Le tenebre dell’anima

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Le tenebre dell”anima

La stanza era angusta, fioca filtrava la luce da una piccola finestra di legno grezzo. I vetri erano luridi e frantumati in più parti. Piccoli ed operosi ragni avevano dato sfogo alle loro abilità creative. I rumori esterni si udivano con vivida chiarezza. Il canto di un tucano attirò la mia attenzione, cercai di scorgerlo ma mi fu impossibile, mi appoggiai così su un tavolaccio di legno e pietra. Mi sentivo stanco e intorpidito, come se avessi dormito per giorni in una posizione sbagliata. Non ricordavo né dov’ero né tantomeno come ci fossi finito. I muri intorno a me erano grezzi ad eccezione dell’unico alle mie spalle che appariva come un grottesco murale mortuario, una parete rossa e vischiosa a cui mi ero appoggiato come uno storpio alla sua gruccia.

Fu lì che vidi quella mostruosità, parte della mia gamba destra era sfigurata da un’orrenda macchia marrone. Sembrava una pelle differente cucitami addosso da un macabro sarto. Mi toccai e mi resi conto che anche altre parti del mio corpo erano state modificate, una terrificante cicatrice mi deturpava il petto. Provai un brivido freddo, non poteva essere vero, doveva assolutamente trattarsi di un incubo. «Dove mi trovo? Cosa diavolo…» Biascicai in preda all’ansia, ma non ottenni alcuna risposta. Una porta di legno sgangherata e probabilmente marcia, visto il fetore di decomposizione che aleggiava nella stanza, si parava tra me e le possibili risposte. Non era distante, ma mi accasciai sul suolo freddo e bagnato. Il braccio e la mano sinistra erano completamente neri, quella strana pelle estranea avvolgeva quasi tutto. La osservai e la toccai, era liscia e levigata. Tutto era confuso quando cominciarono ad affiorare alcuni ricordi. Mi trovavo in Messico o almeno era quello l’ultimo posto in cui sapevo di essere stato. Ero stato entusiasta di ricevere quell’incarico, a casa le cose si stavano complicando, mia moglie Marta non riusciva a restare incinta. Non che a me importasse, non amavo quella donna e non mi sentivo assolutamente avvezzo alla paternità. Non avevo mai amato nessuno in vita mia. Non avrei nemmeno voluto sposarmi ma i miei debiti avevano richiesto questo sacrificio. Le cose tutto sommato erano state accettabili, fino a quando quell’altra, Milena non mi aveva detto di aspettare un figlio da me. Avrebbe rovinato tutto e avevo bisogno di un po’ di tempo per schiarirmi le idee. Avevo sempre avuto successo con le donne, ma spesso il prezzo dell’avvenenza può essere troppo alto.

Mi domandavo che razza di aspetto avessi invece in quel momento, tastai il viso con terrore: cicatrici grezze e spesse, potevo sentire le loro tracce come canyon sotto le mie dita. Cercai intorno a me uno specchio, una qualunque superfice riflettente. Trovai un frammento di vetro e lì mi vidi come una spettrale apparizione. Ero un mostro, una sorta di deformità ambulante. Mi feci forza e con determinazione raggiunsi l’orrida porta che mi sfidava silenziosa e minacciosa. Mi aspettavo fosse chiusa, che un qualche scienziato pazzo mi avesse rapito e chiuso in quel buco per scontare i crimini della mia vita dissipata e libertina. Il padre di Marta dopotutto era molto ricco, uno degli amministratori delegati della Bloiteg, una avveniristica casa farmaceutica. Sadico, cinico e spietato, devoto solo alla sua famiglia. Forse quello era il prezzo per aver spezzato il cuore alla sua adorata bambina. Abbassai la maniglia e con mia somma sorpresa la porta si aprì con cigolante pigrizia. Vi era un’enorme stanza con una grezza apertura scavata disordinatamente nel cemento, che dava su una rampa di scale fatiscente.

