L’attenzione non si presta

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Io sono uno che conta, fino a dieci prima di parlare, anche se consigliano di non farlo.
Mi chiamano italiano solo perché, per puro caso, sono nato su questa striscia di terra a sua volta chiamata Italia.
Dicono che valgo più degli altri, che arrivo prima degli ultimi, addirittura che questa loro visione dovrei chiamarla  “libertà”.
 
Dicono di volermi salvare, e pretendono di farmelo credere usando brevi messaggi di testo corretti dal t9 e da un gruppo scelto di comunicattori.
La parola usata come slogan non diventa slogan, viene solo banalizzata e, per la massa non pensante, perde il suo peso originale.
Dicono che questa non è una poesia, ma qui non mentono, questa è solo una riflessione che poi ha portato a rami e foglie, e tra le righe cerca il frutto.
 
È in questo processo rivedo la Poesia.
Non spetta forse a tutti il respiro?
Non merita un albero la nostra esistenza?
Davvero siamo nati per crederci superiori e ingiustamente attaccabili perché usiamo la pelle come scudo?
 
La brezza può diventare bufera, non bisogna mai scordarlo.
Per questo rispetto anche il soffio più lieve, per questo affronto le raffiche che scoperchiano i tetti delle teste più vecchie senza indietreggiare di un passo.
Perché la bufera serve tanto quanto il singolo soffio, ma i creattori non percepiscono la dignità nascosta della distruzione, l’enorme possibilità che porta portando via tutto ciò che autoproclamati salvattori hanno stabilito prima dell’ennesima foto.
 
E lo riscrivo per sicurezza, questa non è una poesia, ma una raffica di vento che racconta le raffiche di un mitra pieno di sabbia e tacche e dice che due lembi di pelle fondendosi per formare la cicatrice diventano più duri della pelle vergine.
Perché dolore innesca il processo che porta al cambiamento.
L’agio no.
 
Basta un solo soffio per fermare la bufera.
Basta una sola lettera per stravolgere il senso.
Ma forse non siamo prigionieri senza via di fuga, siamo solo troppo distanti.
Troppo “distratti” .
Perché qui, la doppia, era giusta.
 
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Gianluca Sonnessa
Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.