Le spade leggendarie più famose della storia

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Salve gente, oggi si parla di cose taglienti ed appuntite!

Chi di noi non ha mai sognato di brandire una spada lucente e di combattere orchi, draghi e giganti? Ok, forse voi no, ma io sì… ancora ripenso ad Aragorn nel terzo film della trilogia “Il Signore degli Anelli” che brandisce la sua Anduril e mi chiedo “ma come cavolo fa a maneggiare una roba così grande?”.

Bando agli scherzi, quest’oggi parleremo di spade leggendarie (non “letterarie”) che sarebbero state impugnate da grandi eroi nel corso delle loro imprese: alcune di esse, secondo le relative storie, possedevano poteri magici, altre invece portavano nomi cazzuti o erano semplicemente… belle e basta.

Come al solito l’articolo è accompagnato da un set di immagini, tratte da film o da rappresentazioni artistiche, che ci daranno l’idea, seppur vaga, di come dovevano apparire quelle spade o addirittura di armi ancora esistenti che si dice possano essere, a volte un po’ forzatamente, le vere armi appartenuti agli eroi.

EXCALIBUR

Partiamo proprio dalla più classica dei classici: la leggendaria spada di re Artù. Qui ero tentato di mettere la foto di Fantozzi che non riusciva a pronunciare il nome, ma mi sono trattenuto e ho preferito inserire l’immagine di Excalibur, tratta dall’omonimo film del 1981 (se non l’avete visto correte a vederlo, perché è veramente molto bello!).

Secondo le versioni più antiche della leggenda, appartenenti al folklore celtico bretone o gallese, il nome originario della spada sarebbe stato Caledfwlch (impronunciabile vero? Penso che si pronunci “Caledful”), poi per qualche ragione si sarebbe evoluto o sarebbe stato sostituito con Excalibur. Non conosciamo il reale significato del nome, le ipotesi avanzate a riguardo sono le più varie: “tratta dal ferro”, “forgiata dai Calibi” (una popolazione anatolica famosa per le proprie maestranze siderurgiche), o ancora “in grado di tagliare il ferro”. Se consideriamo il nome originario quest’ultima ipotesi sembra più azzeccata: Caledfwlch infatti significa “in grado di tagliare ciò che è duro”.

Che tipo di arma era Excalibur? Secondo una teoria abbastanza condivisa, la leggenda di Artù sarebbe modulata sulla figura di un capo britanno che guidò il suo popolo dopo che i romani lasciarono l’isola nel V secolo: possiamo quindi escludere a priori che l’arma del mitico re fosse la spada da cavaliere medievale che vediamo nei film. Il dilemma che permane è: spada celtica o romana? Con la dominazione di Roma a partire dal I secolo a.C. le armi di foggia celtica caddero in disuso, tuttavia sia il corto gladius dei legionari che la più lunga spatha in uso tra i cavalieri ebbero origine da armi celtiche.

Fu proprio una spatha, secondo alcuni, l’arma prediletta di quello sconosciuto capo britanno che noi oggi chiamiamo Artù: se così fosse potremmo dire che la spada di Artù era a pieno titolo una spada romana, ma dalle arcaiche origini celtiche.

La “lettura moderna” della leggenda tende a identificare Excalibur con la spada che Artù estrasse dalla roccia e che portò fino alla sua ultima battaglia.  Secondo altre versioni Excalibur fu invece la seconda spada del re, che andò a sostituire una più anonima “Spada nella Roccia”, rotta in combattimento: secondo questa storia la nuova spada fu donata ad Artù da una ninfa, la Dama del Lago. Un’altra versione ancora, basata però su un poema tardomedievale, dice che Artù ebbe due spade: Excalibur e Clarent, ma non sappiamo esattamente quale delle due fosse la Spada nella Roccia, o se addirittura quest’ultima fosse una terza spada.

Alcune storie attribuiscono ad Excalibur, oltre alla facoltà di tagliare il ferro, quella di accecare i nemici quando veniva sguainata. Anche il fodero della spada, secondo qualcuno, avrebbe posseduto il potere di impedire alle ferite di sanguinare.

Non conosciamo la sorte della spada dopo la morte di Artù: leggenda vuole che essa sia stata gettata in mare su ordine di Artù stesso, dove venne nuovamente raccolta dalla ninfa che gliene aveva fatto dono.

DURLINDANA

Dall’antichità tardo-romana passiamo all’Alto Medioevo con la temibile Durlindana, fedele spada del più valoroso tra i paladini di Carlo Magno, il principe Orlando (o Rolando).

Il significato del nome, che nell’originale francese è Durendal, secondo alcuni studiosi ha il significato di “dura falce” o “falce forte”, mentre secondo altri il nome sarebbe una storpiatura di Durendart, con il significato di “forte fiamma”.