Potevo udire solo i suoni della foresta, canti d’uccelli e strepitii di foglie. Nulla faceva pensare che ci fosse qualcun altro lì con me. Scesi le scale, il luogo che mi circondava era abbandonato e stantio, dalle pareti grondava intonaco come pelle marcia, simile a quella che ora imprigionava il mio corpo. «Santiago» pensai ad alta voce. Lui era il mio accompagnatore nel sito di Yaxchilán, una meta ambita per ogni archeologo, ricca di resti maya ancora da scoprire. Raggiunsi l’esterno di quello che realizzai da lì a poco essere un fatiscente cantiere abbandonato. Una costruzione moderna ma molto più malandata di resti millenari che avevo avuto modo di studiare nel corso degli ultimi anni.

Oltre allo scheletro in cemento armato non vi era altro, fino a quando non vidi in un angolo ben nascosto una piccola scimmia ateles, detta anche scimmia ragno, che mi osservava con i suoi piccoli occhi neri incastonati nel suo viso simile a quello di una civetta. Ero certo di aver già visto prima di allora quel primate, sapevo che la sua specie era comune nelle foreste brasiliane, possibile che mi trovassi in un’altra nazione?

La scimmia fece un gutturale verso e scappò via. Decisi di seguirla, raggiunsi così una sorta di porticato di pietra, in cui sotto dei pessimi murales, giaceva abbandonata una vecchia vasca da bagno arrugginita, un lungo bastone di legno ed una carriola. Della scimmietta non vi era più traccia. Il cielo annunciò con un severo boato l’arrivo di un forte temporale. Le gocce cominciarono a cadere in principio lentamente e poi sempre più pesanti e frequenti.

Decisi di rientrare all’interno dell’edificio e mi ritrovai in una stanzetta piastrellata solo in parte con mattonelle dissimili. Qualcuno in quel luogo aveva appiccato del fuoco, ne erano prova le tracce di cenere e la carta straccia disseminata sul pavimento. Sulla parete opposta all’ingresso giaceva abbandonata una vecchia sedia a dondolo, benché non avessi camminato molto mi sentivo stanco, decisi così di sedermi a riflettere sul da farsi aspettando che fuori spiovesse

 Un’unica domanda continuava a invadere i miei pensieri: come ero finito lì, in quel posto così strano ed isolato? Accompagnato dal roboante scroccare della pioggia cercai di richiamare alla memoria gli ultimi ricordi, qualche frammento sparso si fece lentamente più nitido.

«A breve signor Vezzani saremmo giunti a destinazione.» disse Santiago armeggiando come un forsennato con una cartina grande e consunta. «Come mai tutta questa frenesia? Mi sembri uno di quei pupazzetti a molla che si attaccano sui cruscotti delle auto.» dissi divertito distendendomi con le gambe sulla barchetta che ci stava portando a destinazione. Sembravano delle gondole low-cost un filo più larghe delle barche veneziane ma accessoriste di un utile parasole intrecciato con la paglia e montato su una struttura di metallo, tuttavia inutile in quel giorno in cui il cielo era inverso, di un colore grigio malaticcio, quasi depressivo, intervallato di tanto in tanto da qualche nuvola. «Santiago, credi verrà a piovere?» chiesi al mio accompagnatore che continuava a cercare chissà cosa sulla sua mappa del tesoro. «Dubito e se anche fosse a bordo abbiamo tutto l’equipaggiamento necessario.

I Maya hanno costruito tutto questo centinaia di anni fa e lei signor Vezzani si fa intimorire da un po’ di pioggia?» disse con un ghigno di divertimento misto a orgoglio stampato sul viso, come se fosse stato lui a posare ogni singola pietra dei templi Maya conosciuti. Pochi istanti dopo la nostra barca attraccò su una spiaggetta in cui l’uomo non aveva mai messo piede. Si scorgeva in lontananza un piccolo varco orientato verso il cuore della foresta, che raggiungemmo dopo una ripida salita. Il terreno era scosceso, pieno di sassi e di insidie, il caldo e l’umidità regnavano incontrastati, al punto che dopo pochi minuti la nostra fronte era già madida di sudore. «Santiago rallenta. Bevo un attimo.» dissi all’uomo posando lo zaino a terra e prendendo la borraccia termica dal mio zaino. Non feci in tempo a portarla alla bocca che una piccola e dispettosa scimmietta si materializzò davanti a me, con un rapido movimento sottrasse qualcosa dal mio zaino e furtiva scappò via con la stessa malizia con cui era arrivata «Il cellulare. Dannazione! Maledetta scimmia del cazzo» dissi rendendomi conto dell’entità del mal tolto. 

