Le armate più forti della storia antica

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Ciao a tutti, ragazzi. Quest’oggi parliamo di affari bellici. Obiettivo: selezionare alcune delle forze militari più efficienti nella storia del mondo.
Come mio solito ho preferito introdurre un limite ragionevole alla questione: per evitare, nel caso di specie, di far scontrare un esercito dell’età del bronzo contro la Grande Armata di Napoleone. Ci riferiremo alla sola storia antica; perciò niente armate medievali, che saranno riservate con ogni probabilità ad una futura classifica.
 
Si tratterà di armate che nel corso della loro storia, lunga o breve che sia, videro un numero di vittorie nettamente superiore al numero di sconfitte.
Si tenga conto che le date abbinate al titolo di ciascun paragrafo sono solo indicative, e si riferiscono al probabile arco di tempo in cui quelle truppe, tattiche o armamenti furono effettivamente impiegati.
Per ogni esercito ho deciso di fornire anche la sintesi di una battaglia in cui lo stesso vinse o si distinse particolarmente.
 
 
GLI SPARTANI (IV – IV secolo a.C.)
Una cosa che viene ripetuta spesso anche a scuola riguardo all’antica città di Sparta è il fatto che essa fosse del tutto priva di mura, e che le difese fossero costituite esclusivamente dalle sue forze armate.
Il modo di combattere degli spartani non era tanto diverso da quello dei guerrieri delle altre polis greche: non si riesce a trovare una strategia generale costantemente utilizzata che spieghi come mai gli spartani risultarono per secoli vittoriosi sul campo di battaglia.
Ipotesi largamente condivisa è che a forgiare la gloria di Sparta fu innanzitutto il particolare modo di concepire la figura del guerriero.
 
Ad Atene, o in altre città greche potevi trovare il contadino, l’artigiano, il pescatore, il filosofo. Tutti i cittadini maschi di Sparta invece erano, o erano stati, opliti, ossia guerrieri. Lo svolgimento di mansioni più umili veniva lasciato agli schiavi, gli iloti.
Non che gli abitanti di Sparta fossero ignoranti (anche i bambini spartani imparavano in tenera età a leggere, scrivere e a fare di conto), ma possiamo notare con una certa curiosità che tra i tanti filosofi greci che si susseguirono nel corso dei secoli non sia ricordato il nome di un singolo spartano!
 
La formazione tipica degli spartani era sostanzialmente simile, se non identica, alla falange greca, meglio detta falange oplitica. Ma il punto di forza dell’esercito spartano non derivava tanto da una strategia fissa impiegata sul campo di battaglia (la strategia veniva decisa di in volta in volta dai comandanti), ma dal valore dei singoli guerrieri: uno spartano fin dalla tenera età di otto anni era addestrato per essere un campione in armi. Anche dopo il tramonto dell’egemonia di Sparta, i mercenari spartani erano considerati il top nelle schiere di un esercito, e ricevevano una paga molto più alta rispetto a quella degli altri mercenari.
 
La falange oplitica aveva uno schema estremamente semplice: si trattava di un unico battaglione compatto di forma pressoché quadrata.
L’equipaggiamento dell’oplita era costituito da una corazza in bronzo divisa in due parti: una a protezione del torace e l’altra del basso ventre. La testa e il viso del soldato erano protetti da un elmo crestato. L’ampio scudo rotondo non era realizzato interamente in metallo, ma in legno con un rivestimento esterno in bronzo. Le armi impiegate erano una lunga lancia da usare in mischia e una spada a doppio taglio lunga una sessantina di centimetri. Pare che gli spartani abbiano sviluppato un variante della comune spada oplitica, lunga la metà e più funzionale negli scontri a formazione serrata: tale stratagemma certamente fu un efficace contributo ai successi militari di Sparta.
 
