Langhe inquiete

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Marco Giacosa
Langhe inquiete

A cura di Anna Cavestri 

Marco era un bambino: “non“.
Nelle Langhe degli anni ‘70, figlio unico, il padre veterinario e la madre che a 16 anni era a lavorare nella fabbrica per eccellenza della zona in quel momento: la Ferrero.
I genitori sono entrambi di origine contadina. E con la sapienza e la ricca cultura contadina, Marco cresce.
Nel suo habitat non sta male, in fondo, i racconti dei nonni che hanno fatto la guerra e patito fame e freddo, degli zii e dei cugini che “ parlavano “ tutti la stessa lingua: quella della fatica dei campi, della bellezza di riconoscere i segnali della natura, gli animali e i loro versi, della convivenza con questi, della “ normalità “ giornaliera, dove tutti avevano il loro posto così com’erano, senza dover dimostrare altro.

Spesso andava col padre nelle stalle e fu in una di queste visite che prese un gatto nel cortile e lo gettò nella vasca del latte. Era un po’ discolo tutto sommato, ma niente di cui preoccuparsi.
Ma fuori da lì era “non“.
Già dall’asilo aveva iniziato ad avere problemi, non gli piaceva il cibo.Timido e impacciato, solitario a scuola e preso in giro per le sue poche intrepide prestazioni nella squadra di calcio, dove da portiere riesce a fare un autogol.

A 11 anni decise che non avrebbe più fatto il portiere e per la prima volta scoprí con spavento che qualcosa si induriva mentre giocava con le biglie sul tappeto: ” crescevo ”
Cresceva Marco, ma tra lui e i suoi compagni “ cresciuti “ le differenze rimanevano, mentre gli altri si divertivano, limonavano con le ragazze, erano spavaldi e baldanzosi, lui: “ non esistevo, in fondo non mi interessava esistere e basta : io volevo limonare “.

Ma a limonare erano quelli bravi nello sport e quindi non limonava. Ma la fantasia non l’abbandonava e così in bicicletta, ci andava spesso per le strade del paese, sogna persino di fare l’amore con Madonna ( che era a Torino per un concerto).
È la famiglia, quella allargata, il suo riferimento, i racconti del nonno paterno, con cui ha avuto un rapporto particolare fino alla fine, la nonna con cui friggeva le bugie nel cortile, gli zii con le loro storie di matrimoni, quello di zio Mario combinato con zia Mimma calabrese, vista in una foto, che arriva nelle Langhe senza sapere una parola di italiano con un marito che parla solo il dialetto piemontese.

La nonna materna che avrebbe voluto nel 1935 fare la commerciante, ma il marito voleva continuare a zappare la terra “ non si fa ”, che avrebbe voluto voluto accorciare la gonna della figlia nel 1960, ma “ non si fa “.
Le vacanze al mare a Borghetto in Liguria, durante le quali Marco non faceva mai il bagno in mare, preferiva stare ai tavolini del bar a leggere o giocare ai videogiochi o al calciobalilla ed era felice (forse).

Sono gli anni 80 che imperversano, sono le Langhe e i suoi paesi, quelle Langhe di Beppe Fenoglio, che ogni tanto appare nel libro, entrambi hanno fatto il liceo classico ad Alba. Langhe di pioggia, di vigneti, di strade impervie, di gente che lavora sodo ed è solidale.
Anni in cui la Fabbrica dava lavoro a molti, alcuni continuavano anche ad occuparsi della campagna.
Le famiglie compravano casa, simbolo di sacrifici e avanzamento, le giovani leve andavano a scuola, si compravano le macchine, ci si evolveva , ma la sensazione che si avverte è che nulla cambiava fondamentalmente, lì.

L’evoluzione di Marco è Torino, l’università prima il lavoro poi. Racconti di vita che si intrecciano, gioie e dolori di lutti e malattie.
Le pagine più belle dolorose e strazianti, piene di poesia, sono quelle che parlano della malattia e della morte della madre di Marco. Un calvario durante il quale Marco è stato sempre vicino a lei, una malattia che non lasciava speranza ma affrontata con molto garbo dalla madre, che così era: dolce e garbata con lui e con tutti, ma con molta rabbia e sofferenza da parte del figlio.

Sopraggiunge dopo qualche anno anche la morte del padre, più immediata e sofferta in tutt’altra maniera. Ma sempre struggente quello che scrive al padre che ha anche odiato per mille ragioni.
Ed è l’occasione del funerale del padre e la consegna dei-ricordini- a parenti e amici del padre, in anni più recenti, che gli fanno ripercorrere quelle strade e quelle Langhe, ed insieme scorrono immagini del passato rapportate al presente, i cugini ormai sposati con figli con la casa di proprietà dove prima c’era il cortile in terra battuta con le galline intorno, i proprietari di campagna e bestiame che devono ricorrere alla manodopera di stranieri perché la terra non vuole lavorarla più nessuno, i genitori non ci sono più o sono troppo anziani, ma con la tristezza che a fronte di un lavoro duro rimane poco, perché oggi bisogna fare tutto a norma e pagare troppe tasse.

L’abuso edilizio che negli anni non ha risparmiato nemmeno questo angolo di paradiso, famoso per le sue colline e per il vino buono e impervio per chi ci ha vissuto.
Flashback tra il presente che ricorda il passato della sua vita, della sua famiglia e di tutto quello che girava attorno. Gli anni della crisi industriale e della delocalizzazione che ha lasciato a casa quelli che erano diventati operai e che, come nel caso della cugina della madre, si era dovuta reinventare.
Ad ogni consegna del ricordino, malinconia e immagini del passato si intersecano.
Marco è figlio unico ed ha anche l’ingrato compito di occuparsi dello “sgombero“ delle cose nella casa dei genitori, che rappresenta forse l’inizio della sua nuova vita.

È un libro molto coinvolgente, una bella narrazione, descrizione di luoghi e eventi ricchi di particolari, c’è anche ironia soprattutto quando parla di se stesso.
C’è il racconto di un’Italia che cambia, in meglio e in peggio, e c’è una parte di chiunque ha attraversato questi anni, che accomuna.
È un libro che fa riflettere sui valori, sulla famiglia che non sono solo quelli delle persone descritte qui e che vivono nelle Langhe, c’è il racconto dei paesi di provincia, quelli dove non si vede l’uscita, c’è la crescita e l’evoluzione personale, ognuna con le sue peculiarità.
E per non farsi mancare nulla, in questo è speciale l’autore, anche la vita che intanto passa.

È da leggere perché c’è molto che non è semplice sintetizzare, non è una lettura noiosa tutt’altro.

Anna