Mi ridestai dai miei ricordi, ecco dove avevo giù visto quella scimmietta. Era stata lei a farmi deviare dal percorso programmato e a perdere la mia guida. Sicuramente avevo deciso di seguirla, molte volte ero stato solo in una foresta, probabile fossi convinto che me la sarei cavata anche senza quello gnomo da giardino di Santiago. Lo stomaco richiamò l’attenzione su di sé con un brontolio degno di un famelico animale. Non ricordavo l’ultima volta che avessi mangiato o bevuto. Anche l’arsura non mancò nel farsi sentire. Decisi di abbandonare la mia posizione ed esplorare la casa incompiuta.

Oggetti abbandonati dai più disparati, tavoli e sedie in palese disuso. Nessuna stanza aveva una vera e propria coerenza fino a quando trovai quella che doveva essere stata la cucina.

 Guardandomi intorno notai resti di mobili di dubbio gusto, una carta da parati floreale avvizzita in alcuni punti e un vecchio poster di Angelina Jolie. Appese al soffitto vi erano delle lampadine, cercai invano di far luce giocando con gli interruttori lungo la parete. Un cucinotto elettrico era posizionato su un mobiletto di compensato scadente sopra al quale vi erano dei pensili ad anta altrettanto malandati. Li aprii e con mia somma gioia e sorpresa vi trovai del cibo in scatola e delle bibite. Scostai dalla finestra uno scuro di fortuna e realizzai che il temporale aveva lasciato il posto ai caldi raggi del sole che impiegarono pochi frangenti per avvolgere il mio viso. Dopo essermi rifocillato decisi di esplorare l’ultima stanza della casa. Mi ritrovai in una rudimentale lavanderia coperta, in cui vi erano stesi degli abiti puliti. In quella zona qualcuno doveva essere passato di recente.

Una fitta alla testa mi fece trasalire, il vuoto che fino ad ora mi aveva impedito di ricostruire il mio passato recente iniziò a diradarsi, ricordi più nitidi invasero la mia mente.

«Maledetta scimmia del cazzo, torna qui! Ridammi il mio cellulare» urlai affrettandomi ad inseguire l’animale nel cuore della foresta. La scimmia ragno mi aveva condotto in un punto imprecisato fra la fitta vegetazione, fu lì che trovai l’aperura di quella che a una prima analisi doveva essere una primordiale struttura Maya, uno dei resti dimenticati e ancora non esplorati. Mi feci largo tra i rovi, all’interno tutto era buio, la luce della mia torcia mi fece scorgere i dettagli di un antico tempio, in cui pietra e vegetazione si erano fusi in una magnifica simbiosi. Sul muro di fronte a me, sopravvissuto alla disgrazia del tempo, spiccava un affresco ottimamente conservato, caratterizzato da un cielo blu brillante che faceva da sfondo a minacciosi guerrieri abbigliati con pelli d’animali. Avevo l’impressione che i loro occhietti feroci mi osservassero e che a ogni mio passo anch’essi mutassero e mi seguissero.

Una litania angosciante proveniva dal cuore di quel luogo. Non ero dunque il primo a entrare tra quelle mura, il buon senso avrebbe fatto arretrare chiunque ma la mia voglia di sapere di rado aveva argini. La tetra nenia che si diffondeva tra i corridoi era sempre più forte. In principio sembrava una sola voce, ma più mi avvicinavo più appariva come un canto corale. Il corridoio diventava sempre più stretto e il ritmo del macabro mantra sincopato. Giunsi a un arco decorato con bassorilievi. Grandi occhi allungati mi fissavano con pupille di giada e ambra. La preghiera s’arrestò di colpo. Approdai in una sorta di grande cenote coperto verso il cielo solo parzialmente. Nella sponda opposta alla mia vi era un individuo avvolto in un mantello marrone che mi dava le spalle. Restai fermo a osservarlo, non sapevo se fosse saggio rivelare la mia presenza. Prima che potessi prendere una decisone la figura incappucciata si girò verso di me: non aveva un volto, il suo viso era formato da un mosaico di schegge di specchio in cui vedevo riflesse le immagini di uomini urlanti di diverse nazionalità. Mi indicò con un braccio deformato composto da diversi tipi di epidermide cuciti tra loro. Sopraffatto dallo spavento restai pietrificato, pochi attimi dopo un’accecante luce verde mi offuscò la vista e un gemito forte, acuto e angosciante mi privò dell’udito. Rividi alcune scene del mio passato, donne i cui nomi mi erano ormai sconosciuti soffrire per la mia indifferenza. Per la prima volta sentii il loro dolore e mi sembrò di vedere il crudele cinismo della mia anima dipinto sui loro volti.

