il brigadiere scosse la testa.

-No, non mi dice nulla, marescià. Ne è certo?-

Molinaro lo guardò torvo.

-Sei qui dall’estate scorsa, Capuano, non fare il saccente! E poi, chi ti dice che possa appartenere all’assassino?-

In cuor suo però, sapeva di non essersi sbagliato. Doveva solo ricordare.

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