Quale fu il punto debole della falange spartana? Abbiamo detto che le formazioni di battaglia dell’Antica Grecia furono in gran parte molto semplici; bastò un pizzico di strategia per mettere in crisi i temibili spartiati: il generale tebano Gorgida creò una speciale unità strategica, chiamata “il battaglione sacro”, che impiegò nella battaglia di Leuttra (371 a.C.). Particolarità di questo battaglione era che le proprie fila, strette nella parte frontale, si allargavano verso il fondo formando così una specie di cuneo in grado di dividere le linee spartane mentre altri reparti di fanteria leggera o di cavalleria davano manforte ai lati.
 
La battaglia più famosa che coinvolse gli opliti spartani è probabilmente quella che si tenne nel 480 a.C. nel passo delle Termopili: sebbene la schiera spartana, composta da appena trecento opliti, sia stata sterminata dalla poderosa armata persiana, l’evento è ricordato ancora oggi non come una totale disfatta, ma come una mezza vittoria. Infatti gli spartani, seppur così inferiori in numero, riuscirono a trattenere le forze persiane per tre lunghi giorni con il solo supporto di poche centinaia di uomini, probabilmente truppe di fanteria leggera, inviati dagli alleati greci. Grazie al sacrificio di quei pochi valorosi uomini le principali città greche ebbero il tempo di organizzarsi e di predisporre una resistenza contro l’invasore.
 
 
LA FALANGE MACEDONE (IV-II secolo a.C.)
 
Il tipo di forza armata che analizzeremo in questo paragrafo è il chiaro esempio di come non basti comandare un miscuglio mal assortito di truppe di diverso genere per primeggiare sul campo di battaglia: è sufficiente possedere quel corpo altamente specializzato che serva a porre in atto la strategia principale e utilizzare reparti di truppe differenti come ausilio.
Unità strategica ben differente dalla falange greca fu quella che si sviluppò nell’esercito macedone nel IV secolo a.C. e resa famosa da Alessandro Magno. L’invenzione è attribuita a Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro, che sviluppò la nuova strategia implementando il modello della falange greca.
 
I componenti della nuova falange di Filippo, chiamati pezeteri, portavano corazze in bronzo, ampi scudi rotondi ed elmi crestati, come gli opliti, ma a differenza di questi ultimi erano provvisti di lance lunghissime, le sarisse, la cui altezza poteva arrivare fino a 7 metri!. I pezeteri delle prime file avevano le sarisse più corte, e così via più lunghe man mano si passava alle file retrostanti: in tal modo durante la battaglia le lance abbassate delle prime quattro o cinque file si sarebbero trovate tutte puntate verso il nemico a formare una sorta di letale porcospino.
 
Come scrisse Valerio massimo Manfredi nella sua splendida trilogia su Alessandro Magno: “la falange è l’incudine, la cavalleria è il martello”. Obiettivo era dunque costringere l’avversario a schiantarsi contro il muro di lance o a battere in ritirata: per fare ciò l’esercito macedone utilizzava truppe di cavalleria. Insieme alla cavalleria leggera, deputata a rapide incursioni, vi era anche un corpo di cavalieri pesantemente corazzato: quello degli eteri: sebbene non potessero caricare come le torme di cavalleria pesante di epoca medievale (la staffa non era stata ancora inventata), gli eteri erano in grado di realizzare attacchi abbastanza massicci da sospingere le truppe nemiche verso la macchina mortale della falange.
L’armata macedone, in particolar modo sotto il regno di Alessandro Magno, condusse numerose battaglie memorabili. Più memorabile di tutte fu probabilmente la battaglia sulla piana di Gaugamela, in Persia. Lì le schiere del Gran Re persiano Dario III si infransero come onde sugli scogli contro la selva di lance dei macedoni.
 
L’ESERCITO LEGIONARIO ROMANO (I sec. a.C. – V sec. d. C.)
 