Mi svegliai di soprassalto, il cuore pulsava come mai prima d’allora. Faticavo a respirare. Mi guardai intorno: ero a casa, nel mio letto. Marta dormiva accanto a me. Non si era resa conto del mio brusco risveglio. Si era ovviamente trattato di un incubo. Accesi la luce e controllai il braccio, la mano e il petto. Tutto sembrava a posto, nessuna cicatrice, nessuna pelle cucitami addosso. «Amore che succede?» chiese Marta sonnacchiosa, stropicciandosi gli occhi con il dorso della mano. «Solo un incubo del cazzo. Dormi» sentenziai scocciato alzandomi di scatto. «Che ore sono? Ricordati che stasera abbiamo la cena di beneficenza per la fondazione Avorp» mi ricordò Marta con la voce ancora impastata dal sonno.

Com’era possibile? Quella cena si era consumata mesi prima, era lì che avevo incontrato Milena. In un moto di perplessità recuperai il mio smartphone dal comodino. Come un drogato fa con la sua dose, cercai invano il numero di Milena. Guardai la data e l’ora, diciotto marzo duemila diciassette. Avevo alla mente tutti gli eventi dell’anno già trascorso, avevo già vissuto quella mattina e tutti i mesi a venire. Corsi in bagno, mi guardai allo specchio come se la mia immagine potesse darmi tutte le risposte di cui avevo bisogno. Lo specchio riflesse la stessa immagine deformata che avevo appena sognato. Terrificanti cuciture deturpavano il mio viso e macchie scure comparivano sul volto, sul petto e sul braccio sinistro. Un urlo straziante uscì dalla mia bocca. Marta mi raggiunse in apprensione. «Fabio! Che succede?» chiese trafelata con la preoccupazione negli occhi. Cercai di balbettare qualcosa ma uscirono solo sconnessi versi gutturali. «Calmati. Cosa diamine ti prende?» continuò lei cercando di attirami a sé. «Sono un mostro! Ero in Messico, poi la scimmia mi ha preso il telefono. Quell’essere. Non lo vedi? Guardami» le dissi spaventato indicando la mia mostruosa immagine riflessa.Marta mi osservava con sconcerto «Non c’è nulla di strano nello specchio» disse ma sull’ultima parola la voce era risuonata distorta quasi aliena e al posto del viso di Marta rividi il volto fatto di specchi nel quale il mio inquietante aspetto era replicato decine e decine di volte. «Cosa mi hai fatto mostro? Cosa sei? Cosa mi hai fatto diventare?» urlai afferrandolo per le spalle. La tetra nenia che avevo già sentito nel tempio iniziò nuovamente e non ottenendo risposta dall’essere in un impeto di rabbia e terrore lo scaraventai contro lo specchio del bagno che si ruppe in diversi frammenti. L’essere cercava a quel punto di divincolarsi senza successo braccato nella morsa delle mie mani. Dopo alcuni minuti che sembrarono eterni mi ritrovai a fissare sul pavimento il corpo di Marta esamine, deturpato da ferite ed escoriazioni. Dalla posizione innaturale con cui era appoggiato al muro era evidente che le avevo rotto l’osso del collo. «Marta! Rispondi per favore» la incitai abbassandomi e scuotendola per ottenre una reazione. Il suo corpo freddo e gelido si afflosciò come una bambola vecchia tra le mie braccia. Terrorizzato da quell’assurda situazione lo feci cadere a terra con un sonoro tonfo. Allo specchio ancora quella versione deturpata di me che mi fissava. Mi osservai le mani ma a parte il sangue di Marta non vedevo nulla. Sentii trambusto nell’appartamento accanto e in lontananza il rumore delle sirene della polizia che si stava avvicinando.

Bodypainter: Serena Di Paolo

Writer: Eleonora Panzeri 

Ph: Danilo Zanzini

Modello: Enrico

 

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