Le origini di questa spada si perdono nella notte dei tempi, e numerose sono le storie circa la sua origine: secondo una di esse colui che forgiò la spada fu il leggendario fabbro Weland, figlio di un gigante che apprese l’arte della lavorazione dei metalli dai nani. Weland, secondo varie fonti antiche, fu l’artefice di numerose altre spade famose. Nell’anonimo poema epico “la canzone di Orlando”, scritto nella seconda metà dell’XI secolo, la spada è un dono fatto al paladino da Carlo Magno, il quale a sua volta l’avrebbe ricevuta da un angelo, mentre nel poema tardomedievale “l’Orlando furioso” dell’Ariosto leggiamo la spada passò di mano in mano fin dai tempi più antichi e vide tra i suoi possessori l’eroe troiano Ettore.

Sempre nella “Canzone d’Orlando” ci viene detto che l’elsa della spada contiene varie reliquie di santi famosi.

Poco sappiamo del suo proprietario, se non che fu un personaggio storico vissuto tra il 736 e il 778 d.C. e che morì durante una campagna militare in Spagna. La battaglia in cui Orlando perse la vita fu collocata nella finzione letteraria nel passo di Roncisvalle nei Pirenei (il vero luogo dello scontro ci è ignoto): l’unico particolare passibile di credibilità storica è che il paladino, a capo di una retroguardia, sia stato colto in un’imboscata mentre faceva ritorno in Francia.

Alcune leggende dicono addirittura che Durlindana fosse indistruttibile, qualità confermata anche dal più volte citato poema, nel quale si vede Orlando ormai morente che cerca inutilmente di spezzare la propria spada sulle rocce per impedire che i nemici se ne impadroniscano; infine l’eroe franco decide di nascondere la spada sotto il suo corpo.

Secondo la leggenda Durlindana ebbe parte in numerose imprese gloriose: nella sola battaglia finale stroncò la vita a numerosi nemici, che l‘autore ignoto del poema indica come Saraceni (quindi arabi musulmani).

Nella realtà la strage avvenne per mano di ribelli Baschi, forse cristiani che però non vedevano di buon occhio l’eventualità di una dominazione franca del territorio.

Secondo alcuni resoconti la spada di orlando non fu nascosta, ma scagliata via dallo stesso al termine della battaglia. Altri dicono che la spada sia invece conservata da qualche parte: nella cittadina di Rocamadour in Occitania si dice addirittura che una fenditura di roccia su una rupe ospiterebbe la leggendaria lama.

TIZONA

Un nome che pare un po’ ridicolo per una spada leggendaria, ma posso assicurarvi che in battaglia quest’arma sfondava di brutto! Parliamo di uno dei miei eroi preferiti, anche se non uno dei più conosciuti: El Cid detto el Campeador (cioè “trionfatore sul campo di battaglia”). Il vero nome di costui era Rodrigo Diaz de Bivar, ed era un nobile cavaliere castigliano nato nel 1043. Rodrigo combatté a lungo contro i musulmani, ed in un’occasione diede la grazia ad alcuni di loro meritandosi l’appellativo di Cid, che in arabo significa “signore”.

Proprio in uno dei suddetti scontri El Cid si guadagnò la sua spada più famosa (come abbiamo visto per Artù, gliene sono attribuite altre): il precedente proprietario dell’arma fu, sempre secondo fonti non documentabili, nientemeno che il re Bucar del Marocco.

Il significato del nome di quest’arma, attribuitogli nel tardo medioevo, è abbastanza chiaro: “l’Ardente”, anche se nell’opera epica “il Poema del mio Cid” composto intorno all’anno 1140, la spada aveva il nome di Tizón, con significato del tutto analogo (“Tizzone” e “Brace” stanno alquanto male, perciò chiamiamola “Ardente” e non se ne parli più!).

Come anticipato El Cid ebbe un’altra spada, gemella di Tizona, chiamata Colada (Ok ragazzi, con i nomi stavolta è un disastro, ma mica li scrivo io i poemi!), che dovrebbe significare “fusa in acciaio”; il motivo per cui è stata chiamata così è ignoto. Tale ulteriore spada fu vinta in duello, si dice, a un conte di Barcellona.

Entrambe le spade avevano il potere di spaventare il nemico, ma tale potere poteva essere scatenato solo dal valore di chi le impugnava.

Non sappiamo esattamente in quali occasioni le due spade sono state brandite. Rodrigo morì di malattia all’età di cinquantasei anni.

Vi sono varie spade, costudite in diversi luoghi, candidate ad essere riconosciute come “l’Ardente”: una di queste è custodita nel Museo di Burgos; non possiamo essere sicuri che sia effettivamente la spada di El Cid, ma esami condotti sull’arma avrebbero confermato che essa appartiene proprio a quel periodo.