Scelta forse più che scontata: le legioni romane costituiscono uno degli apparati militari in assoluto più efficienti di tutta la storia antica. Ai suoi primordi, anche gli eserciti di Roma combattevano in maniera molto simile alla falange greca.
Il console Gaio Mario, all’incirca nel 107 a.C., operò una radicale riforma militare che spazzò letteralmente via la precedente organizzazione: d’ora in poi l‘esercito sarebbe stato suddiviso in macro-unità definite “legioni”. Ma l’innovazione forse più importante riguardava la suddivisione interna: Gaio Mario, astuto stratega, certamente conosceva i limiti del combattere per battaglioni: se nel battaglione si creava una breccia in breve sarebbe potuto essere interamente smembrato con conseguente perdita di ingente parte delle truppe, se non della battaglia stessa. Gaio optò per organizzare una suddivisione in micro-unità di poche centinaia di uomini: in particolare tra queste micro-unità figurava la centuria, composta da cento soldati.
 
Assembramenti di sei centurie formavano invece una coorte, per un totale di seicento uomini. L’innovazione portata da questa suddivisione interna fu enorme dal punto di vista strategico: se una centuria veniva annientata, le altre potevano proseguire il combattimento.
Il legionario romano riceveva un addestramento abbastanza rigoroso. L’addestramento con le armi prevedeva che si usassero spade in legno appesantite con il piombo in modo che pesassero il doppio delle comuni spade: in tal modo quando i soldati si fossero trovati a impugnarle, queste ultime sarebbero sembrate loro più leggere.
 
La spada dei legionari romani non era la lunga e pesante lama utilizzata dai greci; si trattava invece del gladius, una spada leggera lunga appena una cinquantina di centimetri o anche meno: grazie ad essa era possibile menare rapidi colpi rimanendo asserragliati dietro gli imponenti scudi a torre, realizzati in legno rivestito di lino e cuoio.
Al fianco, oltre al gladio, il legionario portava anche un corto pugnale da usare come arma di riserva.
Ma quale tipo di corazza indossavano i legionari? Costoro, si può dire, utilizzarono inizialmente la lorica hamata, una versione più corta e leggera di quella che sarà la cotta di maglia di anelli del medioevo. Tale lorica rimarrà in uso anche nei secoli successivi, ma venne affiancata anche da altri tipi di loriche: più diffusa tra queste era la lorica segmentata, il cui uso si affermò nella prima età imperiale, composta da listelli di ferro unite tra loro tramite strisce di cuoio.
L’equipaggiamento era completato da un leggero elmo in ferro, che lasciava scoperta gran parte del viso.
Elemento fondamentale dell’armamentario era costituito dal pilum, un leggero giavellotto che veniva scagliato all’inizio della battaglia dalle prime file degli schieramenti. Tale giavellotto aveva una punta piccola e sottile, fissata all’asta tramite un solo piolo di legno: in tal modo, se il pilum non colpiva il bersaglio, la punta si sarebbe sganciata impedendo al nemico il riutilizzo dell’arma.
Quando il nemico ormai prossimo aggrediva una centuria, i componenti di questa serravano gli scudi nella formazione a testuggine, formando una sorta di barriera impenetrabile. Gli alti scudi avevano una forma concava, il che permetteva di lasciare nella testuggine dei varchi abbastanza grandi da permettere al legionario di sbirciare fuori e di menare colpi di punta col gladio.
L’esercito romano, oltre alla fanteria legionaria che ne costituiva il nerbo, avevano un’ampia varietà di reparti militari: cavalleria leggera, arcieri, truppe ausiliarie inviate dagli alleati. I romani più di altri popoli svilupparono l‘utilizzo delle macchine da guerra nelle battaglie campali: nell’artiglieria romana si potevano trovare delle catapulte, ma il marchingegno da guerra più utilizzato era forse lo scorpio, lo scorpione, una versione ridotta della balista che permetteva di scagliare lunghi dardi a un centinaio di metri di distanza.
L’organizzazione dell’esercito romano che abbiamo analizzato, se pur con qualche riforma, sopravvisse per diversi secoli.
Difficile scegliere una battaglia tra le centinaia che videro trionfanti le legioni romane; ma io ho optato proprio per quella battaglia di Aquae Sextiae del 102 a.C. in cui lo stesso Caio Mario, con il suo nuovo esercito riformato, annientò l’orda delle popolazioni germaniche scese in Italia per il saccheggio. Il console utilizzò un astuto stratagemma: dai propri accampamenti posti in collina spedì la cavalleria incontro ai germani. Il nemico, pensando che la carica fosse stata ordinata per anticipare l’assalto della fanteria, cercò di anticipare l’attacco aggirando frettolosamente la cavalleria romana: ciò portò i germani ad affrontare una corsa in salita.
I fanti romani dall’alto scagliarono i loro giavellotti che piombarono come una pioggia sui guerrieri germani, non ancora compatti. Il nemico indietreggiò fino al fondovalle dove entrò in collisione con un distaccamento di fanteria romana appositamente inviato per accoglierli. Presi sui due lati, le orde germaniche furono sterminate.
 
