L’Inferno di Marco Maria Orlandi. Elogio alla Forma

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4672 endecasillabi in volgare dantesco, suddivisi in terzine a rima incatenata (lo schema ABA BCB CDC), in confezione di 34 “Canti”. Il titolo, “L’Inferno”, fa venire in mente, inevitabilmente, Dante e la sua Divina Commedia, ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno. L’opera di Marco Maria Orlandi, l’autore, non è un’opera di contenuti, bensì ha l’obiettivo di far esplorare il contenente, il significante non il significato, non ciò che si è voluto scrivere, ma come lo si è scritto, in particolare riguardo all’utilizzo di espedienti metrico ritmici e fonosimbolici. Proprio l’opposto di quanto il Sommo fece con la sua Commedia. Ne L’Inferno di Orlandi, infatti, si può ritrovare, in parte, il Dante del “Convivio”, ovvero il Dante che nel secondo libro della sua dissertazione si soffermò ad esaminare i sensi (cioè i significati) delle scritture, recuperando quelli che erano i principi di esegesi (e quindi di interpretazione) applicati alle sacre scritture ed estendendoli a qualsiasi tipo di testo letterario. Non vi è polisemia, non è possibile distinguere i “quattro sensi”, quattro livelli di interpretazione e lettura, al massimo quello letterale e quello allegorico. L’autore, infatti, nel suo Inferno immagina che l’io narrante sia un paziente ospedaliero che, vagabondo attraverso i numerosi reparti ospedalieri (gironi infernali), esplora l’intero complesso (L’Inferno del titolo, appunto), incontrando e scontrandosi con pazienti, medici, paramedici, inservienti estremamente eterogenei, per attività, modi, mezzi e vizi. Un viaggio, quello del protagonista che diventa una vera e propria “odissea delle bestialità” del genere umano, nonché, ad un livello interpretativo più profondo, metafora della miseria dell’esistenza. L’obiettivo di Orlandi, non è certamente quello presuntuoso di riscrivere un caposaldo della letteratura mondiale, bensì quello di affermare il primato della “forma” sulla “sostanza”, della semiologia sulla semantica; ne “L’Inferno” la parola è pura forma, puro mezzo linguistico, sebbene vi siano diverse citazioni, integrali e parziali, di versi danteschi – a partire dall’incipit al v.1 “A mezzo del cammin di nostra vita” al “vuolsi così dal camice primario” nel canto primo che ricalca il dantesco “vuolsi così colà dove si puote […]” (Inf. III, vv.84-111) – petrarcheschi e di altri autori coevi o quasi che però non vogliono essere un mero omaggio letterario, inserendosi genuinamente nella trama e nell’ordito dell’opera. Opera, in cui il ritmo incalzante è dato dalla musicalità metrica, prediligendo il ritmo giambico e dattilico, che l’autore padroneggia con grande sensibilità e attenzione, dalla scelta “lessicale”, come si è detto, del volgare dantesco, dell’italiano antico dal ‘200 al ‘400, la cui comprensione è facilitata dalle numerose note esplicative che denotano un lavoro di attenta ricerca grazie anche alla consultazione del T.L.I.O. (Tesoro della Lingua Italiana delle Origini), ma anche dal frequente utilizzo di enjambement, allitterazioni, consonanze, paronomasie, anafore e climax, nonché ricorrenti metafore, similitudini, metonimie, sinestesie e iperboli. L’Inferno di Marco Maria Orlandi è sicuramente una lettura che richiede una importante dose di tempo, pazienza ed elasticità mentale, moltissima attenzione nonché un grado di passione per la filologia e la glottologia non indifferenti, oltre ad una capacità analitica e quello che in musica si direbbe quasi un “orecchio assoluto”. Una lettura particolare, non si può negare, dedicata a palati fini e cultori della lingua, agli orafi della parola capaci, come Petrarca, di un raffinato un labor limae. Poiché, come anche Montale scrisse, […] In poesia/quello che conta non è il contenuto/ma la Forma”.