L’Isola dei Bruti (Secondo Capitolo)

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-E questo è tutto, signora-

Un silenzio irreale calò nella stanza. Il capitano Scaccabarozzi tossì con discrezione mentre il maresciallo Molinaro, nonostante l’aria condizionata, aveva ripreso abbondantemente a sudare. Rigidamente seduta sul bordo del divano, Francesca Dalle Vedove aveva ascoltato tutto senza interrompere, limitandosi a tormentare il fazzoletto che stringeva tra le dita affusolate. Poco distante, sprofondato in una poltrona, William la fissò per qualche istante, quindi si alzò fronteggiando i due militari.

-Mio padre non aveva nessun motivo per trovarsi in quel posto. Di certo, qualcuno l’ha trascinato contro la sua volontà!-

Ignorando l’atteggiamento aggressivo del giovane, il capitano annuì comprensivo.

-E’ presto per fare congetture. Abbiamo appena terminato i rilievi, e tutto sarà esaminato con solerzia. Ma la pregherei di tornare a sedere, William. Siamo qua per aiutarvi e per cercare di capire, spero ve ne rendiate conto-

Pur esitante, il ragazzo tornò al proprio posto.

Signora...- proseguì Scaccabarozzi.

-In municipio, è li che dovete cercare, capitano– lo interruppe la donna.

Il maresciallo Molinaro, da dietro, emise un verso indecifrabile.

-Eusebio Grassi, il nostro esimio sindaco, è lui che dovreste sentire, capitano. Scommetto che avrà cose molto interessanti da raccontare-

Imperterrite, le dita continuarono a torturare il fazzoletto, ma il tono della voce rimase assolutamente calmo. In quei meravigliosi occhi, l’ufficiale non poté fare a meno di notare dolore e rabbia fondersi in un tutt’uno.

-Lui e i suoi degni collaboratori. Hanno detto di tutto per infangare mio marito. L’hanno definito un mafioso e un corrotto, tanto per citare le più frequenti. Poi, ciliegina sulla torta, hanno insinuato che fosse un depravato dedito alla droga. Ho tralasciato qualcosa di cui non siete a conoscenza anche voi, capitano?-

Scaccabarozzi non seppe cosa rispondere. Che Carlo Dalle Vedove non fosse propriamente uno stinco di santo, era un fatto risaputo nella piccola cittadina. In passato, alcune sciocchezze gli avevano causato qualche guaio con la giustizia, tutte cose di poco conto in verità. Così come chiunque era a conoscenza dell’odio viscerale che Eusebio Grassi, sindaco da poco meno di due anni, nutriva verso il più celebre e conosciuto collega di partito. Non avrebbe mai dimenticato quando, alla vigilia di Natale, venne chiamato nella piazza centrale per sedare un violento diverbio. Una volta giunto sul posto, non avrebbe mai nemmeno potuto immaginare chi si sarebbe trovato davanti.

A stento trattenuti, Carlo e Eusebio si stavano insultando e minacciando a vicenda. Entrambi, sul volto, portavano i segni di una recente colluttazione. Chiaramente in imbarazzo, aveva dovuto faticare non poco per riportarli alla ragione. In seguito, ascoltati separatamente, si erano scusati e nessuno aveva sporto denuncia.

-Sono accuse molto pesanti, signora...- disse con cautela.

-Per quale motivo il sindaco dovrebbe aver a che fare con la morte di suo marito?-

Per la seconda volta, William scattò dalla poltrona.

-Perché era geloso e invidioso, capitano. Inizialmente, doveva essere lui il candidato principale alle prossime elezioni, era lui che ambiva a Roma e al potere. Purtroppo, non ha mai posseduto l’eloquenza e l’immediata simpatia che mio padre ha sempre suscitato nelle persone. Una cosa, questa, che non ha mai digerito

Aveva parlato tutto d’un fiato, accompagnando le parole con gesti concitati e nervosi.

Trovi chi si è macchiato di questo orrendo delitto, capitano– intervenne Francesca- Ora, se non le dispiace, vorremmo rimanere soli-

In automobile, rimasero in silenzio per diversi minuti. Fu il maresciallo a romperlo mentre, svoltando a destra, prendeva la strada della caserma.

-Situazione ingarbugliata, capitano. Com’è intenzionato a procedere ora?-

Scaccabarozzi si tolse il cappello e si massaggiò le tempie.

-Inverta la marcia, maresciallo. Andiamo in municipio-

Quella notte, Francesca non mise mai piede nella propria stanza. Ignorando le proteste di William, lo informò che l’avrebbe trascorsa sul divano.

Sono troppo stanca per andare di sopra. E non voglio coricarmi dove…dove…-

Le parole, pronunciate a fatica, vennero ben presto sostituite dai singhiozzi. Il giovane fece qualche passo verso di lei, ma poi si fermò.

Come vuoi mamma. Ma io vado a riposare un poco, domani sarà una giornata pesante per noi-

Francesca annuì, anche se avrebbe preferito trovare conforto nella sua compagnia. Asciugandosi le lacrime, lo guardò salire le scale, la schiena leggermente ricurva. Un peso troppo grande, un macigno enorme per un ragazzo di nemmeno vent’anni. Come avrebbe dovuto comportarsi ora? Tacere o rivelargli la verità. Rimasta sola, si versò un’abbondante dose di gin. Il liquore, forte e corroborante, le bruciò gola e stomaco. Richiudendo gli occhi, si lasciò cadere nuovamente sul divano.

Cosa devo fare, Carlo?” mormorò prima che le palpebre, sempre più pesanti, si chiudessero lasciando il posto a un sonno agitato.