L’ORDA UNNA DI ATTILA (V sec. d.C.)
 
Finora, si noti, abbiamo analizzato eserciti che vedevano il proprio nerbo nella fanteria, piuttosto che nella cavalleria. Quest’ultima veniva impiegata soprattutto in mansioni di esplorazione oppure d’ausilio alle schiere di fanti. L’armata che vedremo ora invece farà della cavalleria leggera un’arma temibile: si tratta dell’orda unna di Attila.
 
Gli Unni erano una popolazione originaria delle steppe della Mongolia e il loro modo di combattere era del tutto identico a quello utilizzato dalle forze di Gengis Khan parecchi secoli più tardi. Si combatteva a cavallo alternando rapidi attacchi ad altrettanto rapide ritirate: armi primarie, prima ancora della spada, erano arco e frecce. Abbinando la carica a cavallo al lancio di dardi, le torme unne potevano bersagliare il nemico tenendosi sempre a debita distanza.
Attila a metà del V secolo riunificò le tribù unne e conquistò vaste aree dell’Europa orientale e dell’Asia, rappresentando costantemente una minaccia per l’Impero Romano d’Occidente.
 
I guerrieri unni, per quanto robusti e coraggiosi, erano tarchiati e di bassa statura: ciò li rendeva estremamente adatti come cavalleggeri. Possiamo ipotizzare che utilizzassero cavalli molto simili a quelli utilizzati in Mongolia, piccoli ma molto resistenti al peso e al clima rigido.
I guerrieri unni, per buona parte della loro storia, non utilizzavano corazze, tranne forse qualche rivestimento in pelle: obiettivo essere più leggeri possibile durante le cariche a cavallo. Durante il regno di Attila però gli unni ebbero la possibilità di dotarsi con corazze strappate ai nemici caduti. In questo periodo inoltre si costituì al seguito degli unni una coalizione di popolazioni germaniche: quindi possiamo ipotizzare che l’esercito di Attila avesse a disposizione anche truppe di fanteria.
 
Tra le armi, gli unni utilizzavano probabilmente spade corte a doppio taglio, o corte lance, ma l’oggetto più utilizzato in battaglia doveva essere il micidiale arco: gli unni utilizzavano un particolare tipo di arco, l’arco composito, in legno e osso, che consentiva di lanciare frecce a grande distanza.
Grazie alla tattica “mordi e fuggi” era possibile mettere in atto rapidi assalti, false ritirate e attacchi ai lati dello schieramento. Possiamo quindi pensare che le cariche dirette fossero utilizzate soprattutto alla fine degli scontri, quando si trattava di finire un nemico ormai allo sbando.
La cosa spiacevole nella storia degli Unni è che è ricordato nel dettaglio un numero abbastanza esiguo di battaglie; unica vittoria abbastanza memorabile, seppur fortuita, è quella ottenuta dagli Unni di Attila sul fiume Utus del 447 d.C. contro l’esercito dell’Impero Romano d’Oriente: si precisa però che anche di essa si dispongono pochi dettagli. Lo scontro iniziò male per gli unni, che subirono gravi perdite, finché il generale romano Arnegisclo, nella foga del combattimento, fu disarcionato da cavallo e costretto a difendersi a piedi. Gli unni, avendo notato ciò, concentrarono ingenti forze sul comandante riuscendo ad ucciderlo. I soldati romani allo sbando cercarono di ripiegare, ma furono inseguiti e in buona parte uccisi dagli Unni.
 