LA SPADA DI ATTILA

La mitica arma di cui ci accingiamo in questo paragrafo è certamente quella di cui disponiamo meno informazioni. Lo storico romano Giordane (VI secolo), riallacciandosi all’opera di Prisco, storico contemporaneo di Atllia, racconta quel poco che sappiamo su questa spada: un giorno un pastore si accorse che una delle sue giovenche zoppicava a causa di una ferita; seguendo la traccia di sangue scoprì qualcosa di affilato che sporgeva dal terreno. Una volta disseppellito, l’oggetto misterioso si rivelò una spada. Il contadino portò la spada al proprio re, Attila, che la riconobbe come la spada del dio Marte che gli avrebbe permesso di conquistare il mondo. Questa la fine del racconto di Giordano.

Non sappiamo praticamente nient’altro sulla spada, del modo in cui Attila abbia potuto effettivamente riconoscerla come arma del dio della guerra. Il fatto che il racconto citi Marte può forse essere una pura licenza dello storico: forse la leggenda originaria faceva riferimento ad una qualche divinità guerriera adorata presso gli Unni. Da notare anche che il medesimo racconto non riporta nemmeno quella che è la diceria più comune sulla spada, ossia che essa fosse d’oro (forse dorata, chiaro che una spada d’oro non avrebbe avuto un granché di successo in battaglia!).

Le leggende ungheresi non fanno riferimento al dio Marte: in tali racconti, il cui contenuto non diverge un granché da quello che abbiamo appena riportato, l’arma è semplicemente indicata come “la Spada di Dio”; di quale “Dio” non ci è dato sapere.

Certo Attila dominò per diversi anni i campi da battaglia come se avesse davvero posseduto la mitica lama, ma evidentemente qualcosa andò storto e nel 451 d.C. nella battaglia ai Campi Catalaunici il “dio della guerra”    sembrò smettere di favorire il suo prediletto.

Che forma aveva questa spada? Non possiamo farci un’idea nemmeno generica di questo particolare.

La dinastia degli Arpadi, che regnava in Ungheria nell’XI secolo disse di essere in possesso della famigerata spada: tale arma, esposta a tutt’oggi in un museo viennese, è una sottile sciabola ricurva con l’elsa e parte della lama rivestite d’oro. In tempi più recenti la spada si è rivelata un falso.

Molte illustrazioni raffigurano gli unni che impugnano lame ricurve, simili a quelli utilizzati dai Mongoli ai tempi di Gengis Kahn. Tuttavia si ritiene che ai tempi di attila le orde unne avessero già adottato armi a doppio taglio come le spade germaniche e romane. Quindi non è assolutamente da escludere che Attila possa, come re Artù aver brandito una spatha.

Sulla sorte della spada del dio della guerra non abbiamo notizie: possiamo ipotizzare che sia stata sepolta con Attila al momento della sua morte.

DHU L-FIQAR

Forse la meno conosciuta per noi che stiamo in questa parte del mondo; la Dhu l-fiqar.

Conosciuta anche con una mezza dozzina di nomi simili, essa è la spada, o meglio, la scimitarra donata dal profeta dell’Islam Maometto al genero Alì, dopo che essa fu strappata ad un nemico dell’Islam ucciso nella battaglia di Badr nel 624. Altra versione vuole invece che la spada abbia origine celeste e che essa sia un dono fatto ad Alì dall’arcangelo Gabriele in persona.

Sulla lama, presumibilmente dopo la succitata battaglia, fu incisa una scritta in arabo che recitava più o meno così: “non c’è spada migliore di Dhu l-fiqar e non c’è guerriero migliore di Alì”.

Diverse le ipotesi sul significato del nome: “la celeste”, “quella che fende” o “che distingue” (il vero dal falso), “che recide le vertebre”, “dalla punta scanalata”. Si noti come quest’ultima denominazione possa essere all’origine delle numerose raffigurazioni della spada, soprattutto sulle bandiere ottomane, tutte con il particolare della doppia punta. Della spada vi sono anche delle antiche repliche cerimoniali.

Pare che la spada, dopo la morte di Alì, sia passata di mano in mano fino alla seconda metà del VIII secolo quando l’ultimo suo possessore, l’emiro al-Hadi ebbe la geniale idea di sperimentare la robustezza della lama contro una parete, con l’unico risultato di spezzarla. La fama leggendaria di quest’arma però è perdurata nei secoli, tanto che il nome Dhu l’fiqar, nelle sue varianti linguistiche, divenne un nome proprio di persona.

Non abbiamo idea di che fine abbiano fatto i frammenti di Dhu l-fiqar: penso che un uomo di buon senso li avrebbe quantomeno conservati come reliquie, ma visto che l’emiro non sembrava propro uno di buon senso ritengo più probabile che li abbia gettati via come oggetti inutili.

La nostra breve disgressioni sulle spade leggendarie per ora termina qui. Un saluto a tutti e grazie della lettura!

E VOI? CONOSCETE QUALCHE ALTRA SPADA LEGGENDARIA?

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Il varo del Capovaro