Le note musicali di Aeham Ahmad il pianista di Yarmouk a Copertino

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Aeham Ahmad il pianista di Yarmouk è divenuto famoso qualche anno fa mentre suonava in strada un pianoforte sgangherato, che spostava con delle piccole rotelle da un luogo ad un altro della desolante città alle porte di Damasco.

Yarmouk è un campo profughi palestinese a sud di Damasco nato dopo la Nabka, l’esodo palestinese del 1948, quando molti palestinesi furono costretti a fuggire dopo la nascita del nuovo stato di Israele. Ma Yarmouk non è solo questo, è anche il simbolo dell’orrore che ha travolto la Siria con l’arrivo della guerra civile da un lato e l’avanzata di Isis dall’altro, le bombe lanciate dal governo di Bashar al-Assad contro i ribelli o quello delle decapitazioni e atrocità portate da Daesh. Un sobborgo di Damasco che nella sua storia era giunto ad avere 160.000 abitanti, quasi tutti palestinesi come Ahmad, fino a ridursi durante la guerra in Siria a 18.000 anime imprigionate in quello che è uno spettro della città che era.

Soprattutto Yarmouk è la complessità della Siria, sempre più dilaniata dalle varie fazioni. Qui infatti hanno lottato per il predominio sul territorio Hamas, gli affiliati di al-Qaeda, i ribelli siriani, il governo di Assad, i miliziani Isis. Eppure per Aeham questo campo profughi a sud di Damasco, prima di essere un perfetto esempio da manuale di geo-politica, era soprattutto e nonostante tutto, la sua casa. La sua vita scorreva tranquilla, certo c’erano delle difficoltà, ma lavorava con il padre, un violinista cieco, nel loro negozio di strumenti musicali. Studiava e suonava il suo pianoforte, si era sposato ed aveva avuto dei figli. E se è vero che in effetti non aveva una nazione della quale dirsi cittadino, proprio il padre gli aveva spiegato che: ” Il nostro Paese è la musica “.

Poi è venuta la guerra. Aeham la ricorda bene la prima volta che un jet del governo siriano ha bombardato Yarmouk: era il 16 gennaio 2012 e ricorda bene, fin troppo, anche tutto il resto, la follia della guerra, il sangue, i morti. Ma il suo Paese è la musica, da ripetere come un mantra, e allora non si dà per vinto: trascina il suo pianoforte in strada fra le macerie e suona. ” Era la mia piccola rivoluzione, un tentativo di contrastare l’orrore “, ci racconta Aeham ” una rivoluzione musicale per restituire alle persone almeno un po’ di speranza, un po’ di forza. Eravamo assediati, mancava tutto… non avevamo acqua, cibo, cure, le persone morivano a centinaia. Ma la speranza era fondamentale per andare avanti, per noi, ma soprattutto per i nostri bambini “. Niente poteva riuscire a rendere più chiaro il racconto del nostro pianista. «A un certo punto siamo stati costretti a fuggire. Volevamo restare, abbiamo lottato in tutti i modi per restare in Siria… Yarmouk divenne la testa di ponte per l’attacco a Damasco, cinto d’assedio lungo tre lati dall’esercito siriano che fa da muro fra il campo e Damasco, col quarto lato aperto verso il quartiere di Hajar al Haswad e la Ghouta, terra di ribelli e jihadisti. All’interno del campo, 14 fazioni palestinesi si dividono fra lealisti e anti-Assad. Questo per una premessa legittima, per raccontare l’orrore della guerra. Ora questo esempio di resistenza non violenta sarà nel Salento per un concerto, ad accogliere Aeham Ahmad sarà la città di Copertino presso la sala della chiesa delle Clarisse in pieno centro cittadino.

Il concerto voluto fortemente nel Salento da Gisele Apitzsch, che accompagnerà personalmente il pianista di Yarmouk, si svolgerà sabato 18 febbraio 2017 alle ore 20.00 ingresso gratuito. Un ringraziamento va fatto in particolare a Franco Merico presidente dell’Associazione ” Salento Crocevia ” G. Giagnotti per l’organizzazione in loco dell’evento. Ecco infine come Zeina Hashem Beck, poetessa libanese, dedica ad Aeham Ahmad i suoi versi : ” Suonaci una musica che parli di briciole di pane, uomo triste, suonaci una nota per il sonno, un’altra per gli uccellini degli alberi mangiati dai bambini per fame… Qui non ci sono sale da concerti, solo dita intirizzite, cani scheletrici. Perciò inventa un’allegra canzone araba, affinché possiamo morire, come gli uccellini che abbiamo mangiato, cantando, cantando”.

Raimondo Rodia