Le cospirazioni di Romagna tra Rimini e le Balze

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Ci fu un tempo in cui le speranze di uno stato italiano passavano nel cuore della Romagna. Perliamo della prima metà dell’800′. Proprio da Rimini e Faenza in quel periodo si alzarono molti motti e cospirazioni. 

Il tutto ebbe origine dal tramonto del pontificato di Gregorio XVI che di fatto era un baluardo del tradizionalismo. Approfittando di ciò la società del tempo si risvegliò nel sogno di una indipendenza italiana ormai pronta.

Si iniziò nel 1843 con la guerra per bande. In quell’estate un gruppo di cospiratori fu intercettato e sgominato dalle truppe pontificie presso Savigno, nel Bolognese. A settembre un’altra banda presso Torrano, vicino a Imola, provò a rapire Luigi Amat, legato di Ravenna, Giovanni Mastai Ferretti, vescovo di Imola e Chiarissimo Falconieri, arcivescovo di Ravenna. L’agguato però fallì. Tra i vari cospiratori del ’43 anche Luigi Carlo Farini, medico di Russi, che diventerà uno dei principali collaboratori di Cavour dopo l’Unità d’Italia. 

Farini, rientrato da Parigi nel ’44, iniziò a preparare un movimento insurrezionale in Toscana rivolto contro lo Stato Pontificio. Resosi conto della difficoltà del progetto, virò verso una posizione più moderata e nel 1845 scrisse il “Manifesto delle Popolazioni dello Stato Romano ai Principi ed ai popoli dell’Europa”, in cui richiedeva riforme moderate. Questo documento diverrà noto cone Manifesto di Rimini.

Nel frattempo la Romagna ribolliva e puntava alla propagazione della rivolta nelle vicine Marche. Il 23 settembre del 1945 fu la volta del rivoluzionario Pietro Renzi che col suo gruppo mise a ferro e fuoco Rimini, occupando lo sferisterio dove si giocava a palla a bracciale (antenata del calcio) e disarmando le guardie pontificie e la caserma di San Francesco. 

Anche qui l’obiettivo era solo ottenere delle riforme. In realtà speravano anche in un effetto emulazione che però non ci fu, anzi i volontari dell’esercito pontificio, si ammassarono attorno a Rimini e misero in fuga i rivoltosi. Renzi fu arrestato poi in Toscana alcuni giorni dopo.

Qualcuno però volle emulare le gesta di Rimini. Raffaele Pasi, faentino con una quindicina di seguaci tra cui Giovanni Verità, mosse  il 24 e 25 settembre da Modigliana che allora si trovava in Toscana e occupò la dogana tra lo Stato Pontificio e il Granducato presso le Balze di Scavignano.

Nello stesso momento il conte Pietro Beltrami passò all’azione presso Bagnacavallo, dove disarmò carabinieri e tentò un rapimento di un prelato, ma fallì. Decise quindi di unirsi agli uomini di Pasi, formando una schiera di un centinaio di rivoltosi. 

Qui ci fu uno scontro a fuoco con un contingente di volontari pontifici che portò anche ad alcune perdite umane fino alla dispersione dei ribelli.

Un altro fallimento che però ottenne dei risultati imporanti dal punto di vista politico e culturale, con le Legazioni che tornarono alla ribalta tra l’opinione pubblica italiana e internazionale.

Da questi motti, dalle opere di Balbo, Gioberti e D’Azeglio e dal Manifesto di Farini, si spianò la strada verso i motti del ’48.

L.D.

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