SPARTANI, FALANGE MACEDONE, LEGIONI ROMANE ED ORDA UNNA: CHI SONO I PIÙ FORTI?
 
Se mi chiedessero di selezionare quale secondo me sia la più forte tra le armate che abbiamo analizzato mi troverei in una grande difficoltà. Selezionare l’esercito più potente della storia non è un’impresa da poco considerato che andrebbero studiati i singoli fattori che condussero le truppe di una fazione alla sconfitta e alla vittoria: ci sarebbe da considerare il terreno dello scontro, le condizioni dei soldati, la disponibilità di alleati e di corpi ausiliari e anche, particolare non da poco, se le armate introdussero delle innovazioni anche solo momentanee al loro armamentario o alla loro formazione per poter affrontare meglio quello specifico scontro.
 
Procedendo per esclusione comincerei estromettendo gli spartani: per quanto ammiri il valore spartano, la loro formazione di battaglia e il loro armamento risultano troppo semplici per poter essere sfruttati in modo versatile nel corso degli scontri bellici.
Possiamo immaginare una battaglia campale tra truppe legionarie romane e pezeteri macedoni. Mi sentirei di votare per i romani per due motivi: in primo luogo le sarisse macedoni avrebbero molta difficoltà a penetrare la loro formazione a testuggine; inoltre ciò che probabilmente segnerebbe la vittoria romana è il fatto che i legionari dispongano di un’ampia riserva di giavellotti: prima di entrare in uno scontro diretto i componenti della falange verrebbero probabilmente decimati.
 
La tentazione di optare per le armate romane è fortissima, vista la particolare predisposizione dei legionari a colpire sia a distanza che nel corpo a corpo; ciò nonostante la strategia di battaglia unna, relativamente semplice ma efficace costituisce comunque un’ottima alternativa.
Se dovessi costruire il mio “esercito antico” personalizzato sceglierei di certo di abbinare reparti di cavalleria unna e coorti romane, ma dovendo scegliere opterei ancora una volta per questi ultimi: stretti nuovamente dietro gli scudi, avrebbero potuto difendersi finché gli unni avessero esaurito le frecce; quando ciò fosse accaduto alla cavalleria barbara sarebbero rimaste solo due alternative, caricare in mischia oppure darsi alla fuga. Nel primo caso però, i cavalieri Unni non sarebbero probabilmente riusciti a sfondare il muro di scudi (ricordiamo che stiamo parlando di cavalleria leggera, non di cavalleria pesante) e una volta esaurita la foga della carica sarebbero rimasti vittima dei gladi e dei giavellotti nemici.
 
Qualcuno potrà chiedere a questo punto perché io non abbia citato la battaglia ai Campi Catalaunici in cui i Romani inflissero effettivamente un duro colpo agli Unni. Ho deciso di proposito di non farlo: in primo luogo si tratta di una mezza vittoria, in cui anche i vincitori subirono enormi perdite; in secondo luogo, ma ancor più importante, è da considerare che sia l’esercito romano che quello unno furono sostenuti da ingenti truppe alleate germaniche, appiedate o a cavallo. Ultimo particolare da non sottovalutare, bisogna considerare che la battaglia ai Campi Catalaunici avvenne nel 451 d.C., a meno di un quarto di secolo dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente: l’esercito a quel tempo aveva già subito un forte imbarbarimento, con conseguente modifica dell’equipaggiamento e dei modi di dar battaglia rispetto agli standard imposti da Gaio Mario e mantenuti dai romani per parecchi secoli; parlare di legioni romane nel senso proprio del termine apparirebbe quindi un po’ falsato rispetto agli scopi del nostro discorso.
 
E SECONDO VOI? CHI ERANO I PIÙ FORTI?
 

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